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venerdì 8 dicembre 2017

Suburbicon

Scritto dai fratelli Coen, interpretato da Matt Demon e Julianne Moore.
Ecco: qualunque regista (Vanzina e Neri Parenti esclusi ovviamente) saprebbe tirar fuori qualcosa di decente con questi elementi a disposizione,
George Clooney legge la sceneggiatura, si immagina il film e che fa? Inizia le riprese? No, prima si procura degli attori non protagonisti così efficaci che diventano più protagonisti dei protagonisti. Ci sono delle facce in questo film che reclamano la standing ovation. Ora, io ho una memoria davvero scarsa, altrimenti direi quante e quali citazioni ci sono nelle scene che si susseguono, nei volti e nella perfezione di certe inquadrature. Per esempio, non ho mai visto un pomolo di porta bello e illuminato come quello che ruota in Suburbicon, né un'ombra su un muro che sappia parlare bene come questa. Clooney, nel ritrarre l'uno e l'altra, riesce a far recitare come grandi attori persino ombre e riflessi.
Infine, Clooney fa il Clooney, ovvero tenta di rovinare il film infilandolo nel cestello della lavatrice e centrifugando con il programma "contesto sociale". Per fortuna la sceneggiatura dei fratelli Coen gli impedisce di fare cazzate e la deriva di denuncia razzista, pur essendo ben presente, resta in secondo piano. In close up rimane una storia "pulp" che potrebbero aver diretto Hitchcook e Tarantino insieme, un po' litigando, un po' dandosi il cinque. 
Suburbicon potrebbe anche non piacere a tutti e lo capirei, perché è più bello che emozionante. Più appagante che affascinante. Per me è assolutamente soddisfacente, persino da rivedere a breve, ma forse si era capito.

lunedì 13 novembre 2017

The place

Ci sono dei film che mi lasciano addosso un po' di febbre perché superano la barriera schermo/spettatore e mi arrivano addosso, si insinuano persino sotto la felpa e sotto la maglietta.
Il talento, in dosi importanti e versato denso sullo schermo, una volta ingerito, resta lì a fare bene un po' male. 
Paolo Genovese conferma di essere una distilleria di questo elisir, ma non aveva bisogno di dimostrarlo, avendo guadagnato la mia stima già due anni fa con “Perfetti sconosciuti”.
Oggi immagina e scrive una nuova storia, semplice, profonda e terribile, e la circoscrive in una sola location. Non ci si muove mai da quel “place”, il tavolino di un bar. Le inquadrature si ripetono spesso, non so quante siano, una dozzina forse, ma di lì non ci si schioda. Eppure, con l'immaginazione si possono vedere e seguire i diversi altri rami che la storia racconta, ma che la pellicola non mostra.
Anche per dirigere gli attori occorre talento. Non parliamo poi per sceglierli e tenerli insieme.
Valerio Mastrandrea è il protagonista. Sempre in scena. Sempre perfetto, un'interpretazione con cui potrebbe chiudere la carriera perché di più non potrà fare. Sabrina Ferilli... chi avrebbe mai detto che Sabrina Ferilli...? E invece, Sabrina Ferilli c'è. C'è soprattutto una scena con la quale, se fossi al suo posto, chiederei di essere ricordata per sempre. E poi gli altri interpreti, nessuno tacciabile per qualche sbavatura o imperfezione. Insomma, finalmente un film italiano, fatto con poco, ma bello, bello, bello.
Il sito Mymovies gli attribuisce due stelle e mezza. Mi stupisce una valutazione così bassa, ma non sto nemmeno a leggere il commento perché sicuramente sbaglia. 
Le altre due stelle e mezza le aggiungo io. 
Vi invito a fidarvi e andare a vederlo dimenticando le mie parole. Andateci prevenuti, come ci sono andato io: un film italiano... niente tette... piove e fa freddo... c'è Muccino... la Ferilli... mah... la critica lo valuta così così... Ecco siete pronti per "The place".

