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lunedì 28 maggio 2018

Quando feci la promessa

Sono sempre stato figlio unico, ma quando avevo 11 anni lo ero di più. Trascorrevo le giornate in casa a giocare da solo con lego e soldatini. Facevo disputare lunghe partite di calcio ai soldatini, poi sgombravo il tavolo, prendevo la Lettera22 di mio padre e scrivevo la cronaca della partita, completa di interviste ai giocatori. Sognavo di fare il giornalista. Ero un giornalista. Ero soprattutto un bambino felice. I miei genitori, invece, erano preoccupati e un giorno mi domandarono: «Ti piacerebbe andare negli scout?» Sottinteso: “così vedi gente, fai cose, ti muovi un po'.” «No» risposi. E così, una settimana dopo, ero iscritto negli scout, per la precisione nel Leuman 1°, Non credo che esistesse il Leuman 2°, 3° ma il nostro era il Leuman 1°. Perché finii laggiù, quasi a Rivoli, io che abitavo a Torino in zona Santa Rita? Semplice: il capo Riparto era mio cugino, che conoscevo appena. Era un bel ragazzo, moro, la barba scurissima. Parlava volentieri di Dio e di scorregge. Approdai al corpo degli scout a 11 anni senza essere passato prima dai lupetti. È come iscriversi alle medie senza aver fatto le elementari. Non sai fare un nodo che sia uno, quando gli altri piantano l'urlo di squadriglia non sai se puoi, se devi e che cosa urlare, per cui sei sempre indietro. Come quando mi parlano in inglese. Sono lì che cerco di capire la prima frase, che il mio interlocutore è alla fine del discorso. Cos'ha detto? Soprattutto, degli scout non me ne fregava niente. Io volevo il mio lego, i miei soldatini e la mia Lettera22. Una cosa bella c'era: avrei avuto diritto a portare con me un coltellino svizzero, di quelli che hanno due lame oltre a un sacco di accessori inutili. Una delle prime domeniche, ci portarono in campagna per una grande battaglia a “scalpo”. I miei compagni di Riparto erano divisi tra quelli eccitati dalla prospettiva e quelli preoccupati. Io divenni subito il leader di quelli spaventati che erano l'ala sinistra dei preoccupati. Scalpo è un gioco violento: ti devi infilare uno straccio nei pantaloni e lasciare che penda sul sedere come una coda. Il gioco consiste nel prendere lo scalpo degli avversari, ovvero dei nemici. In qualsiasi modo: picchiando, bastonando, scippando, minacciando. C'era chi, a fine giornata, esibiva tutti gli scalpi tolti ai nemici, legati attorno alle braccia sanguinanti. Degli scalpati si perdevano le tracce. Sì lottava in mezzo ai rovi. Tornare con molti scalpi era segno di grande virilità. Io credo che dopo l'entrata in vogore della legge 626 scalpo si giochi al massimo con una app sui tablet, come è giusto che sia, ma non so: mi informerò. Quando quella domenica assolata ci liberarono tra le colline di non so dove, io cercai un posto tranquillo all'ombra, con il mio manipolo di compagni terrorizzati. Erano quelli che avevano già subito il gioco nel passato. Io, se non altro, non avevo un ricordo traumatico da portarmi appresso. Fummo comunque individuati e circondati. Provai a negoziare una resa, ma chi ci trovò, una pattuglia del mitico Volpiano II non aveva intenzione di fare prigionieri. Nessuno mi fece davvero male, ma ricordo poche umiliazioni peggiori di quella. Per fortuna dagli scout si andava solo una volta la settimana, più la domenica. Arriva l'estate e arrivano le vacanze. Si va in montagna con mamma e papà, in campeggio a Cogne dove mi piaceva fare gite e, quando pioveva, amavo giocare con soldatini e lego in roulotte. Avevo anche degli amici, con i quali si giocava con gli archi costruiti con rami di larice (si spezzano ma non si piegano) e frasche di torrente. Io avevo un certo ascendente su quei ragazzi, perché ero l'unico negli scout, quindi le cose selvagge io le sapevo. Ad agosto, però, doccia fredda: C'è da andare al campo estivo scout. Ma come? Anche io? Sì, anche tu. Ma io non voglio. Tu vai. E così, una sera mi presero e mi riportarono a Torino dove fui mi caricato su un pullman con altri 30 o 40 scout. Destinazione: La Vachette, vicino a Briançon, appena oltre il confine con la Francia. In pratica lo sconfinamento dei gendarmni francesi a Bardonecchia di qualche settimana fa altro non è che la rappresaglia per quell’invasione. Io facevo parte della squadriglia dei falchi, non l'ho detto prima, fate finta di averlo sempre saputo. In squadriglia eravamo in sette. Quando si marciava, il primo davanti era il capo squadriglia, l'ultimo era il vice, quello che teneva il guidone. Il guidone era il bastone con il gagliardetto della squadriglia, un simbolo da difendere a costo della vita. Dal secondo al quinto c'erano gli altri, in ordine gerarchico. Io ero il quinto, ovviamente. Quel primo giorno, appena sbarcati dalla corriera, mentre cercavo di governare il mal di testa, gli altri, veloci come lucertole, attrezzarono il nostro angolo: tende, panche, tavolo, focolare, tutto era montato con corde cordini chiodi, assi e macigni. Tutto pronto per l'ispezione. Come tutti quelli che non sanno chi sono, io vagavo da questo e da quello, aspettando che mi dessero delle cose da fare in modo da farmi sentire coautore di qualcosa, ma tutti volevano fare tutto e nessuno mi chiedeva nulla. Fu così che non feci un cazzo per due giorni. La prima sera, in tenda, ebbi una terribile crisi di nostalgia. Pensavo ai miei genitori e me li immaginavo persi senza di me. Piangevo disperato nell'immaginare mamma e papà affranti, che si guardavano nella penombra (perché per la tristezza nessuno dei due avrebbe pensato ad accendere la luce) e si domandavano “E adesso?” Era la prima volta che stavo lontano dai genitori e avevo paura che soffrissero. Ora ho tre figli, mi trovo dalla parte opposta, ho accumulato esperienze e saggezza e infatti non riesco a capire come potessi essere tanto coglione. I giorni passavano tra gite, minchiate, messe, giochi notturni, canti scout, urla, squadriglie che andavano e venivano e io che seguivo, sempre un po' in ritardo. Finché scoprii quello che tutti mormoravano e che nessuno diceva: la domenica ci sarebbe stata la cerimonia. Quale? Quella in cui sarebbero state conferite le specialità e i gradi. Qualcuno avrebbe preso la prima classe, qualcuno la seconda, altri le specialità e i nuovi avrebbero fatto la “promessa”. Io ero uno dei nuovi e non avevo ancora fatto la promessa. Ora uno scout senza promessa è nessuno, è uno spermatozoo senza flagello, uno zabajone senza uova: vale meno di una zanzara che si dibatte in un fondo di acqua e vino. Quella del senza promessa è una non vita. Fare la promessa è come passare da recluta a soldato. Da Alvaro Vitali a Charles Bronson. Tuttavia, a me non importava un gran che, immaginavo, però, che avere la promessa avrebbe forse migliorato il mio status e la mia posizione durante le marce, quindi meglio farla. Senonché, non mi spettava in automatico. Per riceverla dovevo possedere determinati requisiti. Intanto non dovevo aver mai pianto. Invece avevo pianto e mi avevano visto tutti. Dovevo essere nel riparto da almeno 3 mesi e invece erano soltanto due. Dovevo aver contribuito in modo determinante all'allestimento del campo. Invece non solo non avevo fatto una cippa, ma avevo fatto cadere la scorta di carta igienica della squadriglia nel ruscello. Dovevo essere varie altre cose e non corrispondevo a nulla. Però ero cugino del capo e così mi fu comunicato che avrei ricevuto la promessa. Quella domenica, dopo la messa, con tutte squadriglie schierate in quadrato sotto il pino antico, avvenne la cerimonia che mi consacrò Scout dell'ASCI. Associazione Scoutistica Cattolica Italiana e dovetti cantare insieme agli altri linno della promessa. Da quel giorno avrei potuto fare il saluto scout e mi sarei cucito sulla camicia il famoso e ambito giglio, simbolo della mia promessa a Dio, alla patria e al Riparto. Quel giorno feci effettivamente un passo avanti, quello materiale quando fu fatto il mio nome. Per il resto no, non credo. Ero stato accettato da tutti anche prima, anche senza promessa, un po' come mascotte, ma un po' anche come consigliere, perché evidentemente aver coordinato decine e decine di soldatini per anni mi aveva conferito un'aria un po' intellettuale, di quello che la sa lunga. Ero comunque un vero scout, con il coltellino svizzero. Prima che qualcuno pensi bene di me, devo confessare che delle tre promesse... il Riparto lo lasciai dopo pochi mesi, Dio lo abbandoni dopo pochi anni e per la Patria ormai è questione di minuti.

