domenica 30 dicembre 2007
Leoni per agnelli
C'è un'altra parte di Hollywood che per quanto abbia capacità e risorse, non riesce a confezionare film che valgano la pena.
Purtroppo in "Leoni per Agnelli" le due parti coincidono perfettamente e il film che ne esce è secoli luce lontano da quello che vorrebbe essere. Si parla delle guerre americane nel mondo e se ne parla per dire che sono sbagliate, iniziate con la menzogna e condotte male, ma le azioni che dovrebbero esserne la dimostrazione si svolgono in sole 3 (tre) scene, per di più così statiche che persino la poltrona del cinema al loro confronto sembra più cinetica. Tom Cruise e Merryl Streep si affrontano in un ufficio a Washington (il duello artistico è vinto senza dubbio da Merryl Streep, mentre quello deloo spettatore contro il sonno dal sonno). Nello stesso momento Robert Redford e uno studente universitario sconfinano oltre la soglia del dolore da noia in un'anonima sala professori. Infine due soldati - se non conosciamo i loro nomi fa lo stesso - se la vedono (male) in Afghanistan contro i talebani.
Tutti gli attori parlano di impegno, invitano a tenere la guardia alta contro l'apatia, ma Robert Redford attore, doppiato da Carmine Sbadiglio, è troppo rilassante per tenerti gli occhi aperti, mentre Robert Redford regista è troppo piatto per non sembrare un letto a due piazze.
"Leoni per Agnelli" potrebbe più correttamente intitolarsi "Lexotan per Valium", ma ciò richiederebbe agli sceneggiatori uno sforzo che potrebbe svegliarli. Devono allora aver pensato di utilizzare parole e dialoghi, se non proprio banali, certamente scontati. Così scontati che tra pochi giorni staranno benissimo con i saldi di gennaio.
venerdì 30 novembre 2007
USAC NOLE 87 - 54
In compenso l’USAC ha presentato al popolo di Vauda un playmaker che se lo sognano loro. L’incubo dei difensori Nolesi ha il n. 23 e sul referto arbitrale risulta aver messo a segno 30 punti.
Partiamo sotto di 2 e “play” Ciampy ci riporta in pari. Poi andiamo avanti noi e ci rimaniamo per tutto il primo quarto con 6 o 7 punti più degli avversari. Il Nole ci crede ancora, noi soffriamo un po’ ma loro di più, anche a causa dell’allenatore che tuona come un temporale in agosto.
Nel secondo quarto il vantaggio USAC si riduce a soli 2 punti, ma è questione di poco. L’astuto coach fa due cambi e in breve riprendiamo il largo. Parliamo di Ottino? Andrea si accorge di essere il più alto e si dà da fare sotto il tabellone, Alberto, fresco fresco di benedizione vescovile, alimenta la nostra fede nella vittoria mettendo 21 punti nella rete. Abidin non so che fa, ma lo fa bene. Davide… Davide con quel suo musino simpatico e gli occhietti furbi fa un po’ di passi in partenza; non tanti, ma quelli che bastano per farsi fischiare falli a palla. Il pubblico gli suggerisce che, mancando suo padre in tribuna, si potrebbe anche provare a staccare dal corpicino quei piedini birichini. Allora lui, che alle sue estremità ci tiene, smette di fare passi e comincia a giocare.
Umberto entra in campo e non fa passi, non fa doppio, non sbaglia niente. Si comporta da veterano, ma è il suo esordio in una partita ufficiale. Ale Costa doveva fare 10 punti personali per avere indietro il cellulare che era sotto sequestro. “Mission quasi impossible” perché Ale 10 punti in una partita non li aveva mai fatti. Chi ha ricevuto SMS in questi giorni può dire se l’obiettivo è stato raggiunto o no. Roletti si batte e si sbatte. Matteo Leschiera pensa che dimenticare la borsa a 15 Km faccia fico, ma in mutande o con la divisa, lui c’è sempre e segna 6 punti. Guglielmetti, Bona, Jordano, Vitto e Mattia non ci sono, ma se ci fossero farebbero bene anche loro.
