Per chiunque, francesi e manager giapponesi a parte, è più economico riconoscere la superiorità altrui piuttosto che sbatterci contro. Ecco perché dal 1° giugno la Torcia Umana, Mister Fantastic e la Cosa stanno usando i loro super poteri per convincere quelli della Fox a bloccare l’uscita de “I Fantastici Quattro” prevista per settembre. Vogliono evitare che venga comparato con Sin City. Hanno immediatamente realizzato che nessuna opera del filone “da fumetto a film”, del passato del presente o del futuro, è in grado di reggere il confronto con Sin City.
Superman, Batman e Uomo Ragno stanno a Sin City come il Subbuteo sta a Pro Evolution soccer 4 per Play Station2. (Prova a segnare un gol in rovesciata con il Subbuteo e a rivederlo da 5 angolazioni diverse se sei capace).
Se a questo punto resta poco spazio per parlare del film è perché il film è da vedere. Con l’avvertenza che è crudo come il sushi e che non lascia in pace lo stomaco fino alla fine. Quasi in bianco e nero, (ma che bianco e nero!) in Sin City gli attori sono disegnati dalla tripla regia di Robert Rodriguez, Frank Miller (che è l’autore dei fumetti di Sin City, la città del peccato) e Quentin Tarantino che non può mancare dove il sangue cola bianco come neve. La mano di Tarantino è persino riconoscibile qua e là, ad esempio quando un lupo fa un certo tipo di pasto. Gli attori, per quel che servono, sono perfetti. Elijah Wood, molto più noto come Frodo nel Signore degli Anelli, merita applausi anche se non cambia mai espressione. Mickey Rourke, invece, è talmente truccato che la sua parte poteva essere tranquillamente affidata a Christian De Sica, che non avrebbe sfigurato. Bellissima Jessica Alba, (ci si potrebbe accontentare di essere la sua pedicure) oltre che furbissima. Infatti in Sin City è la ragazzina protetta dal detective Hartigan, (il Bruce Willis che hai sempre sognato) mentre nei Fantastici Quattro, Jessica è la donna invisibile.
Grande anche Clive Owen, recentemente incontrato in “Closer”. Ma là faceva la figura del pesce persico, mentre in Sin City sono tutti eroi straffichi, anche i cattivi. C’è da chiedersi perché il super cattivo Yellow Bastard assomigli così tanto a Quark di Star Trek, ma durante il film non ci pensi due volte perché la tensione generata è tale che le pagine si sfogliano troppo veloci. Come quando trovi in edicola il tuo fumetto preferito, Sin City lo assumi per immagini e solo quando la sete di emozioni è placata ti permetti di ricominciare leggendo i testi. Pare che Rodriguez sia già al lavoro per realizzare il seguito. Se è vero, aspettiamolo. Sin City 2 sarà l’unico termine di paragone per Sin City.
sabato 4 agosto 2007
Star Wars episodio III
“Mando, ti è piaciuto?”
“…”
“Allora ti è piaciuto sì o no?”
“Ma se mi sono addormentato!”
Ad Armando non è piaciuto molto. Per un bambino di sette anni, 141 minuti di film, dei quali almeno la metà lenti, bui, e pieni di dialoghi (che in confronto andare a scuola è come partecipare a Zelig) sono davvero troppi.
Per Alessandro e Alberto le cose vanno meglio. Non hanno dormito e hanno capito tutto.
Anch’io ho capito una cosa: che il destino esiste e non puoi opporti. Anakin Skywalker in verità si impegna e ci prova, ma poiché deve per forza diventare il temibile e potente Darth Vader, (o Dart Fener) non ha nessuna possibilità di scelta tra bene e male. È già tutto scritto. Non nelle stelle, che tra l’altro sono richiamate in guerra, e nemmeno nella storia, ma nella sceneggiatura di George Lucas uscita da una stampante ad aghi nel 1976.