venerdì 19 maggio 2017

Quando diventai campione di pallanuoto

A 13 anni, ai miei compagni di giochi che erano i soldatini e il lego, aggiunsi i romanzi di Urania. Quando non giocavo, mi procuravo i primi, feroci mal di testa standomene tutto storto sul letto a leggere.
Questo a mia madre non piaceva. Archiviata la parentesi presso gli scout, un giorno mi disse: “Giovanni fa pallanuoto, perché non ti iscrivi anche tu?”
Io risi, perché sapevo nuotare soltanto con le pinne.
Lei disse che avrei imparato e mi ritrovai iscritto al Centro Sportivo Fiat.
Va detto che io non avevo nessuna voglia di fare pallanuoto, ma dirlo a lei non servì: mi ritrovai a fare allenamento in corso Moncalieri, dall'altra parte del Po, per chi non è di Torino, dall'altra parte del mondo per me che abitavo a Santa Rita.
Una breve digressione. Chi è che si iscrive a un corso di pallanuoto? Diciamo la verità: pochi. Ci sono gli appassionati, ma in genere pallanuotisti si diventa quando, dopo anni di pre-agonismo e agonismo nel nuoto, appare chiaro che non ci sono i numeri per diventare campioni.
I miei compagni di corso, dunque, venivano dalle gare di nuoto. Io dai soldatini e dai romanzi di Urania.
Torneo estivo. Piscina Fiat di corso Moncalieri
Ho un ricordo del primo giorno. L'allenatore si chiamava Mattia Aversa e mi teneva d'occhio perché aveva intuito che io, dall'altra parte della piscina non ci sarei mai arrivato.
Mi diede qualche rudimento sul nuoto, mi affidò un pallone giallo e mi disse di battere le gambe tenendo quello davanti a me. Fu così che iniziai a muovermi nell'acqua mentre i miei compagni sfrecciavano su e giù, sommando vasche su vasche. Tra quelli del mio anno ce n'era uno che si chiamava Agagliate, un cognome da casello della A4, ma una velocità da Freccia rossa, un altro si chiamava Macchia ed era una saetta. Poi c'erano i Capobianco, di pura origina napoletana, come la tradizione della pallanuoto impone. C'era il mio amico Giovanni, quello che secondo mia madre non avrei avuto difficoltà ad emulare. Tutti imprendibili e quando, in partita, mi attaccavo alle loro caviglie per non lasciarli scappare, o mi beccavo un calcio in faccia o l'arbitro mi espelleva.
Fortuna vuole che negli anni 70 non fosse ancora stato inventato il bullismo viceversa sarei stato una vittima perfetta.
Ho altri ricordi di quel primo anno e, tra tutti, uno dell'ultimo giorno, prima della pausa estiva. Ci fu un torneo serale, riflettori accesi, aria tiepida, genitori sugli spalti della piscina. Quando fui mandato in acqua, nel quarto e ultimo tempo, gli avversari si rinfrancarono. L'uomo in più, nella pallanuoto è uno schema importante, forse l'unico che ci sia. E con me in vasca loro avrebbero avuto l'uomo in più, perché io ero, per definizione, l'uomo in meno. Insomma un'occasione per fare strage di reti.
Sapendo quale fosse la mia velocità, nicchiavo a centro vasca, in modo da ripiegare per tempo quando perdevamo la palla, ma nel corso di un'azione mi ritrovai avanti, ma avanti avanti e ricevetti persino la palla e ci fu anche chi mi urlava “Tira!” “Tira cazzo! Tira!” Ma dicevano a me? E sì che dicevano a me, ero io ad avere la palla sulla linea dei quattro metri e non ero nemmeno marcato. In porta di là forse c'era Bodrone, che parava come un portone e aveva le braccia talmente lunghe che quando camminava si poteva tirare su i calzini. O forse c'era un altro portiere, non ricordo. Ricordo però che avevo 'sta palla in mano, la calottina storta che mi tappava un occhio, il fiatone, la paura di non farcela a tornare in tempo, la luce dei riflettori negli occhi, l'acqua alla gola (letteralmente) e la palla in mano che pesava una cosa esagerata. L'adrenalina o ti fa scattare e moltiplica le energie o ti pietrifica e ti perde. Io sono uno che si pietrifica. Sono il coniglio davanti ai fari del Tir che ti corre addosso.
“Ma tira cazzo!” Forse lo urlavano anche dalle tribune, non saprei. Era fine stagione e io non avevo segnato nemmeno un gol, nemmeno nelle partite di allenamento. I miei compagni invece tenevano il conto e il penultimo ne aveva almeno una ventina, il primo, il maschio alfa, almeno duecento.
“Tira!”
Non si capiva perché non fossi marcato da nessuno in quell'azione, forse non mi avevano visto, mezzo affondato come avrebbe fatto la Costa Concordia nel secolo successivo. Qualcuno però cominciò a preoccuparsi e cominciarono a urlare anche gli avversari. “E quello?” Sottinteso: "chi lo marca?" Qualcuno spuntò dalla schiuma e si diresse verso di me con la velocità di una moto d'acqua. Mi figurai travolto dalla prua a bulbo, massacrato dalle gomitate, affondato come il Titanic e soprattutto immaginai la fuga dell'avversario con la mia palla verso la porta opposta, con sua massima gloria e mia somma umiliazione. Allora alzai quel braccio debole e tremante. La palla lasciò l'acqua. Il portiere (non era mica Bodrone, sono quasi sicuro che fosse un altro) si mise in pressione, alzai ancora di più il braccio armato e di conseguenza, pur avendo fatto molti progressi in acquaticità, affondai fino agli occhi (all'unico occhio, l'altro, ricordo, era coperto dalla calottina). Azzardai due o tre finte che non preoccuparono affatto il portiere, poi guardai l'incrociatore che mi stava arrivando addosso avanti tutta e il panico fece il resto. Invece di tirare forte e teso mirando un angolo della porta come sarebbe stato giusto vista la posizione, feci partire una palombella (un pallonetto morbido) che si usa solo quando il portiere è spiazzato. Invece era piazzatissimo. Per questo non se l'aspettava. La parabola si alzò, poi si abbassò ed entrò dove doveva entrare. Gol.
In tribuna, qualcuno disse “Quello è mio figlio”.
Cus Torino, sono quello in mezzo in basso (peloso)
L'allenatore approfittò del gol per fare le sostituzioni quindi per fare uscire me. Ma che importava?
Rimasi in forza (si fa per dire) al Fiat per tre anni. Non diventai mai veloce, ma supplivo con altre doti. Quali? Non ricordo. La prima squadra del Fiat pallanuoto giocava in serie A. Voglio dire: se fosse caduto l'aereo con la prima squadra e poi quello con le riserve, se tutti gli juniores fossero morti di ebola e gli allievi si fossero ammazzati di seghe, allora sarebbe toccato a me scendere in vasca e giocare in serie A.
Non accadde mai nulla del genere, anche perché le trasferte si facevano in pullman.
All'età di diciassette anni, il Fiat mi cedette gratuitamente al Cus Torino, (sai che regalo...)! che militava in serie C. Lì non c'erano squadre giovanili, solo la prima squadra. Insomma, ero un giocatore di serie C, quelli che nel calcio stanno in due in una figurina. L'allenatore era ligure e si chiamava Piccardo. Mi diceva solo una cosa, con un pesante accento di Bogliasco: “Aldo Aldo, ricorda: “Bacco tabacco e venere riducono l'uomo in cenere”. Me lo diceva un po' a cazzo perché sì, fumavo, ma non bevevo e le ragazze proprio non me la davano.
I rapporti con i compagni al Cus erano diversi. Qui c'era gente di tutte le età. C'era Puleo, un siciliano che, non so perché, ma non mi ha mai picchiato, pur se gli si leggeva nello sguardo la voglia di farmi male. C'erano vari personaggi e c'erano anche Claudio e Mamo, che furono i miei migliori amici di quel periodo. Insomma, cominciai a divertirmi anche se in serie C il primo gol devo ancora segnarlo. Ma non si sa mai.