Era scritto che prima o poi dovessimo vincere, e martedì sera, nel paese più buio della provincia di Torino, l’Usac under 14 accende la candelina della prima vittoria dopo 17 sconfitte consecutive tra open e regionale. Vince con 33 punti di vantaggio. Convince anche? Non tantissimo per la verità. Assistendo alle partite dell’U14 di quest’anno si ha come l’impressione che i ragazzi si tengano in tasca delle energie nervose e risparmino grinta e voglia di vincere per altre occasioni. Un po’ come se valutassero l’impegno e decidessero di investire il minimo indispensabile. Il ragionamento si chiama “economia” e può forse funzionare in alcuni campi, ma mai sul parquet. In uno sport, e a maggior ragione in uno sport di squadra, fare calcoli e risparmiarsi è devastante. Quelli che non si risparmiano mai e danno tutto non solo sono i più bravi, ma sono anche i più furbi. Per loro, ma solo per loro, le sconfitte non esistono. Se vincono sono dei vincitori, se perdono sono comunque dei vincenti.
domenica 28 ottobre 2007
Borgosesia Usac 175 - 160
Non è il punteggio. Ma la media in centimetri delle due squadre. La partita di basket è finita in proporzione:
Se in tutto siamo 14, alla partenza eravamo in 8, con Vittorio dito rotto, Ottino febbre alta, Francesco in sanatorio, Mattia, Tommaso e Abidin ancora non tesserati.
Se alla partenza eravamo in otto, al fischio di inizio eravamo in sette, con Matteo Leschiera che si sfascia il tallone in riscaldamento e zoppica fino alla panchina da cui non si alza più.
Se Angelo potesse, lo lascerebbe in pace seduto in panchina. Se Costa potesse, entrerebbe in campo con la felpa e la giacca a vento. E dopo un ottimo 1° quarto, esaurisce le energie e striscia come può fino alla fine.
Se alla fine del primo quarto eravamo in 6, all’inizio del secondo rimaniamo quasi in 5. Esce Matteo Guglielmetti per una botta (per fortuna passa subito) ed entra Ciampy. E qui gli avversari non ci capiscono più niente. Ma come? – pensano - Perché questi nanetti non si arrendono? Perché corrono così velocemente? Perché Bellicapelli ci fa soffrire con questi palleggi che non sai dov’è la palla? Perché anche uno che si chiama Bona ci tratta così male? Perché quel piccoletto, che di nome fa Peroglio, e saltella come un pollo ha una mira che non perdona? Perché quell’altro, ancora più piccolo, ci trafigge con 17 punti?
Sono domande legittime, amici del Borgosesia. Ce le siamo posti anche noi per tutto l’anno scorso quando abbiamo sofferto per i risultati, ma non ci siamo mai lamentati per la forza di carattere e l’impegno della squadra. Dunque vincete pure oggi, (domani chissà) ma soffrite anche voi.
venerdì 12 ottobre 2007
Michael Clayton
Tony Gilroy è il regista di “Armageddon”, “The Bourne supremacy”, “L’avvocato del diavolo”, “L’ultima eclissi”. Film di qualche successo, ma che probabilmente non sono annoverati tra i capolavori del cinema di sempre.
Nemmeno “Michael Clayton” diventerà materia di studio all’università, ma se avrete occasione di andarlo a vedere, sappiate che ha la capacità di strapparvi via dai vostri corpi per restituirvi soltanto due ore dopo, e neanche tanto rilassati.
La trama non è semplicissima: un intrigo tra multinazionali, avvocati, assassini e vittime, ma Gilroy sferruzza bene e dipana il gomitolo per tutto il film, senza che qualche spettatore debba chiedergli di tornare indietro per rivedere un punto.
Tony Gilroy è anche lo sceneggiatore di “Michael Clayton”e con l’uncinetto è ancora meglio del Gilroy regista. Crea la storia e la ricama con dialoghi che non cadono mai di livello, a partire dal monologo iniziale con voce fuori campo che ti rassicura subito sulla qualità di quello che stai per vedere. Non una smagliatura per tutto il film. Bravo davvero.