Evidentemente ad un film così chiuso tra un passato da sviluppare e un futuro sul quale sono pronti a giurare milioni di testimoni, manca uno degli aspetti più interessanti, “il come andrà a finire”, che non è poco. Sai praticamente tutto. Mancano alcuni particolari e alcune conferme che Lucas distribuisce bene nelle due ore e un pezzo. Peccato che per i dialoghi si sia fatto aiutare da quelli di Beautiful. Non mancano gli effetti speciali e resta il piacere di vedere Natalie Portman, la star bella come il Sole, Alpha Centauri e Proxima Centauri messe insieme, ma che, per qualche oscuro motivo (forse la Forza), quando è la principessa Padmé Amidala non smuove divisioni di ormoni come in altre occasioni. Resta il piacere di esserci e di poter dire “sono sopravvissuto a guerra fredda, torri gemelle, AIDS, malattie e altro (mica tutti ci sono riusciti) e sono qui a vedere il cerchio che si chiude”. Questo è bello. Ma soprattutto è bello correre a casa per aprire qualche vecchio scatolone, trovare la VHS di Guerre Stellari, e correre indietro di trent’anni per vedere il futuro con nostalgia.
“…”
“Allora ti è piaciuto sì o no?”
“Ma se mi sono addormentato!”
Ad Armando non è piaciuto molto. Per un bambino di sette anni, 141 minuti di film, dei quali almeno la metà lenti, bui, e pieni di dialoghi (che in confronto andare a scuola è come partecipare a Zelig) sono davvero troppi.
Per Alessandro e Alberto le cose vanno meglio. Non hanno dormito e hanno capito tutto.
Anch’io ho capito una cosa: che il destino esiste e non puoi opporti. Anakin Skywalker in verità si impegna e ci prova, ma poiché deve per forza diventare il temibile e potente Darth Vader, (o Dart Fener) non ha nessuna possibilità di scelta tra bene e male. È già tutto scritto. Non nelle stelle, che tra l’altro sono richiamate in guerra, e nemmeno nella storia, ma nella sceneggiatura di George Lucas uscita da una stampante ad aghi nel 1976.
Evidentemente ad un film così chiuso tra un passato da sviluppare e un futuro sul quale sono pronti a giurare milioni di testimoni, manca uno degli aspetti più interessanti, “il come andrà a finire”, che non è poco. Sai praticamente tutto. Mancano alcuni particolari e alcune conferme che Lucas distribuisce bene nelle due ore e un pezzo. Peccato che per i dialoghi si sia fatto aiutare da quelli di Beautiful. Non mancano gli effetti speciali e resta il piacere di vedere Natalie Portman, la star bella come il Sole, Alpha Centauri e Proxima Centauri messe insieme, ma che, per qualche oscuro motivo (forse la Forza), quando è la principessa Padmé Amidala non smuove divisioni di ormoni come in altre occasioni. Resta il piacere di esserci e di poter dire “sono sopravvissuto a guerra fredda, torri gemelle, AIDS, malattie e altro (mica tutti ci sono riusciti) e sono qui a vedere il cerchio che si chiude”. Questo è bello. Ma soprattutto è bello correre a casa per aprire qualche vecchio scatolone, trovare la VHS di Guerre Stellari, e correre indietro di trent’anni per vedere il futuro con nostalgia.
Le crociate
Ridley Scott possiede una carta di credito revolving con un fido sconfinato: Alien, Blade Runner, Thelma & Louise, Il gladiatore, Black Hawk Down… per questo, se anche sbaglia un film, ha credito a sufficienza per rimanere un Grande. In realtà non ha sbagliato nemmeno “Le Crociate”. Però lo ha mancato. Aveva l’occasione per fare chiarezza e lanciare qualche verità storica, magari non piacevole per la Chiesa, ma l’ha insabbiata nel deserto della Palestina. Oliver Stone o Michel Moore avrebbero forse colto l’occasione per dire qualcosa di nuovo, per costruire uno di quei film che ti fanno incazzare perché senti l’arroganza del potere che soffoca l’intelligenza come “Insider” di Michael Mann, con Al Pacino e Russel Crowe, per esempio.
Insomma, questi crociati erano santi o assassini? Combattevano per la religione o per il potere? Anche se si tratta di delitti di mille anni fa non è detto che non ci riguardino. Invece dopo il film ne sappiamo quanto prima. Ridley Scott sceglie la modalità “spettacolo” e mette in scena una storia basata su rancori e amori, eroi e strategia bellica, sfiorando i temi politici e senza prendere posizione tra indiani e cow-boy. Il personaggio principale non aiuta a chiarire i dubbi: Baliano è un cavaliere fortemente sfigato che diventa un eroe. Lo interpreta Orlando Bloom, che fu già l’elfo Legolas nel Signore degli Anelli, allegro come un sarcofago sia qua che là. C’è anche la donna del vincitore, la principessa Sibilla, (Eva Green) che non serve assolutamente a niente nella storia, ma esce bene nelle locandine. Vere protagoniste sono comunque le battaglie. Tante, lunghe, cruente, spettacolari, sanguinose e confuse come vere, autentiche battaglie. Peccato che mancasse quella per la verità.