giovedì 28 aprile 2016

Parcheggio di cortesia

Interrompo un bel silenzio, per il quale nessuno si è lamentato, per scrivere un post che nessuno mi ha chiesto. Oggi sono andato al Gigante come quasi tutti i giorni. Ho parcheggiato nel sotterraneo, come sempre. E come sempre, passando accanto alla fila di posti riservati a donne in gravidanza e/o con bambini piccoli, mi sono incazzato. Sono 8 – 10 posti contrassegnati da strisce rosa in terra e da un cartello appeso in alto. Si trovano vicini agli ascensori e al tappeto mobile che conducono al piano di sopra e alla piattaforma commerciale. Lo scopo è evidente: agevolare un minimo la vita di chi si porta appresso una pancia o si trascina un bambino piccolo.
In un paese in cui il tasso di natalità è il più basso del mondo, i 10 posti riservati alle donne incinta all'urban Center di Rivarolo alle 11 sono tutti occupati. Ogni tanto, non più di una volta a semestre, quando mi gira, attacco briga.
La donna che oggi sta scaricando il carrello nel baule della sua 500 sta fumando (vietato nel garage) e non sembra incinta.
- Auguri per la gravidanza – le dico.
Mi guarda senza capire per mezzo secondo. Nel mezzo secondo successivo, la mano con la sigaretta fa il tipico gesto italiano che vuol dire: “cazzo vuoi”?
- Ah scusi, pensavo fosse in gravidanza - dico.
Mi rendo conto di due cose, forse più di due:
a) non ha capito la provocazione o, se ha capito, la cosa non la sfiora.
b) io passo per un deficiente, ma non mi sento tale. Più che altro mi sento impotente. Sapete quante volte ho già esposto il problema alla Direzione del Gigante? Mi hannno detto che il garage fa parte del centro commerciale e non del supermercato. È un po' come dire che il condomino X, titolare di 15 dei 18 alloggi del condominio Y non ha nessuna responsabilità se i marciapiedi sono sconnessi. Come se in assemblea
c) la mia scena non serve a niente.
Finita la spesa, scendo, stessa situazione di prima. Questa volta è un uomo, grosso ma basso, più vecchio di me, ma affatto disabile. Sta salendo, anche lui su una 500. Che sia - escluso l'amico Vittorio naturalmente - l'auto degli stronzi?
Evidentemente non posso fare la stessa battuta di prima. Allora gli chiedo semplicemente, con tatto e delicatezza e persino con un sorriso, se ha visto il cartello.
Lui non mi risponde. Ha sentito, ha capito, semplicemente non mi risponde. Non mi guarda nemmeno, sono trasparente come una merda di falena.
So cosa pensa lui e cosa pensate voi: “ma qualcuno ti ha eletto paladino delle donne? Pensi di essere una bella persona?”
No, no, no. Non è come pensate. L'incazzatura è solo in parte per le donne. È soprattutto una questione di regole. Se io non metto la macchina lì, se non ce la mettono le persone per bene, trattandosi di posti riservati a una categoria precisa, perché cazzo devi metterla tu? Soprattutto quando il resto del parcheggio è vuoto a metà. Non è sabato e non è domenica quando il supermercato è pieno (sulle aperture domenicali ne parliamo un'altra volta). Ci sono posti liberi a sei, sette passi da quelli riservati. Se non rispetti regole così facili da rispettare, cosa non fai nel resto della vita?
Non sto parlando di morale personale, di etica o educazione, sto parlando di regole, senso civico o senso dello Stato, quello che hanno, per esempio, i tedeschi. Qui manca e al Gigante non è mai sugli scaffali. Gli italiani lo confondono con la patria, che è quella per la quale tifano davanti alla televisione.
Oggi non mi è venuto in mente, ma la prossima volta, domani o quando sarà, farò qualche foto con il telefono e ve le mostrerò, alla faccia della privacy: che se la mettano nel culo.
di condominio non avesse nessun potere.
c) la mia scena non serve a niente.
Finita la spesa, scendo, stessa situazione di prima. Questa volta è un uomo, grosso ma basso, più vecchio di me, ma affatto disabile. Sta salendo, anche lui su una 500. Che sia - escluso l'amico Vittorio naturalmente - l'auto degli stronzi?
Evidentemente non posso fare la stessa battuta di prima. Allora gli chiedo semplicemente, con tatto e delicatezza e persino con un sorriso, se ha visto il cartello.
Lui non mi risponde. Ha sentito, ha capito, semplicemente non mi risponde. Non mi guarda nemmeno, sono trasparente come una merda di falena.
So cosa pensa lui e cosa pensate voi: “ma qualcuno ti ha eletto paladino delle donne? Pensi di essere una bella persona?”
No, no, no. Non è come pensate. L'incazzatura è solo in parte per le donne. È soprattutto una questione di regole. Se io non metto la macchina lì, se non ce la mettono le persone per bene, trattandosi di posti riservati a una categoria precisa, perché cazzo devi metterla tu? Soprattutto quando il resto del parcheggio è vuoto a metà. Non è sabato e non è domenica quando il supermercato è pieno (sulle aperture domenicali ne parliamo un'altra volta). Ci sono posti liberi a sei, sette passi da quelli riservati. Se non rispetti regole così facili da rispettare, cosa non fai nel resto della vita?
Non sto parlando di morale personale, di etica o educazione, sto parlando di regole, senso civico o senso dello Stato, quello che hanno, per esempio, i tedeschi. Qui manca e al Gigante non è mai sugli scaffali. Gli italiani lo confondono con la patria, che è quella per la quale tifano davanti alla televisione.
Oggi non mi è venuto in mente, ma la prossima volta, domani o quando sarà, farò qualche foto con il telefono e ve le mostrerò, alla faccia della privacy: che se la mettano nel culo.