domenica 5 novembre 2017

Blade runner 2049

Il fatto che ci siamo addormentati, io nei primi dieci minuti e mia moglie sui tre quarti, non deve far pensare che sia un film noioso o che i sedili del cinema Reposi siano troppo confortevoli.
In verità, i sedili del Reposi fanno schifo e la cassiera - che non si fida della mia parola, cioè non crede che io abbia 65 anni e quindi non mi concede la riduzione - è indisponente.
Ci siamo addormentati perché abbiamo un'età, anche se la stronza non ci arriva.
Veniamo al film.
È un sequel e se lo guardiamo come tale merita 10 perché è ben fatto e ci sono delle tette. Ma proprio perché è un sequel manca di freschezza e preso a sé vale poco. Le atmosfere sono curate, perfette. Sembra di ripartire esattamente da dove ci siamo lasciati con il primo episodio. Ma è proprio questo il punto. A parte la trama che cambia un po', non ci sono idee nuove. Il lavoro grosso e sporco lo ha fatto Ridley Scott nell'82 inventandosi e regalandoci un mondo.
Ryan Goslin è un buon replicante, un “lavoro in pelle” che piace molto alle donne. La sua fidanzata virtuale è arrapante ancorché virtuale. Harrison Ford è ancora guardabile. Il film però paga il peccato di non essere originale.
Vederlo era un obbligo, così come ho visto la serie di Indiana Jones, di Jurassic park, di Guerre Stellari. Certo far uscire un episodio ogni 35 anni è un bel rischio. Per dire, se la media è questa, il prossimo io mica lo vedo eh. Ma se per caso ci fossi ancora (avrei 93 anni) quella stronza della cassiera mi deve baciare il culo, altro che biglietto ridotto!

sabato 2 settembre 2017

Dunkirk

Certamente bello da vedere, ma anche da sentire. La colonna sonora fa tra il molto e il moltissimo. In certe scene non è neppure musica, è puro ritmo e moltiplica il tasso di crescita della tensione che, diciamolo, schizza fuori scala al primo minuto e rimane in orbita per tutto il film.
L'intervallo, al cinema di Valperga, arriva giusto in tempo per consentire al pubblico di recuperare ossigenazione e per smettere di stritolare i braccioli delle poltroncine.
C'erano disturbatori in sala? Pop corn rumorosi? qualcuno che commentava ad alta voce? Luci di telefoni tra i sedili? E chi lo sa? Per rispondere sarei dovuto essere in sala, invece che proiettato dentro il film.
Ci sono dei messaggi particolari o una nuova etica che possano far amare questo film? No, è un film di guerra e se si vuol trarne una morale è sempre la medesima: evitare la guerra.
L'entusiasmo trae origine dalla confezione; è un film fatto terribilmente bene.
Gli attori ci mettono del loro, ma è uno di quei casi in cui il regista (in questo caso Christofer Nolan) fa davvero il regista. Una prova? Guardatevi le sequenze all'interno dello Spitfire quando il pilota deve prendere delle decisioni. Non parla, il suo volto è completamente nascosto da mascherina, occhialoni e casco. Impossibile leggere la sua espressione, ma Nolan riesce comunque a far capire esattamente quale sia il problema, a cosa stia pensando il suo personaggio e quale drammatica decisione debba prendere. Il tutto comunicando soltanto con inquadrature e montaggio. Molti suoi colleghi non arriverebbero al risultato nemmeno con i sottotitoli.
È tutto così: poche parole e azione, tanta, caratterizzata da scelte di inquadrature e un montaggio sempre perfetti.
Non aspettatevi le tette della protagonista perché non c'è una protagonista. È un film con soli uomini, una storia vera, una bella dimostrazione di talento e una grande testimonianza di arte contemporanea.