Bravi anche gli attori nel cast e bravo anche George Clooney. “E bravo Clooney” va letto più come: “Ebbravo”, perché George può essere triste, allegro, preoccupato, indifferente, ma la sua espressione non cambia mai. Lui pensa di ridere, ma le guanciotte non lo seguono. Pensa di adirarsi, ma le sopracciglia non si piegano. Pensa a recitare, ma c’è da chiedersi se effettivamente pensa. In realtà le capacità artistiche di Clooney sono un falso problema. George è bello e affascinante, piace a donne e uomini anche se recita così così ed è utile come test. Se il film risulta godibile nonostante lui significa che è davvero un bel film.
venerdì 5 ottobre 2007
2 giorni a Parigi
Sceneggiatura: Julie Delpy. Regia: Julie Delpy. Protagonista: Julie Delpy. Basta? No. Nel film recitano pure il padre e la madre di Julie Delpy nel ruolo di padre e madre di Jjulie Delpy.
I casi sono due. O la famiglia Delpy doveva finire di pagare il mutuo, oppure Julie Delpy non si fida degli attori sul libero mercato.
E il produttore che ha saldato il mutuo e finanziato il film, ha fatto bene a fidarsi di lei? Vediamo.
Sceneggiatura: “2 giorni a Parigi” non è un film per chi guarda solo le figure. Si appoggia pesantemente sui dialoghi per cui nel giudicare bisogna tener conto della quantità di parole scritte. Forse ne bastavano meno. Certamente gli uomini vorrebbero sapere cosa si dicono le donne quando sono sole tra loro, ma le donne hanno le idee confuse e peggiorative su quello che si dicono gli uomini, altrimenti Julie Delpy non avrebbe messo in bocca ai suoi poco probabili personaggi maschili battute che non sentiresti nemmeno nei peggiori bar di Caracas. Voto 6 +
Regia: tutto bene, ad eccezione della sensazione niente affatto gradevole che i dialoghi tra i due protagonisti (praticamente il 90% del film) non siano dialoghi, ma monologhi montati insieme. Ti vedi il doppiatore che legge e la doppiatrice che aspetta di dire la sua battuta ripassando la parte invece che ascoltare quel che dice l'altro. Esattamente quello che capita in ogni momento della nostra vita reale. E beccarsi questo strazio anche la cinema no eh!. Voto 6 meno meno.
Attrice protagonista: Julie Delpy è piena di fascino e di spigoli. Anche gli spigoli sono piacevoli. Mente su tutto ed è brava. Una bugiarda credibile, capace di divertirsi e soffrire. Una donna vera, insomma. Voto: 8
Per quanto riguarda l'altro protagonista, Adam Goldberg, non si capisce se sono le battute a non essere divertenti, se è lui che proprio non ce la fa o se è il suo doppiatore italiano a non essere adeguato (leggi sopra). Voto: scarso.
La media quanto fa? Appena sufficiente. L'alternativa qual è? Bruno Vespa? Allora via, si va al cinema!
mercoledì 3 ottobre 2007
Il cacciatore di aquiloni
Khaled Hosseini è riuscito a farcire le pagine del suo primo, grande, romanzo “Il cacciatore di aquiloni” con la nostalgia per la sua terra sfigatissima (l'Afghanistan), l'odio per i talebani, il ripudio per la violenza, l'amore per i figli, i misteri e le malefatte dei padri. Allo stesso tempo mette ordine nelle nostre lacunose nozioni sulla storia recente del suo Paese, rovistando tra le macerie di Kabul.
Ma Hosseini ha scritto anche “Mille splendidi soli”, nel quale ha saputo comunicare l'amore per la sua terra sfigatissima (l'Afghanistan), l'odio per i talebani, il ripudio per la violenza, l'amore per i figli, i misteri e le malefatte dei padri. Allo stesso tempo è riuscito a mettere ordine nelle nostre lacunose nozioni sulla storia recente del suo Paese, rovistando tra le macerie di Kabul.