sabato 19 marzo 2016

Susanna, Michela e Marina

Chiedeva memoria. Diceva di non averne abbastanza. Mi domandava spazio, altrimenti non avrebbe potuto - avvertiva - installare certi aggiornamenti. E così, infastidito dai continui avvisi che si succedevano con la stessa ottusa insistenza di certi operatori di call center, un giorno mi sono deciso e l'ho accontentato. Svuota qui, cancella là. In breve mi sono trovato a premere con sadica pressione su questo e su quello. Cancellare? Sì! Siete sicuri? Sì!
È andata così: preda di un orgasmo crescente, cancellavo, svuotavo, distruggevo e intanto a voce alta esprimevo la mia frustrazione: “Va bene adesso? Hai abbastanza spazio? Ne vuoi ancora?”
No, non gli bastava: nonostante la strage perpetrata, per i nuovi aggiornamenti lo spazio non bastava ancora e certe applicazioni non potevano funzionare.
Sconsolato e rassegnato, ho riconquistato un poco di calma immaginando di rivolgermi all'assistenza. Ma in quel momento un piccolo dubbio si è mostrato. L'ho visto solo con la coda dell'occhio, ma l'ho visto. Ho pensato per un istante di aver fatto troppo, di aver esagerato. Come un chirurgo che rivivendo nella mente stanca l'operazione appena conclusa, si rende conto di aver inciso troppo profondamente e teme di aver arrecato un danno al paziente. Mi sono quindi rivisto in quel minuto di follia mentre eliminavo delle icone che, come unica colpa, ostentavano una pingue dimensione. Tra quelle, anche una il cui nome, così semplice e immediato, avrebbe dovuto farmi riflettere: “contatti”.
Ne occupava di spazio quell'applicazione! Un mega e forse più! Birra fresca per la sete di memoria del misero telefono. Però quel nome... il dubbio cresceva e io lo conoscevo bene. È quello che mi ronza intorno con pigri cerchi quando so - non ancora coscientemente - di aver fatto qualcosa di sbagliato. Io lo vedo così, come un grumo che descrive delle orbite, che definirei basse. Per capirci, se io sono in piedi, il pensiero mi nuota intorno, al largo, all'altezza delle caviglie. Quando si trova dietro di me non lo vedo e non lo sento, ma quando passa davanti e le orbite si fanno più strette e più alte, è impossibile non notarlo. E non molla, non molla mai. Nessuno molla mai: non molla il telefono, non mollano i call center, non mollano i sensi di colpa: solo io cedo. Cedo e alla fine lo prendo in considerazione.
Il dubbio di aver sbagliato. Perché poi chiamarlo dubbio quando ormai è una certezza? Certo che non dovevo eliminarlo quel programma che si chiamava “contatti”. Come è potuto venirmi in mente? Perché non ho contato fino a tre, non dico dieci, ma almeno fino a tre prima di premere ELIMINA? Lo sapevo quello che stavo facendo. Quindi? Adesso non resta che verificare, ma c'è poco da scoprire.
Apro la rubrica e scopro con un sollievo che non credevo possibile che i nomi e i numeri ci sono ancora! Mi sembra di aver ricevuto la grazia quando il boia aveva già posato la mano sulla leva che alimenta la sedia elettrica. Non li ho persi i miei numeri di telefono! Sono ancora lì!
Ma il sollievo è effimero e dura pochi secondi. I nomi rimasti sono forse dieci, dodici a dir tanto e sono quelli che si erano nascosti, chissà perché, in qualche memoria secondaria.
Saranno stati tre o quattrocento i miei contatti e non ci sono più.
Va bene. Ce li faremo ridare. Amici, conoscenti, parenti... tramite le email li richiederò e in qualche settimana avrò ricostruito l'archivio. È un danno più che altro per il morale. Una spia che si è accesa per avvertirmi che il mio equilibrio è in riserva.
Improvvisamente, però, mi rendo conto che, insieme ai numeri davvero utili, che saranno stati al massimo una cinquantina, si sono estinti anche plotoni di sconosciuti. “Madre Bu” Ma chi era “Madre Bu”? E “Piero Castel”? "Castel” sta per Castellamonte? Conosco un Piero a Castellamonte? Io non riconosco i volti delle persone, figuriamoci se ricordo i nomi. Non tutto è male, quindi: la cancellazione ha igienizzato la memoria del telefono e anche la mia.
C'erano però dei nomi, che conoscevo benissimo, che mi dispiace aver perso, nonostante fossero i più inutili di tutti. Quei numeri non li avrei mai utilizzati, né avrei mai ricevuto chiamate da loro. Erano quelli di Susanna, Michela e Marina. Li ho conservati per anni e sono sopravvissuti a revisioni e cambi di telefono. Si presentavano ogni tanto, in occasione di qualche ricerca. Digitavo “Su” e spuntava Susanna. Non era lei che cercavo, ma mi faceva piacere vederla apparire tra i suggerimenti, visto che sui sentieri della Val Soana non l'avrei più incontrata. Digitavo “M” e magari saltavano fuori Michela e Marina.
Perché tenere nella memoria del telefono nomi e numeri di un'amica e di due carissime cugine che non ci sono più?
Io non li avrei mai cancellati. È stato un dito isterico a recidere, in vece mia, quel legame.
Un amico, al quale ho raccontato questa storia, evidentemente ascoltandomi con stoica attenzione, nonostante la noia che l'aneddoto porta con sé, alla fine mi ha detto: “le hai lasciate andare”.
Ho sorriso con lui, ringraziandolo per il pensiero, che è moto bello. Mi piace pensare che sia così. In realtà non è vero che le ho lasciate andare: Susanna, Marina e Michela continuano a essere con me, tanto quanto prima, anche se non ci telefoniamo mai.

domenica 10 gennaio 2016

Perdere i contatti

Giuro che è la verità, tutta la verità.
7 gennaio, ieri, alla cassa n. 6 del Pam. Stavo mettendo le cose sul nastro quando mi suona il telefono. Chi chiamava non è tra i miei contatti perché appariva un 349... ma non vuol dire perché sono riuscito a cancellare la rubrica del telefono un mese fa.
Io: Pronto?
Voce. Buongiorno dottor Costa, sono Sacco (l'unica invenzione in questa cronaca sono i nomi). Ci aveva messi in contatto il dottor Peroglio, ricorda?
Io: Buongiorno, certo. (Hanno sempre ragione gli altri, inutile manifestare dubbi, meglio mostrarsi pronti e lucidi. Non riconosco i volti delle persone, figurarsi i nomi.)
Sacco: Volevo sapere quando possiamo vederci per parlare di quella iniziativa sui medici, quella di cui le accennavo prima di Natale.
Cassiera: Ha la tessera?
Io: Sì
Sacco: Quando le fa comodo? (dalla voce il dottor Sacco dimostra più o meno la mia età)
Io: dottor Sacco, potrebbe richiamarmi tra dieci minuti? In questo momento sono un po' in difficoltà.
Cassiera: non ha pesato i cavolfiori.
Io: ha ragione. (panico)
Sacco: non si preoccupi, la richiamo io, dottore.
Ora, siamo nel 2016. Quest'anno a luglio, Dio volendo, compirò 57 anni. Nemmeno troppi. Però la memoria già adesso mi difetta. Più che memoria si tratta di concentrazione. Non riesco a concentrarmi su niente, poi per forza mi dimentico le cose. E di questa iniziativa sui medici io proprio non ricordo un cazzo. Ho un vago ricordo di una telefonata di lavoro ricevuta prima di Natale, ma che valore ha una telefonata prima di Natale quando le frasi che ci si scambia sono “ne parliamo dopo le feste”? Chissà a cosa stavo pensando. C'è anche la possibilità che Sacco voglia vendermi qualcosa. Magari prima di Natale mi hanno proposto qualche installazione e io li ho rimandati a dopo le vacanze. Ma dal modo di parlare di Sacco, non mi sembra.
Peso i cavolfiori, pago, arrivo a casa e subito suona il telefono.
Sacco: dottor Costa, disturbo? Sono Sacco.
Io: niente affatto dottore, adesso sono tutto suo.
Sacco: Niente, vorrei sapere quando posso venire da lei.
Io: da me...
Sacco: Sì mi dica quando le fa comodo, la prossima settimana?
Io: Sì la prossima settimana va bene.
Sacco: Mi dica lei, io ho ampia disponibilità
Io. No no, dottore mi dica lei, escluso mercoledì 13 che sono a Milano (mi piace da morire dire che vado a Milano ché mi fa sentire importante) sono libero.
Sacco: Allora mi dica lei.
Io: allora facciamo il 12?
Sacco: Il 12 va benissimo, da lei.
Io: Da me...
Sacco: Sì vengo io.
Io: Lei lo sa che non ho un ufficio, posso riceverla in casa... (veramente preferirei di no, dovrei passare aspirapolvere e mocio dappertutto)
Sacco: Mi può fare anche un caffè? (simpatico Sacco)
Io: Ma certo!
Sacco: Se venissi verso le 9?
Io: Perfetto, martedì 12 alle 9, lo sa l'indirizzo?
Sacco: No, se cortesemente mi dice...
Io gli do l'indirizzo e gli spiego anche come arrivare.
Sacco: Bene dottore, allora a martedì.
Io: Ah, dottore, di cosa parleremo esattamente?
Sacco: di quella card curata dal Dottor Peroglio, quella Card che permette di accedere a diversi servizi della sanità privata con sconti fino al...
Io, fingendo di ricordare, ma non ricordando nulla: ah, sì sì...
Sacco: tramite lei potremo appoggiare la distribuzione a tutta la rete degli agenti della Reale.
Io: Reale...
Sacco: Lei è Presidente degli agenti della Reale, no?
Io non dico mai no a nessun lavoro, ci mancherebbe, coi tempi che corrono, ma da questo a millantare di essere il Presidente degli agenti della Reale ce ne vuole. Cioè io gli posso anche dire di sì, ma poi come ne esco?
Io: Dottor Sacco, io sono un pubblicitario.
Sacco: Non è mica una colpa!
Io: No, però non so nulla degli agenti della Reale.
Sacco: No? Nemmeno dell'Unipol?
Io: No.
Sacco: Ma è un medico, almeno?
Io: No, lei mi ha chiamato dottore e io l'ho lasciata fare perché sono laureato in legge, ma non sono un medico.
Sacco: Eppure il dottor Peroglio...
Io: Forse non conosco nemmeno il dottor Peroglio...
Sacco: Forse?
Io: Io non sono mai sicuro di niente, dottor Sacco.
Il dottor sacco ride.
Io: Credo ci sia un errore, sa? (rido anch'io?)
Sacco: lo penso anch'io, adesso chiamo il dottor Peroglio e gli tiro le balle!
Io: Gliele tiri anche da parte mia.
Sacco: Mi scusi tanto per l'equivoco dottore.
Io: Ma le pare? è stato un piacere.

