giovedì 20 aprile 2017

Quando feci la promessa

Sono sempre stato figlio unico, ma quando avevo 11 anni lo ero di più. Trascorrevo le giornate in casa a giocare da solo con lego e soldatini.
Facevo disputare lunghe partite di calcio ai soldatini, poi sgombravo il tavolo, prendevo la Lettera22 di mio padre e scrivevo la cronaca della partita, completa di interviste ai giocatori. Sognavo di fare il giornalista. Ero un giornalista.
Ero soprattutto un bambino felice.
I miei genitori, invece, erano preoccupati e un giorno mi domandarono: “Ti piacerebbe andare negli scout?” Sottinteso: “così vedi gente, fai cose, ti muovi un po'.”
“No” risposi. E così, una settimana dopo, ero iscritto negli scout, per la precisione nel Leuman 1°, Non credo che esistesse il Leuman 2°, 3° ma il nostro era il Leuman 1°.
Perché finii laggiù, quasi a Rivoli, io che abitavo a Torino in zona Santa Rita? Semplice: il capo Riparto era mio cugino, che conoscevo appena. Era un bel ragazzo, moro, la barba scurissima. Parlava volentieri di Dio e di scorregge.
Approdai al corpo degli scout a 11 anni senza essere passato prima dai lupetti. È come iscriversi alle medie senza aver fatto le elementari. Non sai fare un nodo che sia uno, quando gli altri piantano l'urlo di squadriglia non sai se puoi, se devi e che cosa urlare, per cui sei sempre indietro. Come quando mi parlano in inglese. Sono lì che cerco di capire la prima frase, che il mio interlocutore è alla fine del discorso. Cos'ha detto?

Una delle prime domeniche, ci portarono in campagna per una grande battaglia a “scalpo”. I miei compagni di Riparto erano divisi tra quelli eccitati dalla prospettiva e quelli preoccupati. Io divenni subito il leader di quelli spaventati che erano l'ala sinistra dei preoccupati.
Scalpo è un gioco violento: ti devi infilare uno straccio nei pantaloni e lasciare che penda sul sedere come una coda. Il gioco consiste nel prendere lo scalpo degli avversari, ovvero dei nemici. In qualsiasi modo: picchiando, bastonando, scippando, minacciando.
C'era chi, a fine giornata, esibiva tutti gli scalpi tolti ai nemici, legati attorno alle braccia sanguinanti. Degli scalpati si perdevano le tracce. Sì lottava in mezzo ai rovi. Tornare con molti scalpi era segno di grande virilità. Io credo che dopo l'entrata in vogore della legge 626 scalpo si giochi al massimo con una app sui tablet, come è giusto che sia, ma non so: mi informerò.
Quando quella domenica assolata ci liberarono tra le colline di non so dove, io cercai un posto tranquillo all'ombra, con il mio manipolo di compagni terrorizzati. Erano quelli che avevano già subito il gioco nel passato. Io, se non altro, non avevo un ricordo traumatico da portarmi appresso. Fummo comunque individuati e circondati. Provai a negoziare una resa, ma chi ci trovò, una pattuglia del mitico Volpiano II non aveva intenzione di fare prigionieri.
Nessuno mi fece davvero male, ma ricordo poche umiliazioni peggiori di quella. Per fortuna dagli scout si andava solo una volta la settimana, più la domenica.
Arriva l'estate e arrivano le vacanze. Si va in montagna con mamma e papà, in campeggio a Cogne dove mi piaceva fare gite e, quando pioveva, amavo giocare con soldatini e lego in roulotte. Avevo anche degli amici, con i quali si giocava con gli archi costruiti con rami di larice (si spezzano ma non si piegano) e frasche di torrente. Io avevo un certo ascendente su quei ragazzi, perché ero l'unico negli scout, quindi le cose selvagge io le sapevo.
Ad agosto, però, doccia fredda: C'è da andare al campo estivo scout.
Ma come? Anche io?
Sì, anche tu.
Ma io non voglio.
Tu vai.