Due libri da leggere se davvero amate o volete avvicinarvi a questo grande scrittore e volete conoscere la nostalgia per la sua terra sfigatissima (l'Afghanistan), l'odio per i talebani, il ripudio per la violenza, l'amore per i figli, i misteri e le malefatte dei padri. Allo stesso tempo metterete ordine nelle vostre lacunose nozioni sulla storia recente di quel Paese, rovistando tra le macerie di Kabul. E rovista rovista, sta a vedere che salta fuori anche il terzo romanzo.
mercoledì 19 settembre 2007
I Simpson
Molto dipende dalla sala cinematografica che scegliete. Chi vive in Canavese non ha scelta e finisce all’Ambra 1 di Valperga, una sala come non ce ne sono più: fredda in inverno, chiusa d’estate, con l’intervallo che dura in misura direttamente proporzionale alla coda per comprare il pop corn. Se, all’inizio del secondo tempo, non ti ricordi più che film stavi vedendo, non è un ictus, ma più semplicemente la resa della creatività, dell’arte e della magia del cinema, che si consegnano disarmate alla cassiera.
Il pubblico di Valperga per i Simpson è più omogeneo di un puré Fanny. Tutti tra i 14 e i 21 anni, esattamente l’arco di età in cui la curva dell’intelligenza sprofonda sotto l’asse delle ascisse. In provincia per misurare il Q.I. si usa una scala ad hoc, che arriva allo zero Kelvin, ma a Valperga si va oltre. Tutti zitti mentre proiettano le diapositive del mobilificio “La portaerei del mobile”, tutti urlano quello che si stanno inviando via SMS durante il promo del film con Bruce Willis. E continuano sulla sigla dei Simpson. “Adesso smetteranno” pensi, “il biglietto lo avranno pur pagato anche loro”. Ma già nella sigla di apertura intuisci quanto sarà orribile il futuro. Il superbo e sempreverde logo della Twentieth Century Fox, improvvisamente si anima: nell’incavo dello zero che forma il 20 appare Bart Simpson che dice qualcosa che non si capisce. E tutti ridono come matti. E allora realizzi che sei finito all’inferno senza nemmeno passare dall’agonia. La ragazza nella fila dietro, per tutta la durata del film emette gemiti che dovrebbe riservare per il fidanzato. Esso, o il presunto tale, crede di essere uno della Gialappa’s e commenta nel modo più imbecille le scene più semplici, borbottando qualcosa in quelle più complesse, perché evidentemente ha difficoltà ad elaborarle. E così via.
I Simpson… mah! Certo che un grande cartone non diventa più grande solo perché esce dal piccolo schermo. Anzi: perde ritmo, smalto, cattiveria, ironia. Non bastano le voci di Monica Ward che doppia Lisa Simpson e qualche gag divertente a mantenere la tacita promessa. Forse è tardi per il film dei Simpson, magari qualche anno fa… O forse lo apprezzereste maggiormente in una sala vuota. Ma allora tanto vale vederselo in televisione. Potete tranquillamente aspettare davanti a E-mule che il film venga giù piano piano o noleggiare il DVD. Questo vi eviterà di subire i titoli di coda. Homer avverte: “rimanete lì, che alla fine dei titoli c’è una sorpresa”. E siccome non ti sei divertito durante il film, aspetti. E aspetti. E aspetti. Saranno tremila i nomi che scorrono in 8 minuti di nulla, e allora pensi che la gag sia costituita proprio da quella interminabile lista, uno scherzo da prete, insomma. Invece no. Sono centinaia di cartonisti anonimi che pretendono di essere letti. E alla fine ecco la scenetta costituita da un personaggio che spazza il pavimento del cinema di Springfield: 15 – 20 secondi senza la pretesa o la speranza di un’idea, ma a Valperga ridono lo stesso. Non perché si divertano, no, ma perché hanno pagato e devono ammortizzare fino in fondo il prezzo del biglietto. Chiamali scemi….