lunedì 29 maggio 2017

Still life

Ho visto un film bellissimo, delicatissimo, dolcissimo nella sua tristezza. Non ne avevo mai sentito parlare, non ne sapevo niente. E non sapevo nulla neppure di Uberto Pasolini, il regista. È stato un caso che passasse su RAI 5 ieri in terza serata, a conclusione di una domenica abbastanza di merda. È come quando non ti aspetti più niente dalla vita e all'improvviso accade qualcosa. Ora, non voglio esagerare se no poi non vi piacerà. Certo non è una commedia, credo che abbia vinto alcuni premi a Venezia tra cui il Leone per il film più triste e drammatico della rassegna. Lo merita senz'altro, ma trovo che la tristezza possa essere sexi e sia benvenuta quando è piena di vita e di poesia. John May, il protagonista, ha un viso che non si dimentica. Ce l'ho qui davanti agli occhi mentre scrivo e se ne scrivo così è perché da questa storia delicata e geniale non ne sono ancora uscito. Capita con certi film o certi libri. Le emozioni vere, quelle dense, stanno lì a bollire a fuoco lento come passata di pomodoro per giorni, a volte per settimane. Mi chiedo se non sia il modo che hanno per cercare di entrare nel profondo e rimanerci. Forse sì. In tal caso spero di essere ancora abbastanza permeabile nonostante gli anni, i malanni e i danni. Leggo su mymovies che in totale "Still life" ha incassato poco meno di un milione di euro al cinema contro i 23 milioni che a suo tempo incassò "Natale a Miami". Ecco: questo sì che è davvero triste, ma triste triste triste.

mercoledì 3 maggio 2017

Elle

Nel trailer si dice che Isabelle Huppert, la protagonsita è candidata all'oscar. Infatti non lo ha vinto. Il regista, Paul Verhoeven invece ha meritatamente vinto e già ritirato la statuetta del mio più cordiale vaffanculo. Perché? Perché ELLE è un film inutilmente prolisso e disordinato. 130 minuti da curare con l'Imodium. È come quando si cucina qualcosa e ci si accorge che sa di niente. Allora vai di spezie, ma non ci stanno, allora aggiungi sale, ma troppo, allora una patata per togliere il salato, poi un po' di pepe, ma per sbaglio macini dello zenzero. Ma che merda! Un film insulso e improbabile, con la prima donna al mondo contenta di farsi violentare e una pletora di personaggi che non sanno cosa fare. Sembra che in Francia siano diventati tutti deficienti. Forse è così. Vediamo cosa votano domenica.

sabato 11 febbraio 2017

La battaglia di Hacksaw Ridge

Scrivete “sergente” su Google. Subito dopo il sergente Garcia vedrete apparire il “Sergente Hartman”. Perché? Perché il sergente Hartman è il protagonista di una delle scene più potenti nel cinema, dai fratelli Lumiere a oggi. Lo trovate in “Full metal jacket” di Stanley Kubrick. Regista e sceneggiatori hanno scritto per il sgt. Hartman dialoghi da imparare a memoria e ripetere sgranando il rosario. “I tuoi genitori hanno anche figli normali, Palla di Lardo?! Giusto per capirci.”
Ora, solo un regista stupido, pazzo, ingenuo o ignorante può pensare di inserire nel suo film una scena analoga, con un sergente istruttore che tenta di spaventare le reclute. Mel Gibson lo ha fatto. Ha preso come sergente Vince Vaughn che non farebbe paura a un tosapecore a batteria e gli fa dire battute che potrebbe scrivere un editorialista di Libero. Ma come gli è venuto in mente? È come se Frizzi si mettesse a cantare Image spacciandola per nuova. Se avete visto Full Metal Jacket il paragone vi farà venire una voglia pazzesca di scappare dal cinema, tornare a casa e rivedere il film di Kubrick. Se non avete mai visto Full Metal Jacket e non conoscete il sergente Hartman (ci hanno fatto pure le suonerie con i suoi dialoghi) non so che vivete a fare.
Per il resto, il film è un insieme di buoni sentimenti e macello. Le scene crude sono veramente crude, per cui se non siete vegani, vi piaceranno. Il fatto che si racconti una storia vera di un vero eroe non è un'attenuante. La battaglia di Hacksaw Ridge potrebbe essere una buona americanata se non pagasse il peccato originale di quella scena tra seregente e reclute. Purtroppo non c'è acqua battesimale che lo possa salvare. Potrebbe avere il 6 se almeno si vedessero le tette della davvero gnocchissima Teresa Palmer. E invece niente.