Giuro che è tutto vero.

sabato 14 febbraio 2015

Nanowar of steel

Concerto Metal dei Nanowar of steel, ieri sera al Cafè Liber a Torino. Io c'ero.
No, non mi serviva un alibi. No, non sono stato affidato ai servizi sociali. No, non avevo biglietti gratis e purtroppo non dovevo punirmi per aver commesso atti impuri. 
Nella mia personale classifica dei gusti musicali, il metal viene prima della lirica albanese, ma molto dopo il folk delle Isole Tonga. Per dire.
Quindi? 
Perché sono stato due ore a subire pestoni e spallate da giovani fan del cazzo che facevano “head banging” davanti al palco? (Per chi non lo sapesse, l'”head banging” consiste: primo, nell'agitarsi, secondo, nell'agitarsi e, terzo, nell'agitare avanti e indietro la testa, in modo che i capelli rilascino forfora nell'aria. Questa rimane in sospensione, illuminata dai tagli di luce, e c'è chi passa a tirarla su col naso pensando che si tratti di altro).

Quindi? Succede che i pezzi dei Nanowar mi prendono tanto da farmi immergere, volontario e pagante, in quella bolgia. Meglio: ci sono tre canzoni che mi mandano. Inserisco di seguito i link di youtube sperando che funzionino. Ascoltateli un paio di volte e non ve li toglierete più dalla testa. Vi fanno schifo? Allora sentite bene i testi. Fanno vomitare lo stesso? Allora toglietemi la patria potestà dei tre figli (magari!)  e toglietemi pure dagli amici. Io ci trovo intelligenza e creatività. Che così tanta non se ne vede in giro. 
Se incontrate problemi tecnici nell'ascolto, ditemelo: ho comprato anche il CD e ve lo presto. :-)


venerdì 6 febbraio 2015

I pedoni di Rivarolo

I pedoni a Rivarolo Canavese arrivano alle rotonde e attraversano senza guardare. Nemmeno un flash con la coda dell'occhio per controllare se ti sei accorto di loro. Non si fidano, ti sfidano. Sembra che pensino: “Prova a sfiorarmi con il tuo cazzo di paraurti e ti appendiamo in Piazzale Loreto, tanti quanti siamo”. Infatti sono sempre a decine. 
A Rivarolo i pedoni pronti ad attraversare sono densi come politici ad un'inaugurazione. Si presentano in cortei, ma rigorosamente in fila indiana, uno dietro l'altro. Impegnano le strisce a intervalli tali per cui in auto non si passa. Una processione che nei giorni di mercato raggiunge il 3X2.
Riassumiamo: non ti guardano, non ti cagano, vanno lemmi lemmi e, se gli gira, si fermano proprio sulle strisce perché è nel loro diritto. Passano perché è loro diritto; ti fanno fermare perché è loro diritto. Vengono da tutto il Canavese per esercitare i loro diritti proprio a Rivarolo.
Qualcuno potrebbe obiettare: “E cosa dovrebbero fare per attraversare?”
Giusto. Si fa così: ci si avvicina alle strisce e ci si ferma prima di mettere un piede sulla carreggiata. Si guarda nella direzione da cui provengono i veicoli e si valuta la situazione. C'è una sola auto in arrivo? Le si fa capire che può passare, perché dovremmo farla fermare, far sprecare freni, carburante e frizione? Perché c'è Carlo Conti che ci aspetta in TV? 
Al contrario, c'è una colonna di veicoli tale che non si vede la fine? Allora si guarda verso il primo della fila e si accenna a passare. Quello rallenta o si ferma. A questo punto gli si rivolge un cenno di ringraziamento o un sorriso e ci si leva dai coglioni alla svelta.
Non è difficile e con un minimo di allenamento possono farcela tutti.
O il cenno con la manina o il sorriso, Entrambi no. Penserebbe che lo state prendendo per il culo.


venerdì 23 gennaio 2015

Al Gigante

Questa mattina sono andato a fare la spesa al Gigante e ho parcheggiato nel garage sotterraneo, proprio davanti agli ascensori. Ma non è stato quello l'errore. Ero di corsa perché avevo lavorato fino alle 11 e mezza, poi avevo preso il caffè e, insomma, era tardi.
Ci sono due ascensori. Mi sono diretto verso quello che sembrava più prossimo alla partenza. Ho visto un uomo che stava entrando, ma non ci ho fatto caso. L'ho seguito. Ecco lo sbaglio.
Era un signore di una certa età, capelli belli bianchi, forse sui settanta, comunque agile e mobile. Mi sorride e mi dice qualcosa che non capisco.
Lui si rende conto che non ho capito e ripete. Mi fa notare che ci siamo appena visti al caffè e adesso ci ritroviamo sullo stesso ascensore. Io non mi ricordo assolutamente di lui, ma effettivamente ho appena preso un cappuccino da Gusto. Quindi sarà vero. Sorrido. Poi, invece di scattare fuori e mollarlo lì, commetto il secondo errore e dico la prima banalità che mi viene in mente: - Facciamo la stessa strada - 
- Io vengo tutti i giorni - confessa lui, uscendo dalla cabina di buon passo. Non sembra un settantenne e non sembra intenzionato a mollarmi.
- Anch'io. - ribatto. - Se non vengo qua, vado al Pam -
L'inutile chiacchierata potrebbe essere finita, ma mentre camminiamo affiancati in direzione del supermercato, lui dice di nuovo qualcosa che non afferro. Dev'essere una domanda perché il tono è interrogativo. Mi sta diventando simpatico perché sembra curioso e a me i curiosi piacciono. Però vorrei anche sganciarmi perché come adoro stare da solo io, lo adoro solo io.
Cerco di ricordare le parole che mi ha rivolto e che suonavano un po' come “pensione”. Mi chiede se vivo in pensione? Ma perché dovrei vivere in una pensione? che domanda è? Allora commetto il terzo e ultimo errore: gli chiedo di ripetere.
- Lei è in pensione? - domanda.
La riga che avete appena letto, se siete arrivati fin qui, costituisce il climax di questo aneddoto (tutto vero al 100%, giuro). Cioè: quel deficiente, vecchio bacucco di merda con la prostata ipertrofica mi chiede se sono in pensione? Mi è venuto subito in mente quel post che ho letto su Facebook, quello che parla del giorno più di merda dell'anno. Ecco, era oggi.
Ma come può essergli passato per la testa che io possa essere in pensione? Ho la faccia da pensionato? Il passo da pensionato? Le spalle da pensionato? I soldi di un pensionato? Ma voi, domandereste mai a Clint Eastwood se è in pensione? E ha 29 anni più di me. Lo chiedereste a Tom Cruise? Che è più giovane di me di soli due anni e non è vero che è nato il 4 luglio. “Io” sono nato il 4 luglio, lui il 3!
Ma sto stronzo, perché non mi ha chiesto “Lei è del PD?” Gli avrei risposto “suca” ma saremmo rimasti amicci. “Lei è gay”? Non mi sarei minimamente offeso. Porto spesso il cerchietto nei capelli, giusto per vederci quando guido. Ci potrebbe stare. “Lei è coglione?” Ma sì che sono coglione, ma non sono in pensione, Dio fanale!
- Io sì - ha detto lui, dopo che io gli ho risposto che no, non sono in pensione, e che non ci andrò mai. 
Lui, invece, lo ha affermato con orgoglio. È proprio contento di essere in pensione, il picio.
Io ero così sotto shock e così umiliato che non sono riuscito ad aggiungere nulla. Non ho la battuta pronta quando mi fanno del male. Ho fatto la spesa e sono tornato a casa come in trance. Mi sono ripreso solo verso sera.
Domani tornerò a fare la spesa al Gigante. Non voglio vivere nella paura d'ora in poi, per cui cercherò di incontrarlo. Lo aspetterò nel garage sotterraneo e farò in modo di prendere di nuovo l'ascensore con lui. In quei pochi secondi gli spiegherò che differenze ci sono tra lui e me (la pensione appunto) e farò in modo che il vecchio possa avere anche una seconda di pensione, sì, ma di invalidità!