E così, una sera mi presero e mi riportarono a Torino dove fui mi caricato su un pullman con altri 30 o 40 scout. Destinazione: La Vachette, vicino a Briançon, appena oltre il confine con la Francia. In pratica eravamo un esercito irregolare di invasione.
Io facevo parte della squadriglia dei falchi, non l'ho detto prima, fate finta di averlo sempre saputo.
In squadriglia eravamo in sette. Quando si marciava, il primo davanti era il capo squadriglia, l'ultimo era il vice, quello che teneva il guidone. Il guidone era il bastone con il gagliardetto della squadriglia, un simbolo da difendere a costo della vita. Dal secondo al quinto c'erano gli altri, in ordine gerarchico. Io ero il quinto, ovviamente. Quel primo giorno, appena sbarcati dalla corriera, mentre cercavo di governare il mal di testa, gli altri, veloci come lucertole, attrezzarono il nostro angolo: tende, panche, tavolo, focolare, tutto era montato con corde cordini chiodi, assi e macigni. Tutto pronto per l'ispezione. Come tutti quelli che non sanno chi sono, io vagavo da questo e da quello, aspettando che mi dessero delle cose da fare in modo da farmi sentire coautore di qualcosa, ma tutti volevano fare tutto e nessuno mi chiedeva nulla. Fu così che non feci un cazzo per due giorni.
La prima sera, in tenda, ebbi una terribile crisi di nostalgia. Pensavo ai miei genitori e me li immaginavo persi senza di me. Ero disperato nell'immaginare mamma e papà affranti, che si guardavano nella penombra (perché per la tristezza nessuno dei due avrebbe pensato ad accendere la luce) e si domandavano “E adesso?” Era la prima volta che stavo lontano dai genitori e avevo paura che soffrissero. Ora ho tre figli, mi trovo dalla parte opposta, ho accumulato esperienze e saggezza e infatti non riesco a capire come potessi essere tanto coglione.
I giorni passavano tra gite, minchiate, messe, giochi notturni, canti scout, urla, squadriglie che andavano e venivano e io che seguivo, sempre un po' in ritardo. Finché scoprii quello che tutti mormoravano e che nessuno diceva: la domenica ci sarebbe stata la cerimonia. Quale? Quella in cui sarebbero state conferite le specialità e i gradi. Qualcuno avrebbe preso la prima classe, qualcuno la seconda, altri le specialità e i nuovi avrebbero fatto la “promessa”.
Io ero uno dei nuovi e non avevo ancora fatto la promessa. Ora uno scout senza promessa è nessuno, è uno spermatozoo senza flagello, uno zabajone senza uova: vale meno di una zanzara che si dibatte in un fondo di acqua e vino. Quella del senza promessa è una non vita. Fare la promessa è come passare da recluta a soldato. Da Alvaro Vitali a Charles Bronson.

Intanto non dovevo aver mai pianto. Invece avevo pianto e mi avevano visto tutti.
Dovevo essere nel riparto da almeno 3 mesi e invece erano soltanto due.
Dovevo aver contribuito in modo determinante all'allestimento del campo. Invece non solo non avevo fatto una cippa, ma avevo fatto cadere la scorta di carta igienica della squadriglia nel ruscello.
Dovevo essere varie altre cose e non corrispondevo a nulla.
Però ero cugino del capo e così mi fu comunicato che avrei ricevuto la promessa.
Quella domenica, dopo la messa, con tutte squadriglie schierate in quadrato sotto il pino antico, avvenne la cerimonia che mi consacrò Scout dell'ASCI. Associazione Scoutistica Cattolica Italiana e dovetti cantare insieme agli altri linno della promessa. Da quel giorno avrei potuto fare il saluto scout e mi sarei cucito sulla camicia il famoso e ambito giglio, simbolo della mia promessa a Dio, alla patria e al Riparto.
Quel giorno feci effettivamente un passo avanti, quello materiale quando fu fatto il mio nome. Per il resto no, non credo. Ero stato accettato da tutti anche prima, anche senza promessa, un po' come mascotte, ma un po' anche come consigliere, perché evidentemente aver coordinato decine e decine di soldatini per anni mi aveva conferito un'aria un po' intellettuale, di quello che la sa lunga.