mercoledì 8 febbraio 2017

Fai bei sogni

Non so con precisione quando la mia ammirazione per Massimo Gramellini e i suoi buongiorno su “La Stampa” sia evaporata, né perché. Credo cinque o sei anni fa e forse perché gli ho scritto un paio di volte e lui non mi ha risposto, o forse perché seguire uno che ha sempre ragione dopo un po' annoia, o forse anche perché non sbrocca mai. E poi, più di due o tre buoni sentimenti la settimana mi fanno sbocciare chiazze rosse sulla pelle. Fatto sta che ho smesso di leggerlo e ho cominciato ad arricciare il labbro ogni volta che lo incontravo. Adesso, poi, è passato al Corriere e le occasioni di incrociare i suoi scritti saranno poche o nulle.
Ieri sera ho visto “Fai bei sogni” il film che ne ha tratto Bellocchio con Valerio Mastandrea nella parte di Gramellini, appunto. Non ci sarei mai andato di mia iniziativa, ma il film apre una rassegna di 8 pellicole in abbonamento e quindi... E poi l'alternativa sarebbe stata la prima serata di Sanremo.
Il problema è che il film mi è entrato dentro. Subito. Dalle prime scene, e questo non era affatto previsto. È facile commuovermi. Due canzoni a cavallo tra gli anni 60 e 70, un po' di riferimenti alla Torino di quell'epoca e la nostalgia viene su come bagna caoda. Quel bambino (attore Nicolò Cabras, non bravo: bravissimo), figlio unico, che gioca con la sua mamma sarei potuto essere io: stessi anni, stesso tipo di casa, addirittura stesso quartiere, Santa Rita. La faccio breve: dicono che libro e film siano diversi, che il film sia più introspettivo e angosciante e il libro più leggero e autoironico. Libro e film raccontano comunque una storia vera nella quale si fa riferimento alla felicità soltanto per contrapporla alla perdita e alla mancanza. Si vedono e si intuiscono un'infanzia e un'adolescenza davvero pesanti, come non mi aspettavo. Il dramma che si consuma, poi, è di una semplicità tale da apparire credibile, quasi tangibile. 
Ora che ho visto il film, cambia qualcosa? Probabilmente sì. Toccandomi da vicino, ha avuto l'effetto di una doccia e mi ha lavato via un po' di spocchia polverosa. Mi sento come dopo una visita a un conoscente in un brutto reparto di un brutto ospedale: pieno di buoni propositi e pronto a iniziare un nuovo ciclo con un tasso di cinismo più contenuto. Finché dura.

domenica 29 gennaio 2017

La la land

Oggi mi faccio qualche nuovo amico sostenendo che La la land è un film mediocre e non vale i 7,5 euro del biglietto. Gli unici oscar che potrebbe vincere senza fare scandalo sono quelli strani e - forse - quello per la protagonista femminile, perché Emma Stone è brava, ma magari arriva una concorrente altrettanto brava e si pappa la statuetta.
Il film: intanto inizia con uno dei più brutti balletti che si siano mai visti in un musical. La canzone è davvero brutta, il testo quanto meno banale (nei sottotitoli) e la coreografia a cura di Onda verde in collaborazione con polizia stradale, carabinieri, ACI, Anas, Aiscat e società autostrade fa venir voglia di lasciare il cine anche se il film deve ancora iniziare. Forse che non mi piacciono i musical? Sì, non ne vado pazzo, ma non si tratta di quello, perché ne posso citare uno tra i 10 film più belli mai prodotti e visti dal genere umano, per cui non è questione di genere, ma di mancanza di idee. In la la land l'idea è semplice come il titolo. Mi vedo il regista Damien Chazelle che dice: “facciamo un film sulla realizzazione di un sogno professionale, poi i due protagonisti si innamorano, poi subentrano le difficoltà, allora giù di malinconia per ciò che sarebbe potuto essere e non è stato”. È esattamente quello che ha appena fatto Woody allen con Cafè Society, con la differenza che per lo meno W.A. non interrompe il film ogni 5 minuti per infilarci un balletto. Ormai per me è andata così, ma se mi ascoltate voi potete non andarci proprio.