Insomma, questi crociati erano santi o assassini? Combattevano per la religione o per il potere? Anche se si tratta di delitti di mille anni fa non è detto che non ci riguardino. Invece dopo il film ne sappiamo quanto prima. Ridley Scott sceglie la modalità “spettacolo” e mette in scena una storia basata su rancori e amori, eroi e strategia bellica, sfiorando i temi politici e senza prendere posizione tra indiani e cow-boy. Il personaggio principale non aiuta a chiarire i dubbi: Baliano è un cavaliere fortemente sfigato che diventa un eroe. Lo interpreta Orlando Bloom, che fu già l’elfo Legolas nel Signore degli Anelli, allegro come un sarcofago sia qua che là. C’è anche la donna del vincitore, la principessa Sibilla, (Eva Green) che non serve assolutamente a niente nella storia, ma esce bene nelle locandine. Vere protagoniste sono comunque le battaglie. Tante, lunghe, cruente, spettacolari, sanguinose e confuse come vere, autentiche battaglie. Peccato che mancasse quella per la verità.
Gioco di donna
Il titolo originale è “Head in the Clouds” che non sarebbe male, equivale al nostro “La testa fra le nuvole”. Perché allora l’italiano “gioco di donna”, che suona così diverso? Un’altra domanda: avete visto il trailer in TV, quello con la voce fuori campo, che presenta il film come una intensa storia d’amore tra due donne? Ecco, la risposta è tutta lì: i furbacchioni del marketing della Moviemax e lo scaltro distributore italiano hanno pensato bene di pescare nel laghetto delle trote d’allevamento dove sguazzano banchi di consumatori perennemente affamati di .mpg categoria “lesbian”. Il gioco è facile: prendi l’amo Penelope Cruz, ci attacchi l’esca Charlize Theron (è la modella Martini di qualche anno fa, quella che si alzava da una sedia e un filo del suo miniabito la denudava per 30 secondi) e tiri su quintali di boccheggianti avanotteri con il mouse in mano e la memoria di Explorer farcita di url imbarazzanti.
Fin qui tutto bene, perché quando la promessa è una meraviglia come la Charlize Theron naufragare è più che dolce. Il brutto arriva quando, a tre quarti di film, capisci che non di “lesbian” si tratta e nemmeno di “teen” o “brunette”. “Gioco di donna” è un film che parla di una donna con la testa tra le nuvole, una che correttamente pensa a se stessa prima che agli altri, che poi si pente e decide di dedicare la propria vita ad una causa. E l’intensa storia d’amore tra due donne dov’è? C’è, ma è tutta in una frase detta in un pagliaio da Penelope Cruz a quella bella faccia da Girarrosto Santa Rita di Stuart Townsend: “Sai che siamo state amanti?”
Sai che siamo state amanti? Sai che siamo state amanti? Ma dillo a tua sorella! che se il film fosse piratato sarebbe solo una fregatura, ma avendo pagato il biglietto è un reato, per la precisione una truffa! Non si può promettere una cosa in pubblicità e poi consegnarne un’altra.
Se uno lo sapesse, prenderebbe la strada fino a fino a Ivrea per vedere un film lungo, lento e mal fatto sui capricci di una giovane donna e sulla resistenza francese? Ma non finisce qui. La vendetta è parlarne male, ma così male che le sale risultino deserte, le casse dei cine vadano in rosso e la carrozzeria dell’auto del distributore italiano - speriamo che qualcuno sappia dove la tiene - finisca rigata.
Fin qui tutto bene, perché quando la promessa è una meraviglia come la Charlize Theron naufragare è più che dolce. Il brutto arriva quando, a tre quarti di film, capisci che non di “lesbian” si tratta e nemmeno di “teen” o “brunette”. “Gioco di donna” è un film che parla di una donna con la testa tra le nuvole, una che correttamente pensa a se stessa prima che agli altri, che poi si pente e decide di dedicare la propria vita ad una causa. E l’intensa storia d’amore tra due donne dov’è? C’è, ma è tutta in una frase detta in un pagliaio da Penelope Cruz a quella bella faccia da Girarrosto Santa Rita di Stuart Townsend: “Sai che siamo state amanti?”
