lunedì 28 maggio 2018
Quando feci la promessa
venerdì 19 maggio 2017
Quando diventai campione di pallanuoto
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| Torneo estivo. Piscina Fiat di corso Moncalieri |
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| Cus Torino, sono quello in mezzo in basso (peloso) |
giovedì 28 aprile 2016
Parcheggio di cortesia
Interrompo un bel silenzio, per il quale nessuno si è lamentato, per
scrivere un post che nessuno mi ha chiesto. Oggi sono andato al Gigante
come quasi tutti i giorni. Ho parcheggiato nel sotterraneo, come
sempre. E come sempre, passando accanto alla fila di posti riservati a
donne in gravidanza e/o con bambini piccoli, mi sono incazzato. Sono 8 –
10 posti contrassegnati da strisce rosa in terra e da un cartello
appeso in alto. Si trovano vicini agli ascensori e al tappeto mobile che
conducono al piano di sopra e alla piattaforma commerciale. Lo scopo è
evidente: agevolare un minimo la vita di chi si porta appresso una
pancia o si trascina un bambino piccolo.In un paese in cui il tasso di natalità è il più basso del mondo, i 10 posti riservati alle donne incinta all'urban Center di Rivarolo alle 11 sono tutti occupati. Ogni tanto, non più di una volta a semestre, quando mi gira, attacco briga.
La donna che oggi sta scaricando il carrello nel baule della sua 500 sta fumando (vietato nel garage) e non sembra incinta.
- Auguri per la gravidanza – le dico.
Mi guarda senza capire per mezzo secondo. Nel mezzo secondo successivo, la mano con la sigaretta fa il tipico gesto italiano che vuol dire: “cazzo vuoi”?
- Ah scusi, pensavo fosse in gravidanza - dico.
Mi rendo conto di due cose, forse più di due:
a) non ha capito la provocazione o, se ha capito, la cosa non la sfiora.
b) io passo per un deficiente, ma non mi sento tale. Più che altro mi sento impotente. Sapete quante volte ho già esposto il problema alla Direzione del Gigante? Mi hannno detto che il garage fa parte del centro commerciale e non del supermercato. È un po' come dire che il condomino X, titolare di 15 dei 18 alloggi del condominio Y non ha nessuna responsabilità se i marciapiedi sono sconnessi. Come se in assemblea
c) la mia scena non serve a niente.
Finita la spesa, scendo, stessa situazione di prima. Questa volta è un uomo, grosso ma basso, più vecchio di me, ma affatto disabile. Sta salendo, anche lui su una 500. Che sia - escluso l'amico Vittorio naturalmente - l'auto degli stronzi?
Evidentemente non posso fare la stessa battuta di prima. Allora gli chiedo semplicemente, con tatto e delicatezza e persino con un sorriso, se ha visto il cartello.
Lui non mi risponde. Ha sentito, ha capito, semplicemente non mi risponde. Non mi guarda nemmeno, sono trasparente come una merda di falena.
So cosa pensa lui e cosa pensate voi: “ma qualcuno ti ha eletto paladino delle donne? Pensi di essere una bella persona?”
No, no, no. Non è come pensate. L'incazzatura è solo in parte per le donne. È soprattutto una questione di regole. Se io non metto la macchina lì, se non ce la mettono le persone per bene, trattandosi di posti riservati a una categoria precisa, perché cazzo devi metterla tu? Soprattutto quando il resto del parcheggio è vuoto a metà. Non è sabato e non è domenica quando il supermercato è pieno (sulle aperture domenicali ne parliamo un'altra volta). Ci sono posti liberi a sei, sette passi da quelli riservati. Se non rispetti regole così facili da rispettare, cosa non fai nel resto della vita?
Non sto parlando di morale personale, di etica o educazione, sto parlando di regole, senso civico o senso dello Stato, quello che hanno, per esempio, i tedeschi. Qui manca e al Gigante non è mai sugli scaffali. Gli italiani lo confondono con la patria, che è quella per la quale tifano davanti alla televisione.
Oggi non mi è venuto in mente, ma la prossima volta, domani o quando sarà, farò qualche foto con il telefono e ve le mostrerò, alla faccia della privacy: che se la mettano nel culo.
di condominio non avesse nessun potere.
c) la mia scena non serve a niente.
Finita la spesa, scendo, stessa situazione di prima. Questa volta è un uomo, grosso ma basso, più vecchio di me, ma affatto disabile. Sta salendo, anche lui su una 500. Che sia - escluso l'amico Vittorio naturalmente - l'auto degli stronzi?