Ero comunque un vero scout, con il coltellino svizzero. Prima che vi commuoviate e pensiate bene di me, devo fermarvi per confessare che delle tre promesse... il Riparto lo lasciai dopo pochi mesi, Dio dopo pochi anni e per la Patria non mancherà l'occasione.
Non sono io ma protrei essere io
Tuttavia, a me non importava un gran che, immaginavo, però, che avere la promessa avrebbe forse migliorato il mio status e la mia posizione durante le marce, quindi meglio farla. Senonché, non mi spettava in automatico. Per riceverla dovevo possedere determinati requisiti.
Soprattutto, degli scout non me ne fregava niente. Io volevo il mio lego, i miei soldatini e la mia Lettera22. Una cosa bella c'era: avrei avuto diritto a portare con me un coltellino svizzero, di quelli che hanno due lame oltre a un sacco di accessori inutili.Una delle prime domeniche, ci portarono in campagna per una grande battaglia a “scalpo”. I miei compagni di Riparto erano divisi tra quelli eccitati dalla prospettiva e quelli preoccupati. Io divenni subito il leader di quelli spaventati che erano l'ala sinistra dei preoccupati.
Scalpo è un gioco violento: ti devi infilare uno straccio nei pantaloni e lasciare che penda sul sedere come una coda. Il gioco consiste nel prendere lo scalpo degli avversari, ovvero dei nemici. In qualsiasi modo: picchiando, bastonando, scippando, minacciando.
C'era chi, a fine giornata, esibiva tutti gli scalpi tolti ai nemici, legati attorno alle braccia sanguinanti. Degli scalpati si perdevano le tracce. Sì lottava in mezzo ai rovi. Tornare con molti scalpi era segno di grande virilità. Io credo che dopo l'entrata in vogore della legge 626 scalpo si giochi al massimo con una app sui tablet, come è giusto che sia, ma non so: mi informerò.
Quando quella domenica assolata ci liberarono tra le colline di non so dove, io cercai un posto tranquillo all'ombra, con il mio manipolo di compagni terrorizzati. Erano quelli che avevano già subito il gioco nel passato. Io, se non altro, non avevo un ricordo traumatico da portarmi appresso. Fummo comunque individuati e circondati. Provai a negoziare una resa, ma chi ci trovò, una pattuglia del mitico Volpiano II non aveva intenzione di fare prigionieri.
Nessuno mi fece davvero male, ma ricordo poche umiliazioni peggiori di quella. Per fortuna dagli scout si andava solo una volta la settimana, più la domenica.
Arriva l'estate e arrivano le vacanze. Si va in montagna con mamma e papà, in campeggio a Cogne dove mi piaceva fare gite e, quando pioveva, amavo giocare con soldatini e lego in roulotte. Avevo anche degli amici, con i quali si giocava con gli archi costruiti con rami di larice (si spezzano ma non si piegano) e frasche di torrente. Io avevo un certo ascendente su quei ragazzi, perché ero l'unico negli scout, quindi le cose selvagge io le sapevo.
Ad agosto, però, doccia fredda: C'è da andare al campo estivo scout.
Ma come? Anche io?
Sì, anche tu.
Ma io non voglio.
Tu vai.
E così, una sera mi presero e mi riportarono a Torino dove fui mi caricato su un pullman con altri 30 o 40 scout. Destinazione: La Vachette, vicino a Briançon, appena oltre il confine con la Francia. In pratica eravamo un esercito irregolare di invasione.
Io facevo parte della squadriglia dei falchi, non l'ho detto prima, fate finta di averlo sempre saputo.