Sai che siamo state amanti? Sai che siamo state amanti? Ma dillo a tua sorella! che se il film fosse piratato sarebbe solo una fregatura, ma avendo pagato il biglietto è un reato, per la precisione una truffa! Non si può promettere una cosa in pubblicità e poi consegnarne un’altra.
Se uno lo sapesse, prenderebbe la strada fino a fino a Ivrea per vedere un film lungo, lento e mal fatto sui capricci di una giovane donna e sulla resistenza francese? Ma non finisce qui. La vendetta è parlarne male, ma così male che le sale risultino deserte, le casse dei cine vadano in rosso e la carrozzeria dell’auto del distributore italiano - speriamo che qualcuno sappia dove la tiene - finisca rigata.
Sahara
Bisognerebbe parlare male di questo film che non fa neanche venire sete. Basta sapere che è tratto da un romanzo di Clive Cussler. Spero che nessuno sappia chi è. Io, che da perfetto ignorante spesso scelgo un libro sulla base della copertina, ho purtroppo letto 2 - dico 2 - romanzi del su menzionato. In entrambi e in altri 5 o 6 che non leggerò, il protagonista è Dirk Pitt, il figlio nato dalla fecondazione assistita, dopo matrimonio omosessuale tra James Bond e Indiana Jones, con Rambo donatore di riserva.
Anche in “Sahara”, Dirk Pitt è un eroe bello, simpatico, ricco, coraggioso, fortunato e americano, che si occupa di portare a casa missioni impossibili. Dirk Pitt è sempre accompagnato da Al Giordino, che nel film ti strappa qualche sana risata. Interpretato da Steve Zhan ha il pregio di un’espressività notevole e ti fa ridere anche se vuoi tenere il broncio.
Bisognerebbe parlar male di questo film che non fa venir sete, ma poiché non si prende sul serio, si fa perdonare di esistere. Diversamente dai seriosi eroi che si muovono nelle pagine di Clive Cussler, nel film i personaggi affermano e vengono smentiti immediatamente, fanno cose impossibili, che gli vanno male, dicono assurdità, ma non ci credono nemmeno loro. Il merito credo vada attribuito a Breck Eisner, il regista, che ha messo nella macchina da presa una overdose di ironia.
Dick Pitt è Matthew McConaughey, un’ottima scelta: una bella faccia che abbiamo già visto qualche anno fa vice comandante del sommergibile U-571. Penelope Cruz nelle vesti di un medico dell’O.M.S. è lì solo perché la produzione è spagnola. Perfino la Bellucci avrebbe lasciato un’impronta più spessa nella sabbia. Bisognerebbe parlar male di questo film che tenta anche di proporre un argomento serio come l’inquinamento da scorie tossiche, ma non sarebbe giusto accanirsi. In fondo ti regala due ore di tensione di buona qualità, lo capisci perché non sapresti dire se lo schienale della tua poltroncina è di legno o è imbottito. Più che parlar male di questo film bisognerebbe vederne degli altri e parlare di quelli, ma qui in provincia aspettare che arrivi qualche pellicola un po’ più su di Sahara è un vero miraggio.
Anche in “Sahara”, Dirk Pitt è un eroe bello, simpatico, ricco, coraggioso, fortunato e americano, che si occupa di portare a casa missioni impossibili. Dirk Pitt è sempre accompagnato da Al Giordino, che nel film ti strappa qualche sana risata. Interpretato da Steve Zhan ha il pregio di un’espressività notevole e ti fa ridere anche se vuoi tenere il broncio.
Bisognerebbe parlar male di questo film che non fa venir sete, ma poiché non si prende sul serio, si fa perdonare di esistere. Diversamente dai seriosi eroi che si muovono nelle pagine di Clive Cussler, nel film i personaggi affermano e vengono smentiti immediatamente, fanno cose impossibili, che gli vanno male, dicono assurdità, ma non ci credono nemmeno loro. Il merito credo vada attribuito a Breck Eisner, il regista, che ha messo nella macchina da presa una overdose di ironia.