Evidentemente non posso fare la stessa battuta di prima. Allora gli chiedo semplicemente, con tatto e delicatezza e persino con un sorriso, se ha visto il cartello.
Lui non mi risponde. Ha sentito, ha capito, semplicemente non mi risponde. Non mi guarda nemmeno, sono trasparente come una merda di falena.
So cosa pensa lui e cosa pensate voi: “ma qualcuno ti ha eletto paladino delle donne? Pensi di essere una bella persona?”
No, no, no. Non è come pensate. L'incazzatura è solo in parte per le donne. È soprattutto una questione di regole. Se io non metto la macchina lì, se non ce la mettono le persone per bene, trattandosi di posti riservati a una categoria precisa, perché cazzo devi metterla tu? Soprattutto quando il resto del parcheggio è vuoto a metà. Non è sabato e non è domenica quando il supermercato è pieno (sulle aperture domenicali ne parliamo un'altra volta). Ci sono posti liberi a sei, sette passi da quelli riservati. Se non rispetti regole così facili da rispettare, cosa non fai nel resto della vita?
Non sto parlando di morale personale, di etica o educazione, sto parlando di regole, senso civico o senso dello Stato, quello che hanno, per esempio, i tedeschi. Qui manca e al Gigante non è mai sugli scaffali. Gli italiani lo confondono con la patria, che è quella per la quale tifano davanti alla televisione.
Oggi non mi è venuto in mente, ma la prossima volta, domani o quando sarà, farò qualche foto con il telefono e ve le mostrerò, alla faccia della privacy: che se la mettano nel culo.
sabato 19 marzo 2016
Susanna, Michela e Marina
È andata così: preda di un orgasmo crescente, cancellavo, svuotavo, distruggevo e intanto a voce alta esprimevo la mia frustrazione: “Va bene adesso? Hai abbastanza spazio? Ne vuoi ancora?”
No, non gli bastava: nonostante la strage perpetrata, per i nuovi aggiornamenti lo spazio non bastava ancora e certe applicazioni non potevano funzionare.
Sconsolato e rassegnato, ho riconquistato un poco di calma immaginando di rivolgermi all'assistenza. Ma in quel momento un piccolo dubbio si è mostrato. L'ho visto solo con la coda dell'occhio, ma l'ho visto. Ho pensato per un istante di aver fatto troppo, di aver esagerato. Come un chirurgo che rivivendo nella mente stanca l'operazione appena conclusa, si rende conto di aver inciso troppo profondamente e teme di aver arrecato un danno al paziente. Mi sono quindi rivisto in quel minuto di follia mentre eliminavo delle icone che, come unica colpa, ostentavano una pingue dimensione. Tra quelle, anche una il cui nome, così semplice e immediato, avrebbe dovuto farmi riflettere: “contatti”.
Ne occupava di spazio quell'applicazione! Un mega e forse più! Birra fresca per la sete di memoria del misero telefono. Però quel nome... il dubbio cresceva e io lo conoscevo bene. È quello che mi ronza intorno con pigri cerchi quando so - non ancora coscientemente - di aver fatto qualcosa di sbagliato. Io lo vedo così, come un grumo che descrive delle orbite, che definirei basse. Per capirci, se io sono in piedi, il pensiero mi nuota intorno, al largo, all'altezza delle caviglie. Quando si trova dietro di me non lo vedo e non lo sento, ma quando passa davanti e le orbite si fanno più strette e più alte, è impossibile non notarlo. E non molla, non molla mai. Nessuno molla mai: non molla il telefono, non mollano i call center, non mollano i sensi di colpa: solo io cedo. Cedo e alla fine lo prendo in considerazione.
Il dubbio di aver sbagliato. Perché poi chiamarlo dubbio quando ormai è una certezza? Certo che non dovevo eliminarlo quel programma che si chiamava “contatti”. Come è potuto venirmi in mente? Perché non ho contato fino a tre, non dico dieci, ma almeno fino a tre prima di premere ELIMINA? Lo sapevo quello che stavo facendo. Quindi? Adesso non resta che verificare, ma c'è poco da scoprire.
Apro la rubrica e scopro con un sollievo che non credevo possibile che i nomi e i numeri ci sono ancora! Mi sembra di aver ricevuto la grazia quando il boia aveva già posato la mano sulla leva che alimenta la sedia elettrica. Non li ho persi i miei numeri di telefono! Sono ancora lì!