sabato 28 gennaio 2017

Split

Ho tre cose da dire.
La prima: mi alzerò sempre in piedi ogni volta che sentirò il nome di Shyamalan perché ha scritto e diretto “Il sesto senso” uno dei tre film più belli che abbia visto nella mia vita.
La seconda: Split mi ricorda tanto “Identità” un thriller del 2003 che ho visto in tv due o tre volte. Anche in quello, come in questo, c'era uno psicopatico che ospitava in sé più personalità, ma la costruzione era alquanto diversa e la soluzione finale, che non sto a riportare - perché consiglio “Identità” a chi voglia farsi sorprendere da un bel thriller - era assai più forte. Il colpo di scena era una bella bomba. Come dire che era più Shyamalan quello (che non lo era affatto) di questo che invece è firmato.
La terza: è come se un venditore venisse a casa per vendere il suo apparecchio. Entra, si siede e mi dice tantissime cose, tutte vere, tutte giuste, farebbe ragionamenti rotondi, mi farebbe capire quanto io abbia bisogno del suo aggeggio e io farei “sì sì” con il testone, ma poi non comprerei niente perché tutto sommato non mi ha convinto. Split è uguale: il protagonista è molto bravo, le ragazze recitano bene, il film è ben confezionato ma non soddisfa le mie esigenze: idee, ansia, tensione, spettacolo, sorpresa, tette. Le tette, poi, che per me valgono il 6 sicuro, non si vedono. Insomma, non entra nella mia top 1000 e sta fuori anche dai miei incubi. Come potrei raccomandarlo?

martedì 10 gennaio 2017

Paterson

Dirò tre cose. La prima è che ho bisogno di sapere come si chiama la doppiatrice che impresta la voce alla protagonista, ché vorrei chiederle se ha già impegni per la prossima vita.
La seconda è che vorrei sapere dall'attrice protagonista se ha già preso impegni per la prossima vita.
La terza cosa che dirò è una poesia. Ma attenzione, è una poesia che in questo film poetico sulla poesia non c'è. La so per conto mio e la riporto qui.


Tutte le lettere d'amore sono
ridicole.
Non sarebbero lettere d'amore se non fossero
ridicole.
Anch'io ho scritto ai miei tempi lettere d'amore,
come le altre,
ridicole.
Le lettere d'amore, se c'è l'amore,
devono essere
ridicole.
Ma dopotutto
solo coloro che non hanno mai scritto
lettere d'amore
sono
ridicoli.
Magari fosse ancora il tempo in cui scrivevo
senza accorgermene
lettere d'amore
ridicole.
La verità è che oggi
sono i miei ricordi
di quelle lettere
a essere ridicoli.

È una poesia di Pessoa e - ripeto - nel film non c'è. Nel film ce ne sono altre. Ma se l'avete letta e se vi è piaciuta come è piaciuta a me, allora anche il film vi piacerà come è piaciuto a me. Non saprei in quale altro modo potrei dirvelo.

domenica 4 dicembre 2016

Sully

È un'americanata? Sì è un'americanata. Ma quanto sono bravi gli americani a fare le americanate? Sully è l'ultima in ordine di uscita: per capirci ti prende appena si spengono le luci in sala. 
È come quando ti lasci andare su uno scivolo ai giardini (provate almeno a ricordarvi com'era) Non è che ci si può fermare a metà. Giù fino a quando i piedini toccano la buca nella terra.
Uguale, qui, il volo Cactus 1549 della American Airways ti imbarca già dalla prima scena e poi scivola sull'aria a motori spenti, fino ad ammarare nel fiume Hudson 208 secondi dopo, il 15 gennaio del 2009.
È una storia vera, ricostruita da Clint Eastwood, regista, e Tom Hanks protagonista. Direi che nel cast c'è anche la città di New York stretta nel gelo dell'inverno.
Check list al decollo:
Azione? Ok
Emozione? Ok
Indignazione? Ok
Tensione? Full
Fin troppa tensione, tanto che ieri sera, al cinema Ambra2 di Valperga mi chiedevo: "Ma perché mi sto strappando i peli della barba come un deficiente?"
Chiedo scusa per un entusiasmo che normalmente tendo a nascondere, ma quando un lavoro creativo è fatto bene, l'effetto è questo.
Se ieri sera non avete potuto, fate in tempo anche oggi, usciti dal seggio. Io, intanto, per un po' non prenderò aerei.

sabato 1 ottobre 2016

Café Society

 