Dick Pitt è Matthew McConaughey, un’ottima scelta: una bella faccia che abbiamo già visto qualche anno fa vice comandante del sommergibile U-571. Penelope Cruz nelle vesti di un medico dell’O.M.S. è lì solo perché la produzione è spagnola. Perfino la Bellucci avrebbe lasciato un’impronta più spessa nella sabbia. Bisognerebbe parlar male di questo film che tenta anche di proporre un argomento serio come l’inquinamento da scorie tossiche, ma non sarebbe giusto accanirsi. In fondo ti regala due ore di tensione di buona qualità, lo capisci perché non sapresti dire se lo schienale della tua poltroncina è di legno o è imbottito. Più che parlar male di questo film bisognerebbe vederne degli altri e parlare di quelli, ma qui in provincia aspettare che arrivi qualche pellicola un po’ più su di Sahara è un vero miraggio.
Amore senza fine
Amazon ce l’ha nella versione originale “Endless love”. In libreria, invece, non ho trovato traccia di “Amore senza fine” di Scott Spencer, Mondatori 1980, e la commessa, che mi dice con orgoglio di non averlo mai sentito nominare, ha l’aria di una che dell’amore non ha visto neppure l’inizio. Pare che sia fuori catalogo. Le possibilità di procurarselo sono dunque legate alla disponibilità nelle biblioteche comunali. Io l’ho trovato in casa e mi sono preso la cotta passando nei pressi della libreria del soggiorno. Un titolo del genere avrebbe dovuto tenermi alla larga, ma l’ho aperto ugualmente ed è stata l’ultima cosa che ho fatto nella mia vita da cinico. Procuratevelo e provate anche voi, è facile: CTRL X e ti taglia via dalla tua vita; CTRL V e ti incolla in quella di David, il protagonista del romanzo, quello che a diciassette anni incendia la casa della fidanzata per apparire poi come il suo salvatore. Durante la lettura non c’è modo di fare ESC. Vale a dire che non si può smettere di essere l’ombra di David. Spencer ha una scrittura che definirei grassa, quella che ti spiega un concetto in modo chiarissimo, esemplare, poi però non si accontenta del risultato, che è la comprensione, e ti condisce i fatti con alcuni, piccoli, burrosi particolari, che ti toccano dove sei sensibile e ti fanno capire che il libro sta parlando proprio con te.
E così ritrovi sentimenti che avevi dimenticato nel congelatore, passioni di cui avevi perso memoria e ricordi che vivevano sbiaditi in attesa di resurrezione.
Zeffirelli ha pensato di trarne un film nel 1981, con Brooke Shields nella parte di Jade. Non ne so niente, ma le recensioni che ho trovato in rete consigliano di starne alla larga. Invece se capita lo vedrò, perché il bisogno di rientrare ancora in quel mondo, dal quale l’ultima pagina con la parola fine mi ha espulso, è ancora forte una settimana dopo.
Anche il sesso non manca. In“Amore senza fine” ce ne sono almeno dieci pagine consecutive, nelle quali Spencer non risparmia nessun particolare e che, a differenza di tutte le pagine erotiche che ho incontrato - tranne forse quelle di Henry Miller in Tropico del Cancro - non imbarazzano per la banalità delle situazioni e lo squallore delle parole utilizzate. Qui il sesso è nudo, ma tu, lettore, ti senti a tuo agio perché Spencer, Dio lo benedica, a letto ti ci porta dopo 300 pagine di preliminari, quando non ne puoi più. E qui si misura l’abilità dello scrittore: Spencer non ti assegna la triste parte del voyeur, bensì quella del glorioso protagonista. Accettarla è obbligatorio e quando il libro finisce, soffrire è automatico.
E così ritrovi sentimenti che avevi dimenticato nel congelatore, passioni di cui avevi perso memoria e ricordi che vivevano sbiaditi in attesa di resurrezione.
Zeffirelli ha pensato di trarne un film nel 1981, con Brooke Shields nella parte di Jade. Non ne so niente, ma le recensioni che ho trovato in rete consigliano di starne alla larga. Invece se capita lo vedrò, perché il bisogno di rientrare ancora in quel mondo, dal quale l’ultima pagina con la parola fine mi ha espulso, è ancora forte una settimana dopo.