Ma il sollievo è effimero e dura pochi secondi. I nomi rimasti sono forse dieci, dodici a dir tanto e sono quelli che si erano nascosti, chissà perché, in qualche memoria secondaria.
Saranno stati tre o quattrocento i miei contatti e non ci sono più.
Va bene. Ce li faremo ridare. Amici, conoscenti, parenti... tramite le email li richiederò e in qualche settimana avrò ricostruito l'archivio. È un danno più che altro per il morale. Una spia che si è accesa per avvertirmi che il mio equilibrio è in riserva.
Improvvisamente, però, mi rendo conto che, insieme ai numeri davvero utili, che saranno stati al massimo una cinquantina, si sono estinti anche plotoni di sconosciuti. “Madre Bu” Ma chi era “Madre Bu”? E “Piero Castel”? "Castel” sta per Castellamonte? Conosco un Piero a Castellamonte? Io non riconosco i volti delle persone, figuriamoci se ricordo i nomi. Non tutto è male, quindi: la cancellazione ha igienizzato la memoria del telefono e anche la mia.
C'erano però dei nomi, che conoscevo benissimo, che mi dispiace aver perso, nonostante fossero i più inutili di tutti. Quei numeri non li avrei mai utilizzati, né avrei mai ricevuto chiamate da loro. Erano quelli di Susanna, Michela e Marina. Li ho conservati per anni e sono sopravvissuti a revisioni e cambi di telefono. Si presentavano ogni tanto, in occasione di qualche ricerca. Digitavo “Su” e spuntava Susanna. Non era lei che cercavo, ma mi faceva piacere vederla apparire tra i suggerimenti, visto che sui sentieri della Val Soana non l'avrei più incontrata. Digitavo “M” e magari saltavano fuori Michela e Marina.
Perché tenere nella memoria del telefono nomi e numeri di un'amica e di due carissime cugine che non ci sono più?
Io non li avrei mai cancellati. È stato un dito isterico a recidere, in vece mia, quel legame.
Un amico, al quale ho raccontato questa storia, evidentemente ascoltandomi con stoica attenzione, nonostante la noia che l'aneddoto porta con sé, alla fine mi ha detto: “le hai lasciate andare”.
Ho sorriso con lui, ringraziandolo per il pensiero, che è moto bello. Mi piace pensare che sia così. In realtà non è vero che le ho lasciate andare: Susanna, Marina e Michela continuano a essere con me, tanto quanto prima, anche se non ci telefoniamo mai.
domenica 10 gennaio 2016
Perdere i contatti
sabato 14 febbraio 2015
Nanowar of steel
venerdì 6 febbraio 2015
I pedoni di Rivarolo
venerdì 23 gennaio 2015
Al Gigante
sabato 27 dicembre 2014
Capodanni di merda
mercoledì 28 marzo 2012
IL 34
Sono arrivato all'appuntamento con 35 minuti di ritardo. Torino è una città piccola e con la metropolitana è persino vivibile. Ma appena esci dalla green zone sei nella merda. è peggio che sui freccia rossa. Là ci sono la prima, la seconda, la terza e la quarta classe. La quinta classe non c'è, ma c'è il 34.
lunedì 17 marzo 2008
Il Paradiso dei poveri
Il ghiacciaio che a suo tempo si è preso il disturbo di modellare il Vallone, scivolando da nord verso sud, ha preso le mosse dal Moncimour (
Nel fuoco costituito dalla triangolazione delle 3 montagne, la superficie del Lago Gelato interrompe il grigio dominante di pietraie infinite. Le rive sono inagibili anche per chi ama gli scogli, tranne che lungo la sponda meridionale dove le rocce montonate formano una piccola spiaggia e uno dei rari tratti pianeggianti di tutta la valle. È uno dei laghi naturali più grandi del Parco del Gran Paradiso, ma anche uno dei meno visitati poiché per giungervi occorre superare un dislivello di 1.800 o di
Di arrivare dal basso non se ne parla.
Seguendo le tracce dei danni provocati dal ghiacciaio durante la discesa, ci si accorge presto che l'orario di visita del Vallone è finito già da molto tempo. Ne è prova la mancanza di un sentiero o quanto meno di una traccia. Avvistare un ometto di pietre è un’esperienza esaltante, ma non particolarmente utile perché un punto, senza un altro punto a cui unirlo, non serve per tracciare una rotta. Con il sopraggiungere quotidiano della nebbia, la discesa si complica e, a consuntivo, presenta un conto salato: due ore abbondanti per quattrocento metri di dislivello.