sabato 27 dicembre 2014

Capodanni di merda

CAPODANNI DI MERDA
Come ogni anno ripropongo una simpatica iniziativa, ricordando i miei migliori Capodanni di merda, in modo che servano da esempio e ispirazione per i più giovani. La versione 2016 è aggiornata con due straordinari inediti


1967 anno più anno meno. Mi imbosco alla festa di mia cugina, spazzolo decine di tramezzini e vomito verso le 22 sul suo vestito da ballo.

1974. Dopo essere andati al cine a vedere I 3 giorni del Condor, finiamo tutti a casa di qualcuno. Qui si beve. Mi distraggo un attimo e dopo poco ti trovo il mio miglior amico G.B. che limona con la mia fidanzatina, F.G. Torno a casa e vomito tutta la notte.

1985. Con due amici finisco a Ceresole in una casa senza acqua né riscaldamento. Scendiamo a Locana dove ci hanno segnalato una festa. Ci imbuchiamo alla festa. Tutti seduti lungo il perimetro di una stanza. Sono tutti di CL. Cantiamo roba di chiesa per 10 minuti poi con la scusa di uscire a fumare scappiamo a morire assiderati nel nostro letto.

1987
Mia madre decide che devo mettermi con la figlia della lattaia (che non ho mai visto) "Vai in negozio prendi il latte e la conosci". Vado, la vedo e torno a casa. Dico a mia madre che sembra la figlia di Fantozzi. Lei mi chiede se ho alternative. Così, finisce che parto con la figlia della lattaia. L'ultimo ricordo che ho è il decollo da Linate per Monaco. Rientriamo il 2 a Caselle. Credo e mi auguro, ma ne sono abbastanza certo, che non sia successo nulla nell'intervallo.

1989
Offro una ripugnante performance sessuale decembrina con questa nuova amica. Ciò nonostante, lei mi propone ugualmente di accompagnarla a Budapest a Capodanno e io penso che sia per darmi una seconda possibilità. Trascorro invece 30 31 e 1 a elemosinare un po' di sesso e ottengo lo stesso successo di un posteggiatore abusivo nigeriano a Treviso.

1990
La collega P. con la quale ho rimediato una pessima performance sessuale in agosto, mi invita in montagna a Sauce d'Oulx. No, non è vero. Sono io che mi invito da lei. La sera vanno tutti a prendere l'aperitivo, io devo ancora fare la doccia. “Torniamo a prenderti per le dieci - dieci e mezzo e andiamo a San Sicario. Non esistevano ancora i telefonini. Verso mezzanotte sospetto che mi abbiano dimenticato, All'una salgo sulla mia A112 e torno a Torino.

1992. Durante il trasloco da una casa all'altra in Torino, io e la mia compagna (nel frattempo mi ero fidanzato) invitiamo un unico amico a cena per il 31. Dopo cena ci accomodiamo sui divani. Io e lei ci addormentiamo. Il nostro amico se ne va alle 23.

2005. A Favria.cenone italo-rumeno in cascina. Mangiamo seduti su panche senza schienale. Il cibo è tutto freddo e noi mangiamo con la giacca a vento addosso. Il vino è ghiacciato, i bambini corrono dentro e fuori lasciando sempre le porte aperte. La fiamma del camino si ghiaccia e si spezza. Figlio 3 è agitatissimo. Salta, corre, corre e salta. Finalmente a mezzanotte e dieci ci alziamo per andarcene. è allora che Figlio 3 vomita in 4 posti diversi. Puliamo fino alle 2.15

mercoledì 28 marzo 2012

IL 34

Il 34 è una linea di merda. Un'ora e dieci minuti dal cimitero sud a Porta Nuova, che se lo avessi mai immaginato l'avrei fatta a piedi, con applausi da Pierre Dukan. A bordo solo vecchi, che non sai se sei abbastanza giovane per lasciargli il posto quindi, nel dubbio, ti limiti ad odiarli perché non ti hanno avvertito che è una linea di merda. Il tour a zig zag, tra via Farinelli e via Monastir, con l'unico scopo di fare il pieno di pensionati che prendono la pensione non lo augurerei nemmeno alla Fornero. Un regista cinese ci farebbe un film di discreto successo. Un gerarca nazista potrebbe trarne ispirazione. Il progettista della linea deve aver fatto la colonscopia il giorno che l'ha disegnata e qualcosa deve essere andata storta. Gli sta bene.
Sono arrivato all'appuntamento con 35 minuti di ritardo. Torino è una città piccola e con la metropolitana è persino vivibile. Ma appena esci dalla green zone sei nella merda. è peggio che sui freccia rossa. Là ci sono la prima, la seconda, la terza e la quarta classe. La quinta classe non c'è, ma c'è il 34.

lunedì 17 marzo 2008

Il Paradiso dei poveri

La storia alpinistica del Vallone d’Eugio è di nessuna importanza ma compensata da un’aneddotica di vita, lavoro e transumanza da far apparire i Malavoglia una famiglia fortunata. Abbandonato ormai da mezzo secolo dai montanari, dismesso da alpinisti ed escursionisti, solamente il tempo si prende cura di questo vallone, che si presenta ai rari visitatori nello splendore della sua rovina.

Il ghiacciaio che a suo tempo si è preso il disturbo di modellare il Vallone, scivolando da nord verso sud, ha preso le mosse dal Moncimour (3167 m), Punta Gialin (3270 m) e dalla Piata di Lazin (3108 m).

Nel fuoco costituito dalla triangolazione delle 3 montagne, la superficie del Lago Gelato interrompe il grigio dominante di pietraie infinite. Le rive sono inagibili anche per chi ama gli scogli, tranne che lungo la sponda meridionale dove le rocce montonate formano una piccola spiaggia e uno dei rari tratti pianeggianti di tutta la valle. È uno dei laghi naturali più grandi del Parco del Gran Paradiso, ma anche uno dei meno visitati poiché per giungervi occorre superare un dislivello di 1.800 o di 1900 metri, a seconda che si scelga di penare passando dalla Val Soana o patire attraverso il Vallone di Piantonetto, Valsoera, e passo di Moncimour.

Di arrivare dal basso non se ne parla.

Seguendo le tracce dei danni provocati dal ghiacciaio durante la discesa, ci si accorge presto che l'orario di visita del Vallone è finito già da molto tempo. Ne è prova la mancanza di un sentiero o quanto meno di una traccia. Avvistare un ometto di pietre è un’esperienza esaltante, ma non particolarmente utile perché un punto, senza un altro punto a cui unirlo, non serve per tracciare una rotta. Con il sopraggiungere quotidiano della nebbia, la discesa si complica e, a consuntivo, presenta un conto salato: due ore abbondanti per quattrocento metri di dislivello.