Uguale! Woody Allen dirige Jesse Eisenberg guardandosi allo specchio. Eisenberg gli assomiglia persino un po': ebreo come lui, imbranato come lui, si muove e recita come se fosse lui: stessa semi balbuzie, frasi brevi, nervose, incatenate come in un cruciverba.
Insomma, con il pretesto di raccontare una storia, Allen mette in scena se stesso.
Chi si è occupato dei costumi di questo film ha come obiettivo l'oscar. Idem per la fotografia e il trucco: gli anni 30 erano esattamente quelli, erano così! “Ma tu c'eri?” potrebbero chiedermi. No, ma siccome me li immagino con quelle tinte, quelle facce, quello swing, dico che erano quelli.
Visto che il testo non mi decolla, faccio una cosa che non ho mai fatto: rinuncio a essere presuntuoso, vi mando al cinema e vi rimando al commento di Marzia Gandolfi (non so chi sia ma secondo me c'azzecca)  http://www.mymovies.it/film/2016/cafesociety/

sabato 7 maggio 2016

Truman, un vero amico è per sempre.

Se aveste l'ulcera, prendereste due aspirine a stomaco vuoto? E se foste già di pessimo umore, andreste a vedere un film che parla di un uomo che sta morendo di cancro e del suo amico che è venuto a salutarlo? Due ore di commiato? Ecco. A me piace molto sbagliare, ma quello di ieri sera non è stato un errore, è stato un suicidio. Il film non è brutto, ma ha il peso atomico del Torio, la densità del Piombo e il sapore del Bactrin forte. Se, quando fumate, usaste cartine di amianto patireste conseguenze meno devastanti della visione di “Truman, un vero amico è per sempre”. Per la prima volta nella mia carriera di spettatore ho sperato che ci fosse un intervallo pop corn o, meglio ancora, che scoppiasse un incendio in sala, che l'incendio non ha colesterolo. Potevo uscire prima della fine, è vero, tanto più che ero anche da solo, ma dovevo far venire mezzanotte e aspettare nella Multipla parlando al contachilometri non sarebbe stato meno triste.
Io non so perché un regista deve prendere in considerazione l'idea di girare un film così tragico. Questo regista si chiama Cesc Gay. Me lo segno, caso mai dovessi andare ancora al cinema nella vita. Consiglio la visione a chi volesse farla finita e non avesse il coraggio dell'ultimo passo. Portatevi i barbiturici direttamente in sala. Io, purtroppo, li avevo lasciati a casa.

martedì 8 marzo 2016

perfetti sconosciuti

Orgoglioso di essere italiano? Posso arrivare a dire che mi vergogno un po' meno di un paio di anni fa, ma da qui a ostentare la mia cittadinanza c'è un abisso. Eppure, uscendo dal cinema di Candelo (Biella) dove ho visto “Perfetti sconosciuti”, il primo pensiero è stato: “come sarebbe bello se all'estero vedessero il film e ci giudicassero per questo o per opere di intelligenza, arte e cultura come questa”. Vorrei che l'ammirazione che io sento per gli autori di questo film (tra poco entrerò nei dettagli) potesse arrivare, appunto, anche dall'estero, che so, dalla Germania, dalla Francia, dalla Gran Bretagna o dalla Svezia e fosse distribuita, oltre che agli autori, anche a tutti gli italiani e quindi, per osmosi, anche a me, che sono cittadino come Paolo Genovese, il regista. O come Filippo Bologna, Paolo Costella, Paola Mammini e Rolando Ravello. Questi italiani sono i co-autori, che hanno saputo cucire dialoghi come se ne sentono raramente nel corso di una vita da spettatore. Le battute, la mimica, la scelta delle parole e delle pause, ti apparecchiano un posto a tavola, ti invitano in mezzo a un gruppo di amici seduti per la cena. L'effetto coinvolgente è tale che viene spontaneo pensare a delle risposte, a delle battute ironiche e divertenti per contribuire. Ma non c'è solo questo, c'è un montaggio chirurgico: stacchi e inquadrature creano un ritmo che prende e porta via. Non parlo degli attori perché non voglio esagerare, non parlo della trama perché non è mia abitudine. Mi basta testimoniare divertimento, intelligenza e bellezza. Insomma si può andarne fieri.