In squadriglia eravamo in sette. Quando si marciava, il primo davanti era il capo squadriglia, l'ultimo era il vice, quello che teneva il guidone. Il guidone era il bastone con il gagliardetto della squadriglia, un simbolo da difendere a costo della vita. Dal secondo al quinto c'erano gli altri, in ordine gerarchico. Io ero il quinto, ovviamente. Quel primo giorno, appena sbarcati dalla corriera, mentre cercavo di governare il mal di testa, gli altri, veloci come lucertole, attrezzarono il nostro angolo: tende, panche, tavolo, focolare, tutto era montato con corde cordini chiodi, assi e macigni. Tutto pronto per l'ispezione. Come tutti quelli che non sanno chi sono, io vagavo da questo e da quello, aspettando che mi dessero delle cose da fare in modo da farmi sentire coautore di qualcosa, ma tutti volevano fare tutto e nessuno mi chiedeva nulla. Fu così che non feci un cazzo per due giorni.
La prima sera, in tenda, ebbi una terribile crisi di nostalgia. Pensavo ai miei genitori e me li immaginavo persi senza di me. Ero disperato nell'immaginare mamma e papà affranti, che si guardavano nella penombra (perché per la tristezza nessuno dei due avrebbe pensato ad accendere la luce) e si domandavano “E adesso?” Era la prima volta che stavo lontano dai genitori e avevo paura che soffrissero. Ora ho tre figli, mi trovo dalla parte opposta, ho accumulato esperienze e saggezza e infatti non riesco a capire come potessi essere tanto coglione.
I giorni passavano tra gite, minchiate, messe, giochi notturni, canti scout, urla, squadriglie che andavano e venivano e io che seguivo, sempre un po' in ritardo. Finché scoprii quello che tutti mormoravano e che nessuno diceva: la domenica ci sarebbe stata la cerimonia. Quale? Quella in cui sarebbero state conferite le specialità e i gradi. Qualcuno avrebbe preso la prima classe, qualcuno la seconda, altri le specialità e i nuovi avrebbero fatto la “promessa”.
Io ero uno dei nuovi e non avevo ancora fatto la promessa. Ora uno scout senza promessa è nessuno, è uno spermatozoo senza flagello, uno zabajone senza uova: vale meno di una zanzara che si dibatte in un fondo di acqua e vino. Quella del senza promessa è una non vita. Fare la promessa è come passare da recluta a soldato. Da Alvaro Vitali a Charles Bronson.
Tuttavia, a me non importava un gran che, immaginavo, però, che avere la promessa avrebbe forse migliorato il mio status e la mia posizione durante le marce, quindi meglio farla. Senonché, non mi spettava in automatico. Per riceverla dovevo possedere determinati requisiti.
Intanto non dovevo aver mai pianto. Invece avevo pianto e mi avevano visto tutti.
Dovevo essere nel riparto da almeno 3 mesi e invece erano soltanto due.
Dovevo aver contribuito in modo determinante all'allestimento del campo. Invece non solo non avevo fatto una cippa, ma avevo fatto cadere la scorta di carta igienica della squadriglia nel ruscello.
Dovevo essere varie altre cose e non corrispondevo a nulla.
Però ero cugino del capo e così mi fu comunicato che avrei ricevuto la promessa.
Quella domenica, dopo la messa, con tutte squadriglie schierate in quadrato sotto il pino antico, avvenne la cerimonia che mi consacrò Scout dell'ASCI. Associazione Scoutistica Cattolica Italiana e dovetti cantare insieme agli altri linno della promessa. Da quel giorno avrei potuto fare il saluto scout e mi sarei cucito sulla camicia il famoso e ambito giglio, simbolo della mia promessa a Dio, alla patria e al Riparto.
Quel giorno feci effettivamente un passo avanti, quello materiale quando fu fatto il mio nome. Per il resto no, non credo. Ero stato accettato da tutti anche prima, anche senza promessa, un po' come mascotte, ma un po' anche come consigliere, perché evidentemente aver coordinato decine e decine di soldatini per anni mi aveva conferito un'aria un po' intellettuale, di quello che la sa lunga.
Ero comunque un vero scout, con il coltellino svizzero. Prima che vi commuoviate e pensiate bene di me, devo fermarvi per confessare che delle tre promesse... il Riparto lo lasciai dopo pochi mesi, Dio dopo pochi anni e per la Patria non mancherà l'occasione


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