Intorno ai 2500 metri, dove l’erba comincia a insinuarsi tra le rocce, appaiono i due laghi Bort, uniti da un magro rio che non sa se essere l’emissario del primo o l’immissario del secondo. Poco dopo si tocca il solitario lago Bocutto. Se il vallone d’Eugio fosse un’ostrica, il lago Bocutto sarebbe la sua perla. Il vallone è più una cozza che un’ostrica, ma il lago è ugualmente un gioiello e la sua vista vale, da sola, i graffi e le fatiche del viaggio.

Dal lago Bocutto il sentiero dovrebbe portare all’alpe dei Fons, ma sul posto il sentiero non c’è. L’unico metodo per orientarsi consiste allora nell’immedesimarsi nei pastori di un tempo e chiedersi dove si potrebbe edificare una baita. Ma anche così l’Alpe dei Fons appare solamente quando si è ormai rinunciato a cercarla. Le capanne di pietra sono solo pietre tra le pietre.

Nel tratto successivo i rododendri si insinuano tra le rocce celandone i crepacci, non c’è sentiero e i ruscelli scorrono sotto la vegetazione, rendendo viscida l’erba di superficie. Verso il basso si intuisce un salto di cento e più metri sopra il lago Nero.

Superato anche il Lago Nero, lungo il Piano d’Eugio macigni di enormi proporzioni giacciono spaccati su un pianoro prativo. Proprio qui, dove non servirebbe, il sentiero ricompare e si fa strada tra gli ontani fino all’alpe Savolere che resiste ancora in buono stato. Il nome dell’alpeggio probabilmente richiama la vicinanza con l’acqua. La radice del toponimo Savolere, è la stessa di Savara, il torrente della Valsavarenche. Saular, inoltre, in franco provenzale significa insabbiare e può indicare un luogo in cui il torrente, straripando, ha portato della sabbia.

La diga del lago d’Eugio è una fortezza Bastiani nella solitudine del vallone. L’invaso è presidiato da alcuni guardiani che abitano a turno in una palazzina di pietra costruita su uno sperone naturale al centro della diga. Vi giungono a bordo di un carrello a rotaia, trainato a fune su un piano inclinato, una comodità che evita la fatica e i tempi di salita da Rosone, 1000 metri più in basso, ma cancella anche ogni speranza di mantenere agibili i sentieri.

Un sentiero in verità c’è, è il gta, una riga rossa sulla cartina che proviene dall’adiacente vallone di Praghetta, attraversa la valle ai piedi della diga, e risale sul versante opposto per sparire oltre il monte Arzola. Un sentiero ben segnato, ma poco frequentato e con l’erba che lo invade ovunque, soprattutto lungo i tratti a mezzacosta che richiederebbero più larghezza e pulizia per evitare vertigini e passi pericolosi.

I morti, tuttavia, non si trovano sotto il gta, ma disseminati alla fine degli anni ‘50 lungo il piano inclinato del carrello, ai piedi di qualche salto di roccia o dentro le montagne. All’epoca della sua costruzione, la diga dell’Eugio, insieme a quelle di Ceresole Reale, Teleccio, Valsoera e al complesso di opere idriche, che portano l’acqua alle turbine delle centrali elettriche di Villa, Rosone e Bardonetto, sono state teatro di decine di incidenti mortali. False micce, prive del filo di seta, che facevano esplodere le mine senza ritardo, crolli e cadute erano gli incidenti più comuni. Per non dire della silicosi che ancora oggi uccide i minatori che hanno realizzato decine di chilometri di gallerie.

Visto dalla banchina della diga, il terzo inferiore del Vallone d’Eugio è un mare di chiome mosse, sul cui fondo si trovano i relitti di numerose frazioni. La prima ad apparire, continuando la discesa, è Case Uggetti, posta in un bel piano a 1250 m. Il nome è probabilmente quello di una famiglia. Resta da verificare se è il vallone d’Eugio che ha battezzato gli Uggetti o viceversa.

Il sentiero, quando si vede, scende di poco sulla destra orografica della valle, dove costeggia un canale che un tempo portava l’acqua alle frazioni sottostanti, e conduce quasi in piano a Veso, la frazione che era sede di scuola elementare. A Veso vivevano stabilmente agli inizi del ‘900 15-20 famiglie per una stima di circa 100 anime, curate dal medico condotto quando c’erano i soldi e dal prete di Locana per le festività. I pantaloni della festa, così come quelli di tutti i giorni erano prodotti con tela di canapa tinta con un pigmento marrone, ottenuto dalla bollitura del mallo delle noci. Il guardaroba invernale era a base di lana, filata e poi lavorata di notte alla luce del fuoco o delle lampade ad acetilene.

Il sentiero giunge a Balmetta, dove nel 1931 nacque Mariuccia e dove sua madre morì di polmonite pochi mesi dopo. In quegli anni il messo comunale contava ancora 80 vacche nella valle, per non dir di pecore e capre. Si producevano toma e burro, che si portavano, insieme alla legna di faggio, al mercato di Locana il mercoledì. Si ritornava con sale, farina gialla e qualche pezzo di pane per i bambini. Il vino si comprava per Natale: un decalitro non di più. Fu in occasione di uno dei viaggi a Locana, che la madre di Mariuccia, sudando sotto il peso della cesta colma, si ammalò e morì in tre giorni. Fu portata a valle legata su una scala che fungeva da barella. Non c’era altro modo per trasportare i defunti. Il padre di Mariuccia, invece, scese a valle trasportato dentro una cesta, piegato in due per i dolori, asciugato e rinsecchito dalla febbre, ma ancora vivo. Tuttavia i medici non poterono nulla contro il tifo nero che aveva contratto qualche giorno prima, quando era sceso al piano per la raccolta della meliga.

Oggi, a Veso e Balmetta non splende più il sole, perché faggi e castagni sono cresciuti alti e forti, concimati dalla fatica accumulata tra queste pietre. Radicano nelle cantine, sfondano travi marcite e si contendono l’un l’altro la luce del sole, annegando in un’ombra perenne i resti delle case.

Tra questi viottoli, con un briciolo di fantasia non è difficile immaginare il maestro elementare che si intrattiene con la madre di qualche alunno, magari per dire che il bambino non deve più fare assenze, che se no non si sa come va a finire. Alla scuola di Veso aspettano il maestro 55 alunni nel 1888, 16 nell’inverno del 1937-38 e solamente 9 nel 1950. Per mettere insieme questi ultimi si deve attingere da tre diverse borgate. 

L’emigrazione compie la sua opera devastatrice a cavallo della prima guerra mondiale. Chi partiva per le Americhe non diceva nulla in famiglia. Quando la moglie riceveva una cartolina da Genova, capiva e aspettava di essere chiamata. Forse.

Nel ’52 Mariuccia si sposa a Locana e non torna più nella valle. Le case costruite pietra su pietra, senza cemento, tenute insieme da sacrifici, bestemmie, preghiere e calce di poca qualità, rovinano presto. In alcuni casi il fuoco accelera i crolli.

A valle di Balmetta, dove lo zelante esposimetro impedisce alla macchina fotografica di scattare, il bosco si infittisce, ma si intuisce che la fine è vicina. Scorrono i titoli di coda, l’angoscia si scioglie. Il sentiero è ripido, ma non c’è più rischio di perdersi. Scalini e svolte in breve portano sotto il tiro di un gigantesco masso che spunta nel fitto del bosco. Si erge più alto degli alberi più alti, ma diversamente da questi è sprovvisto di radici, e prima o poi scivolerà giù, chiudendo per sempre l’antica strada per l’Eu
gio.

È solo questione di tempo, ma qui il tempo è l’unico padrone.


sabato 4 agosto 2007

Margherita

15 giorni di Medals Plaza durante Torino 2006, 15 concerti con star della musica internazionale: Anastacia, Ricki Martin, Lou Reed, Paolo Conte, Avril LAvigne, Nek, Max Pezzali, e tanti altri. Quattro presentatrici: Luisa Corna, Alba Parietti, Simona Ventura e lei, Alena Seredova, così bella che gli esperti consigliano di  guardarla attraverso un vetro affumicato, come durante le eclissi di sole. Così alta che chiunque si faccia fotografare vicino a lei non sa quel che fa.