Anche il sesso non manca. In“Amore senza fine” ce ne sono almeno dieci pagine consecutive, nelle quali Spencer non risparmia nessun particolare e che, a differenza di tutte le pagine erotiche che ho incontrato - tranne forse quelle di Henry Miller in Tropico del Cancro - non imbarazzano per la banalità delle situazioni e lo squallore delle parole utilizzate. Qui il sesso è nudo, ma tu, lettore, ti senti a tuo agio perché Spencer, Dio lo benedica, a letto ti ci porta dopo 300 pagine di preliminari, quando non ne puoi più. E qui si misura l’abilità dello scrittore: Spencer non ti assegna la triste parte del voyeur, bensì quella del glorioso protagonista. Accettarla è obbligatorio e quando il libro finisce, soffrire è automatico.
Million dollar baby
Bisognerebbe vedere solo film della mutua, perché scrivere di film che meritano è molto più difficile. Per “Million dollar baby”, infatti, mancano i termini. “Bello”? “Consigliabile”? “Commovente”? “Ben fatto”? “Ohhhhh”? Come si fa a descrivere con le parole un film che si vede con la pancia? Proviamoci, ma senza contarci molto. Cominciamo dalle luci. In genere le luci basse, che nascondono angoli di scenografia fanno pensare più a un direttore della fotografia diplomato alla scuola Radio Elettra che a una scelta artistica. Invece in Million dollar baby la luce fredda e avara è un segnale che ti dice: “Guarda che sei ancora in tempo a cambiare sala, di là sta per cominciare “Manuale d’amore” con la Litizzetto”.
Potrebbe essere un buon consiglio perché la differenza tra le due sale è divertirsi o soffrire. Anche la palestra governata da un vecchio Norman Freeman (oscar), squallida e mal tenuta ti induce a tenerti alla larga. Ma tu scegli di entrare e sei accontentato. Clint Eastwood (oscar) ti prende sulle ginocchia ossute da 37 anni ciascuna e comincia a incantarti come un suonatore di piffero. Perché è bella la storia che racconta., la stravolgente Hilary Swank (oscar) è Maggie, una ragazza che vuole diventare campionessa di boxe. Ne abbiamo visti tanti di sogni americani in pellicola, che siamo in grado di giudicare se funzionano. Ma Million dollar baby non è un sogno normale. Improvvisamente Eastwood devia dalla strada senza mettere la freccia e parte di corsa in salita, Sei andato a vedere “Manuale d’amore”? No? Allora beccati questo Nightmare senza Mister Kruger. Non puoi nemmeno andartene, perché nel frattempo ti sei innamorato (come amante o come padre, non so) di Maggie. Se la abbandoni sei un verme. E poi devi sapere come andrà a finire. Sullo schermo finisce come dicono nelle pagine di spettacolo dei giornali. In platea finisce con gli occhi umidi e con un gran vuoto allo stomaco. Se fossi a teatro te ne libereresti con un applauso da far male alle mani. Ma al cinema guardi lo schermo nero e te lo tieni tutto dentro.
Potrebbe essere un buon consiglio perché la differenza tra le due sale è divertirsi o soffrire. Anche la palestra governata da un vecchio Norman Freeman (oscar), squallida e mal tenuta ti induce a tenerti alla larga. Ma tu scegli di entrare e sei accontentato. Clint Eastwood (oscar) ti prende sulle ginocchia ossute da 37 anni ciascuna e comincia a incantarti come un suonatore di piffero. Perché è bella la storia che racconta., la stravolgente Hilary Swank (oscar) è Maggie, una ragazza che vuole diventare campionessa di boxe. Ne abbiamo visti tanti di sogni americani in pellicola, che siamo in grado di giudicare se funzionano. Ma Million dollar baby non è un sogno normale. Improvvisamente Eastwood devia dalla strada senza mettere la freccia e parte di corsa in salita, Sei andato a vedere “Manuale d’amore”? No? Allora beccati questo Nightmare senza Mister Kruger. Non puoi nemmeno andartene, perché nel frattempo ti sei innamorato (come amante o come padre, non so) di Maggie. Se la abbandoni sei un verme. E poi devi sapere come andrà a finire. Sullo schermo finisce come dicono nelle pagine di spettacolo dei giornali. In platea finisce con gli occhi umidi e con un gran vuoto allo stomaco. Se fossi a teatro te ne libereresti con un applauso da far male alle mani. Ma al cinema guardi lo schermo nero e te lo tieni tutto dentro.
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