Dal lago Bocutto il sentiero dovrebbe portare all’alpe dei Fons, ma sul posto il sentiero non c’è. L’unico metodo per orientarsi consiste allora nell’immedesimarsi nei pastori di un tempo e chiedersi dove si potrebbe edificare una baita. Ma anche così l’Alpe dei Fons appare solamente quando si è ormai rinunciato a cercarla. Le capanne di pietra sono solo pietre tra le pietre.
Nel tratto successivo i rododendri si insinuano tra le rocce celandone i crepacci, non c’è sentiero e i ruscelli scorrono sotto la vegetazione, rendendo viscida l’erba di superficie. Verso il basso si intuisce un salto di cento e più metri sopra il lago Nero.
Superato anche il Lago Nero, lungo il Piano d’Eugio macigni di enormi proporzioni giacciono spaccati su un pianoro prativo. Proprio qui, dove non servirebbe, il sentiero ricompare e si fa strada tra gli ontani fino all’alpe Savolere che resiste ancora in buono stato. Il nome dell’alpeggio probabilmente richiama la vicinanza con l’acqua. La radice del toponimo Savolere, è la stessa di Savara, il torrente della Valsavarenche. Saular, inoltre, in franco provenzale significa insabbiare e può indicare un luogo in cui il torrente, straripando, ha portato della sabbia.
La diga del lago d’Eugio è una fortezza Bastiani nella solitudine del vallone. L’invaso è presidiato da alcuni guardiani che abitano a turno in una palazzina di pietra costruita su uno sperone naturale al centro della diga. Vi giungono a bordo di un carrello a rotaia, trainato a fune su un piano inclinato, una comodità che evita la fatica e i tempi di salita da Rosone,
Un sentiero in verità c’è, è il gta, una riga rossa sulla cartina che proviene dall’adiacente vallone di Praghetta, attraversa la valle ai piedi della diga, e risale sul versante opposto per sparire oltre il monte Arzola. Un sentiero ben segnato, ma poco frequentato e con l’erba che lo invade ovunque, soprattutto lungo i tratti a mezzacosta che richiederebbero più larghezza e pulizia per evitare vertigini e passi pericolosi.
I morti, tuttavia, non si trovano sotto il gta, ma disseminati alla fine degli anni ‘50 lungo il piano inclinato del carrello, ai piedi di qualche salto di roccia o dentro le montagne. All’epoca della sua costruzione, la diga dell’Eugio, insieme a quelle di Ceresole Reale, Teleccio, Valsoera e al complesso di opere idriche, che portano l’acqua alle turbine delle centrali elettriche di Villa, Rosone e Bardonetto, sono state teatro di decine di incidenti mortali. False micce, prive del filo di seta, che facevano esplodere le mine senza ritardo, crolli e cadute erano gli incidenti più comuni. Per non dire della silicosi che ancora oggi uccide i minatori che hanno realizzato decine di chilometri di gallerie.
Il sentiero, quando si vede, scende di poco sulla destra orografica della valle, dove costeggia un canale che un tempo portava l’acqua alle frazioni sottostanti, e conduce quasi in piano a Veso, la frazione che era sede di scuola elementare. A Veso vivevano stabilmente agli inizi del ‘900 15-20 famiglie per una stima di circa 100 anime, curate dal medico condotto quando c’erano i soldi e dal prete di Locana per le festività. I pantaloni della festa, così come quelli di tutti i giorni erano prodotti con tela di canapa tinta con un pigmento marrone, ottenuto dalla bollitura del mallo delle noci. Il guardaroba invernale era a base di lana, filata e poi lavorata di notte alla luce del fuoco o delle lampade ad acetilene.
Oggi, a Veso e Balmetta non splende più il sole, perché faggi e castagni sono cresciuti alti e forti, concimati dalla fatica accumulata tra queste pietre. Radicano nelle cantine, sfondano travi marcite e si contendono l’un l’altro la luce del sole, annegando in un’ombra perenne i resti delle case.
Tra questi viottoli, con un briciolo di fantasia non è difficile immaginare il maestro elementare che si intrattiene con la madre di qualche alunno, magari per dire che il bambino non deve più fare assenze, che se no non si sa come va a finire. Alla scuola di Veso aspettano il maestro 55 alunni nel 1888, 16 nell’inverno del 1937-38 e solamente 9 nel 1950. Per mettere insieme questi ultimi si deve attingere da tre diverse borgate.