Io c'ero, 18 ore su 24 a scrivere i testi per le 4 madrine. Con Simona Ventura, a saperlo, potevo anche stare a casa, perché improvvisa ed è brava.

Con Parietti e Corna sono gioie e dolori, ma con
lei, Alena, è poesia: lei è il vento e non sa che può far male. Provate a inserire "Seredova" su Google e cliccare su "immagini". Fatto? Anch'io, per straziarmi ancora un po'. Seredova che nel camerino, jeans slacciati, mi dice "Sono in ritardo, dammi i testi che li leggiamo mentre mi cambio!" e io che mi domando  perché non ho combattuto meglio il colesterolo in questi anni. Seredova che è felice come una bambina quando le procuro una bandiera della Repubblica Ceca. Seredova che condisce le mie parole con il suo accento straniero. Seredova che lancia Max Pezzali e riscalda il cuore del pubblico zuppo di pioggia.

Resto nel backstage per 10 giorni, ma l'ultima sera, quando tocca a Cocciante scendo tra il pubblico, in prima fila con sopra la testa il palco più bello che abbia mai visto. Arriva "Bella senz'anima" e dopo un po' "Margherita". Tutta. Dal vivo. Adesso posso anche morire. E invece no. Cocciante è felice. È il primo concerto che tiene in Italia da otto anni. Si vede che è emozionato davvero e noi del pubblico che siamo veri bastardi lo facciamo volare alto con un'ovazione. Ci casca e ci chiede se vogliamo cantare Margherita insieme a lui. E noi figurati: "sì!!!!!!!!!!"

Si risiede al pianoforte e ricomincia. "Io non posso stare fermo..." Sento i capelli alzarsi sulla testa, un brivido mi percorre la nuca e stringe forte la gola. "...con le mani nelle mani..."  Non riesco a cantare. Non passa il fiato. Si chiama emozione. Poi tutto finisce. Finisce Cocciante. Finiscono le Olimpiadi. Anche Alena Seredova finisce che se ne va. Ma prima mi cerca e mi saluta. Si china su di me, con le mani mi afferra il volto (per evitare sorprese da parte mia, suppongo) e mi dà due baci, uno a destra e uno a sinistra. Dai 140.000 watt del palco giungono ancora le note dell'inno olimpico di Baglioni. E io (fanculo al principe azzurro) mi sento Mammolo baciato da Biancaneve.

Desperate housewives

Può capitare di essere lasciati da una donna. Ma farsi abbandonare contemporaneamente da 4  casalinghe, un lunedì sera, non è spiegabile neanche con l'alito cattivo. Purtroppo di spiegazioni la Rai non ne dà mai: quando tronca una storia, la chiude senza tanti preliminari e se ne frega se una sera scopri di punto in bianco che è finita, e te ne rimani lì, stupido, con il telecomando inclinato verso il basso, la mandibola cascante e il torcicollo, come quando ti addormenti sui sedili di Trenitalia.

Non lo sapevi? Non leggi Sorrisi e Canzoni? Allora piangi e taci.

Ma come? Ma lo sa la Rai che se ogni lunedì riuscivamo a sopravvivere all'ufficio prima e alle nostre famiglie dopo, era perché la sera ci trasferivamo in Wisteria Lane? E per la Rai, questi mesi non hanno significato nulla? Tutto lo share che le abbiamo dedicato, settimana dopo settimana, è stato portato via dallo sciacquone come quando avevamo tredici anni e passavamo i pomeriggi chiusi in bagno?

Avremmo dovuto renderci conto che il sentimento era a senso unico già quando la Rai ci ha dato il bidone con gli appuntamenti fissati "Oh, avevate capito martedì? No, no era lunedì"

Prendiamone atto. Non abbiamo mai contato niente e ha sempre avuto ragione Ferradini "dille che l'ami e sta sicuro che ti lascerà". 

Il problema è che qui ne amavamo 4, e ciascuna in un modo speciale. E così ciascuna ci mancherà in un modo tutto suo.

Gabrielle, la signora Solis, che a vederla in guepiere ti sale la febbre esterna, interna e intermedia. Appenderemo il suo poster in casa e il suo volto sarà lo screen shot del pc, salvo passare alle bandierine di Windows all'arrivo di nostra moglie.

Bree Van de Kamp, così algida, così palesemente derivata del poliuretano, forse riusciremo a dimenticarla, ma non appena chiuderemo gli occhi, i suoi capelli ramati torneranno a colorarci le notti di malinconia.

Lynette non la dimenticheremo per due motivi: o perché ne abbiamo sposata una uguale e ce l'abbiamo in casa, o perché sarà lei a dimenticarsi di noi, totalmente divorata dalla sua famiglia.

E infine Susan. Susan non siamo disposti a lasciarla andare senza combattere. Potremo rivederla in qualche altra serie, ma non sarà la stessa cosa, perché qualche indegno regista la farà apparire diversa dalla cerbiatta in amore da proteggere e coccolare.

Ritorneranno? Forse tra un anno, così dicono molti su internet. In America ritorneranno sicuramente, ma in Rai? Saranno sufficienti gli ascolti registrati dalla serie quest'anno per i buyer della televisione italiana? Siamo stati mediamente in 3milioni e 100mila a seguire le donne più  politicamente scorrette delle serie televisive, e dal momento che la Rai ragiona solamente con i numeri possiamo sperare bene, perché non siamo pochi. Però non siamo nemmeno così tanti da assicurare l'en-plein di entrate pubblicitarie.

Aspettiamo. Nel frattempo possiamo vedere e rivedere le cassette che abbiamo prudentemente registrato per saltare la pubblicità. (Eh sì!). E nello struggente ricordo, persino gli stacchetti con la mela che piomba giù ci faranno sentire un po' meno soli.



 

Culture a confronto

Ho la fortuna di conoscere una persona molto bella, che si chiama Muniba, Sadek, Hassan, Alì.

è egiziano, età non lo so, sui cinquanta, venti più, venti meno.

Mi piace perché possiede un senso dell'ironia e dell'autoironia che non credevo potesse stare in una persona sola, per di più in un musulmano.

In più in Muniba trovano posto anche tutti quei nomi, Muniba, Sadek, Hassan, Alì, che offrono lo spunto per una riflessione.

Siccome sono curioso, mi sono fatto spiegare, e la cosa funziona così: Sadek era suo padre, Hassan suo nonno e Alì il padre di suo nonno.

Suo figlio si chiama Fabrizio, Muniba, Sadek, Hassan. Non sarà sfuggito a nessuno che non c'è più Alì. Con la massima serenità, Muniba mi spiega che il figlio di suo figlio si chiamerà ancora Muniba come terzo nome e quando questo nipote avrà a sua volta un figlio, Muniba si troverà percolosamente in bilico in quarta posizione, alla fine della fila e all'inizio dell'oblio.

A questo punto il discorso si fa un po'; triste per noi occidentali, che bramiamo l'immortalità e furbescamente utilizziamo un'organizzazione anagrafica diversa, con l'uso dei cognomi. I cognomi ci salvano, perché con un po' di fortuna durano più di quattro generazioni. Ma a ben vedere la differenza è soltanto formale. Dopo i nostri nipoti, massimo pro-nipoti, chi si ricorderà di noi? Chi possiederà ancora un software obsoleto per visualizzare i jpg che ci ritraggono? E qualora ciò fosse, che senso avrà mai la nostra immagine riprodotta in pixel?

No, i conti giusti sono quelli degli arabi che non per niente sono gli inventori dei numeri: 4 generazioni sono uno spazio corretto per esistere in senso fisico e in forma di ricordo. Scomparire ha comunque i suoi lati positivi. Intanto non si è più soggetti fiscali, ma soprattutto si è finalmente liberi dallo spam e dalle e-mail rompicoglioni e non richieste come questa.