sabato 23 gennaio 2016

Carol

Io non ho nulla contro le lesbiche. Perché mai dovrei?  Dirò di più: se rinasco, voglio rinascere bambina, ragazza, donna e sicuramente lesbica. Anzi, faccio coming out: io sono già una lesbica, purtroppo imprigionata nel corpo sbagliato.
Ora sapete con che occhi ho visto Carol ieri sera a Torino.
Le due donne si conoscono in un grande magazzino.
Il regista Todd Haynes per far capire in pochi fotogrammi che si tratta di un film impegnato e che è inutile aspettare l'entrata in scena di Checco Zalone, utilizza un trucco geniale: fa chiudere di 3 diaframmi l'obiettivo della macchina da presa, in modo da creare l'atmosfera “cucina di sera” con lampade a risparmio energetico. Anche negli “esterno giorno” il sole sembra al neon.
Notevole anche l'idea di far finire ogni scena con l'inquadratura del finestrino di un'auto, appannato e rigato di pioggia. Dietro potrebbe esserci un elettricista che si fa una canna o un viale di Central Park. Non si saprà mai, perché quel che si vede è scuro. La colonna sonora è adeguata, commissionata a un musicista depresso a cui è stata appena sterminata la famiglia.
La storia ovviamente è tragica. Dico solo che le due donne si innamorano. E qui mi immedesimo totalmente. Un po' di sesso? Sì, ma solo dopo metà film, quindi se, come me, avete dormito la prima mezz'ora vi è andata bene. Le tette si vedono? Sì si vedono e vale la regola per cui se si vedono le tette, il film ha almeno il 6. Per cui, voto finale: 6

sabato 26 dicembre 2015

Star Wars episodio 7


Sareste capaci di dire che vostro figlio è il peggiore della squadra in cui gioca, che vostro padre è omosessuale e che la mamma è una puttana e batte sulla 460? Ecco, ci sono delle cose che non si possono dire, perché sono di famiglia. Quindi non si può parlare male di Star Wars episodio 7 anche se sembra una troiata, perché fa parte del patrimonio culturale della famiglia.
Però hanno avuto dieci anni e più per scrivere la sceneggiatura, hanno speso dei bei soldi e poi, durante una battaglia spaziale, il capo pilota dei buoni avverte via radio tutti gli altri equipaggi con una frase come “attenti alla contraerea”? Attenti alla contraerea???? Ma attenti alla contraerea lo diceva D'Annunzio al pilota del biplano mentre buttava volantini su Vienna! Ma dai!
E poi, non ti puoi inventare una trama nuova? Devi per forza replicare l'attacco alla Morte Nera (che era molto più fica di questa)? E c'era bisogno di rubare ad altre saghe personaggi come Piton e Voldemort? Se andate a vedere a vedere il film li trovate entrambi in splendida forma.
No, cazzo, non si può parlar male di Star Wars episodio 7, ma affermo con forza che i miei figli 1, 2 e 3 quando giocavano a calcio facevano davvero cagare.

martedì 1 dicembre 2015

The Visit


Nella lista di film che mi porterò in paradiso per non annoiarmi ci sono “Vacanze romane” “Operazione sottoveste” “Blade runner” “Pulp fiction” “Blues brothers” un paio di porno nel caso in cui la chiavetta UMTS di Vodafone non prendesse e, certamente, “Il sesto senso” di Night Shyamalan. Anzi, “Il sesto senso” è nella mia top five. Forse era addirittura al primo posto fino a un mese fa quando è stato sostituito da “Dio esiste e vive a Bruxelles”.
Perché mi piace così tanto “Il sesto senso”? Perché è genio puro. Per questo ieri sono andato a vedere il nuovo film di Shyamalan, “The Visit”. Purtroppo “The Visit” non entra nella lista di dvd da portare in paradiso. Al massimo posso consigliarlo al San Pietro di caffè Lavazza e solo perché mi sta sulle palle.
Non che “the Visit” sia fatto male, al contrario, ma non è l'horror che mi aspettavo da Shyamalan. Mi ha deluso la semplicità della storia. Non è minimamente cervellotico. Il colpo di scena c'è anche qui, ma mentre nel “Sesto senso” ti rovescia dalla sedia, qui al massimo ti cambia il punto di vista.