L’emigrazione compie la sua opera devastatrice a cavallo della prima guerra mondiale. Chi partiva per le Americhe non diceva nulla in famiglia. Quando la moglie riceveva una cartolina da Genova, capiva e aspettava di essere chiamata. Forse.
Nel ’52 Mariuccia si sposa a Locana e non torna più nella valle. Le case costruite pietra su pietra, senza cemento, tenute insieme da sacrifici, bestemmie, preghiere e calce di poca qualità, rovinano presto. In alcuni casi il fuoco accelera i crolli.
A valle di Balmetta, dove lo zelante esposimetro impedisce alla macchina fotografica di scattare, il bosco si infittisce, ma si intuisce che la fine è vicina. Scorrono i titoli di coda, l’angoscia si scioglie. Il sentiero è ripido, ma non c’è più rischio di perdersi. Scalini e svolte in breve portano sotto il tiro di un gigantesco masso che spunta nel fitto del bosco. Si erge più alto degli alberi più alti, ma diversamente da questi è sprovvisto di radici, e prima o poi scivolerà giù, chiudendo per sempre l’antica strada per l’Eu gio.
È solo questione di tempo, ma qui il tempo è l’unico padrone.
sabato 4 agosto 2007
Margherita
15 giorni di Medals Plaza durante Torino 2006, 15 concerti con star della musica internazionale: Anastacia, Ricki Martin, Lou Reed, Paolo Conte, Avril LAvigne, Nek, Max Pezzali, e tanti altri. Quattro presentatrici: Luisa Corna, Alba Parietti, Simona Ventura e lei, Alena Seredova, così bella che gli esperti consigliano di guardarla attraverso un vetro affumicato, come durante le eclissi di sole. Così alta che chiunque si faccia fotografare vicino a lei non sa quel che fa.Io c'ero, 18 ore su 24 a scrivere i testi per le 4 madrine. Con Simona Ventura, a saperlo, potevo anche stare a casa, perché improvvisa ed è brava.
Con Parietti e Corna sono gioie e dolori, ma con
lei, Alena, è poesia: lei è il vento e non sa che può far male. Provate a inserire "Seredova" su Google e cliccare su "immagini". Fatto? Anch'io, per straziarmi ancora un po'. Seredova che nel camerino, jeans slacciati, mi dice "Sono in ritardo, dammi i testi che li leggiamo mentre mi cambio!" e io che mi domando perché non ho combattuto meglio il colesterolo in questi anni. Seredova che è felice come una bambina quando le procuro una bandiera della Repubblica Ceca. Seredova che condisce le mie parole con il suo accento straniero. Seredova che lancia Max Pezzali e riscalda il cuore del pubblico zuppo di pioggia.
Resto nel backstage per 10 giorni, ma l'ultima sera, quando tocca a Cocciante scendo tra il pubblico, in prima fila con sopra la testa il palco più bello che abbia mai visto. Arriva "Bella senz'anima" e dopo un po' "Margherita". Tutta. Dal vivo. Adesso posso anche morire. E invece no. Cocciante è felice. È il primo concerto che tiene in Italia da otto anni. Si vede che è emozionato davvero e noi del pubblico che siamo veri bastardi lo facciamo volare alto con un'ovazione. Ci casca e ci chiede se vogliamo cantare Margherita insieme a lui. E noi figurati: "sì!!!!!!!!!!"
Si risiede al pianoforte e ricomincia. "Io non posso stare fermo..." Sento i capelli alzarsi sulla testa, un brivido mi percorre la nuca e stringe forte la gola. "...con le mani nelle mani..." Non riesco a cantare. Non passa il fiato. Si chiama emozione. Poi tutto finisce. Finisce Cocciante. Finiscono le Olimpiadi. Anche Alena Seredova finisce che se ne va. Ma prima mi cerca e mi saluta. Si china su di me, con le mani mi afferra il volto (per evitare sorprese da parte mia, suppongo) e mi dà due baci, uno a destra e uno a sinistra. Dai 140.000 watt del palco giungono ancora le note dell'inno olimpico di Baglioni. E io (fanculo al principe azzurro) mi sento Mammolo baciato da Biancaneve.
Desperate housewives
Non lo sapevi? Non leggi Sorrisi e Canzoni? Allora piangi e taci.
Ma come? Ma lo sa la Rai che se ogni lunedì riuscivamo a sopravvivere all'ufficio prima e alle nostre famiglie dopo, era perché la sera ci trasferivamo in Wisteria Lane? E per la Rai, questi mesi non hanno significato nulla? Tutto lo share che le abbiamo dedicato, settimana dopo settimana, è stato portato via dallo sciacquone come quando avevamo tredici anni e passavamo i pomeriggi chiusi in bagno?
Avremmo dovuto renderci conto che il sentimento era a senso unico già quando la Rai ci ha dato il bidone con gli appuntamenti fissati "Oh, avevate capito martedì? No, no era lunedì"
Prendiamone atto. Non abbiamo mai contato niente e ha sempre avuto ragione Ferradini "dille che l'ami e sta sicuro che ti lascerà".
Il problema è che qui ne amavamo 4, e ciascuna in un modo speciale. E così ciascuna ci mancherà in un modo tutto suo.
Gabrielle, la signora Solis, che a vederla in guepiere ti sale la febbre esterna, interna e intermedia. Appenderemo il suo poster in casa e il suo volto sarà lo screen shot del pc, salvo passare alle bandierine di Windows all'arrivo di nostra moglie.
Bree Van de Kamp, così algida, così palesemente derivata del poliuretano, forse riusciremo a dimenticarla, ma non appena chiuderemo gli occhi, i suoi capelli ramati torneranno a colorarci le notti di malinconia.
Lynette non la dimenticheremo per due motivi: o perché ne abbiamo sposata una uguale e ce l'abbiamo in casa, o perché sarà lei a dimenticarsi di noi, totalmente divorata dalla sua famiglia.
E infine Susan. Susan non siamo disposti a lasciarla andare senza combattere. Potremo rivederla in qualche altra serie, ma non sarà la stessa cosa, perché qualche indegno regista la farà apparire diversa dalla cerbiatta in amore da proteggere e coccolare.
Ritorneranno? Forse tra un anno, così dicono molti su internet. In America ritorneranno sicuramente, ma in Rai? Saranno sufficienti gli ascolti registrati dalla serie quest'anno per i buyer della televisione italiana? Siamo stati mediamente in 3milioni e 100mila a seguire le donne più politicamente scorrette delle serie televisive, e dal momento che la Rai ragiona solamente con i numeri possiamo sperare bene, perché non siamo pochi. Però non siamo nemmeno così tanti da assicurare l'en-plein di entrate pubblicitarie.
Aspettiamo. Nel frattempo possiamo vedere e rivedere le cassette che abbiamo prudentemente registrato per saltare la pubblicità. (Eh sì!). E nello struggente ricordo, persino gli stacchetti con la mela che piomba giù ci faranno sentire un po' meno soli.
Culture a confronto
è egiziano, età non lo so, sui cinquanta, venti più, venti meno.
Mi piace perché possiede un senso dell'ironia e dell'autoironia che non credevo potesse stare in una persona sola, per di più in un musulmano.
In più in Muniba trovano posto anche tutti quei nomi, Muniba, Sadek, Hassan, Alì, che offrono lo spunto per una riflessione.
Siccome sono curioso, mi sono fatto spiegare, e la cosa funziona così: Sadek era suo padre, Hassan suo nonno e Alì il padre di suo nonno.
Suo figlio si chiama Fabrizio, Muniba, Sadek, Hassan. Non sarà sfuggito a nessuno che non c'è più Alì. Con la massima serenità, Muniba mi spiega che il figlio di suo figlio si chiamerà ancora Muniba come terzo nome e quando questo nipote avrà a sua volta un figlio, Muniba si troverà percolosamente in bilico in quarta posizione, alla fine della fila e all'inizio dell'oblio.
A questo punto il discorso si fa un po'; triste per noi occidentali, che bramiamo l'immortalità e furbescamente utilizziamo un'organizzazione anagrafica diversa, con l'uso dei cognomi. I cognomi ci salvano, perché con un po' di fortuna durano più di quattro generazioni. Ma a ben vedere la differenza è soltanto formale. Dopo i nostri nipoti, massimo pro-nipoti, chi si ricorderà di noi? Chi possiederà ancora un software obsoleto per visualizzare i jpg che ci ritraggono? E qualora ciò fosse, che senso avrà mai la nostra immagine riprodotta in pixel?
No, i conti giusti sono quelli degli arabi che non per niente sono gli inventori dei numeri: 4 generazioni sono uno spazio corretto per esistere in senso fisico e in forma di ricordo. Scomparire ha comunque i suoi lati positivi. Intanto non si è più soggetti fiscali, ma soprattutto si è finalmente liberi dallo spam e dalle e-mail rompicoglioni e non richieste come questa.