Chi non mi delude mai è il pubblico delle sale canavesane. Anni fa mi lamentavo dei truzzi in sala. Peggio dei truzzi ci sono i pensionati piemontesi. Commentano. Ieri ne avevo 4 nella fila dietro la mia. Il film inizia con un paesaggio pieno di neve, e da dietro senti “ah, che bela la fioca” (che bella la neve). Dopo poco “O già A sun in America” (Per forza, sono in America) e l'altro giustamente: “an belesì a fioca pi nen” (qui non nevica più) e via così. Notare che i titoli di testa sono finiti da un pezzo. Il film è in pieno svolgimento. Ed è un horror, cazzo! E quelli continuano. Ormai ho un'età in cui posso anche rischiare di morire, quindi mi volto per mettere in chiaro che anche un paese come Valperga potrebbe avere il suo Bataclan. Non li sento più per tutto il film e non capisco come mai. Non sono certo le mie minacce, perché non faccio paura a nessuno. Non è il film, poiché fa meno paura di me. Quindi? Mi piace pensare che si siano addormentati. E spero per sempre.

martedì 17 novembre 2015

Dio esiste e vive a Bruxelles

Se avessi scritto questo commento il giorno dopo aver visto il film, sull'onda dell'emozione, avrei detto che è forse il più bel film che abbia mai visto. Oggi, a una settimana di distanza, recuperata lucidità e oggettività, posso affermare che “Dio esiste e abita a Bruxelles” è il più bel film che abbia mai visto. Il “forse” della prima frase l'ho perso nei giorni seguenti, quando scene, idee, parole e immagini continuavano a venirmi su, come i peperoni alla bagna caoda. I miei figli 2 e 3, che erano con me, hanno il mio stesso alito. Dare il massimo dei voti richiede qualche argomentazione. Io non me la sento tanto. Non so nemmeno dire a quale genere appartenga. È una commedia? Forse, nella misura in cui una canzone di De André può essere considerata una canzonetta. È un dramma? Proprio no, anche se questo film parla soprattutto di morte. Facciamo così. Mi spendo un credito, sempre che in anni di commenti ne abbia accumulato qualcuno. Vi dico fidatevi e andate a vederlo quando uscirà nelle sale il 26 novembre. Purtroppo sarete un po' prevenuti se avrete letto queste righe e quindi probabilmente non lo troverete il film più bello che abbiate mai visto, ma non importa, perché sotto sotto, senza che voi ve ne accorgiate, lui lavorerà in background e vi farà svegliare con i peperoni nello stomaco. Fidatevi.

martedì 10 novembre 2015

007 Spectre

Avete mai avuto un cuginetto che a 7 anni suonava il piano come Mozart? O una vicina di casa che a 13 anni nuotava i 100 stile libero in 52"? Insomma, vi è chiaro il concetto di promessa?
Dopo 007 Skyfall, che aveva portato la qualità dei film di James Bond a livelli mai raggiunti prima, ci aspettavamo quantomeno un film onesto. Invece sullo schermo ci proiettano questa cacatella noiosa, lunga, assurda e inutile.
Ho intervistato Daniel Craig per voi. (Il dialogo originale era in inglese)
Orudis: Daniel, come mai sto film fa così cagare?
DC Non è vero! Piace molto.
Orudis: Fa cagare.
DC: Fa cagare, è vero ma non è colpa mia.
Orudis: ma un attore del suo livello non potrebbe dire al regista e agli sceneggiatori. "Ma siete coglioni?"
DC: No.
Orudis: Eppure certi passaggi sono assurdi, come quando lei e la ragazza scendete da un treno per consegnarvi nelle mani del cattivo, così gratuitamente.
DC: non ricordo...
Orudis: E Christoph Waltz, il cattivissimo... Com'è che nei film di Tarantino è un attore me-ra-vi-glio-so  e qui ti viene da prenderlo a ceffoni?
DC: Sarà perché il regista non è Tarantino?
Orudis:
Craig, lei ha letto il copione prima di accettare di girare?
DC: Sì, of course!
Orudis: e non ha visto che era banale, scritto da cani?
DC: Sì...
Orudis: E perché ha accettato?
DC: Perché c'erano un paio di scene in cui limonavo con Léa Seydoux. E' quella de "La vita di Adele", una delle due giovani lesbiche. Lei non avrebbe firmato?
Orudis: of course. Di corsa!







Il pianista oggi lavora in panetteria mentre la ragazzina fa interviste per Trenitalia.