lunedì 29 dicembre 2014

Merluzzo al latte

La foto non è mia perché sono pigro, non ho voglia di prendere la macchina e soprattutto perché le immagini di cibo o sono fatte da chi è capace o il cibo sembra già digerito. Ciò detto, si prende una padella con un diametro importante. Non la misuro perché dovrei alzarmi a cercare un metro e sono pigro. Diciamo: abbastanza grande.
Si prende un grosso spicchio d'aglio e lo si trita finemente. I miei figli, che hanno una vita adolescenziale o universitaria mi odiano per questo e non sono simpatico neanche alle loro fidanzate, ma io l'aglio lo metto dappertutto e abbondo anche.
Versate un paio di cucchiai di olio nella padella (un paio = tre) e quando è ben caldo buttate l'aglio tritato a dorare. Mentre quello sfrigola e riempie la casa di profumo e buon umore, tritate un bel mazzetto di prezzemolo. Io che sono pigro lo prendo direttamente dal vaso di mia madre che ha una certa età, e che, se non se lo trova più, magari crede di averlo usato. Ma voi potete comprarlo.
Quando il prezzemolo è pronto, vi coglierà il dubbio: “ma non bruceranno 'ste foglioline così piccole in quell'olio così caldo”? Certo che bruceranno, ma intanto è già bruciato l'aglio, per cui non farà nessuna differenza.
Mescolate velocemente prezzemolo e aglio nella padella in modo che si mescolino, e buttate i filetti di merluzzo, meglio se liberati dalla plastica. Coprite con un coperchio e abbassate la fiamma al minimo. Se il merluzzo è surgelato rilascerà dell'acquetta che eviterà la carbonizzazione.
Dopo qualche minuto, se proprio avete voglia, rigirate i filetti e prendete la bottiglia del latte dal frigo. Versate un po' di latte e mescolate. Il latte ha il difetto di scappare quando bolle, per questo non mettetene troppo. Non dovete fare un cappuccino. Aggiungete altro latte man mano che si secca. Finito. Spegnete. Il merluzzo cuoce in fretta e la pietanza è già pronta.

sabato 27 dicembre 2014

Capodanni di merda

CAPODANNI DI MERDA
Come ogni anno ripropongo una simpatica iniziativa, ricordando i miei migliori Capodanni di merda, in modo che servano da esempio e ispirazione per i più giovani. La versione 2016 è aggiornata con due straordinari inediti


1967 anno più anno meno. Mi imbosco alla festa di mia cugina, spazzolo decine di tramezzini e vomito verso le 22 sul suo vestito da ballo.

1974. Dopo essere andati al cine a vedere I 3 giorni del Condor, finiamo tutti a casa di qualcuno. Qui si beve. Mi distraggo un attimo e dopo poco ti trovo il mio miglior amico G.B. che limona con la mia fidanzatina, F.G. Torno a casa e vomito tutta la notte.

1985. Con due amici finisco a Ceresole in una casa senza acqua né riscaldamento. Scendiamo a Locana dove ci hanno segnalato una festa. Ci imbuchiamo alla festa. Tutti seduti lungo il perimetro di una stanza. Sono tutti di CL. Cantiamo roba di chiesa per 10 minuti poi con la scusa di uscire a fumare scappiamo a morire assiderati nel nostro letto.

1987
Mia madre decide che devo mettermi con la figlia della lattaia (che non ho mai visto) "Vai in negozio prendi il latte e la conosci". Vado, la vedo e torno a casa. Dico a mia madre che sembra la figlia di Fantozzi. Lei mi chiede se ho alternative. Così, finisce che parto con la figlia della lattaia. L'ultimo ricordo che ho è il decollo da Linate per Monaco. Rientriamo il 2 a Caselle. Credo e mi auguro, ma ne sono abbastanza certo, che non sia successo nulla nell'intervallo.

1989
Offro una ripugnante performance sessuale decembrina con questa nuova amica. Ciò nonostante, lei mi propone ugualmente di accompagnarla a Budapest a Capodanno e io penso che sia per darmi una seconda possibilità. Trascorro invece 30 31 e 1 a elemosinare un po' di sesso e ottengo lo stesso successo di un posteggiatore abusivo nigeriano a Treviso.

1990
La collega P. con la quale ho rimediato una pessima performance sessuale in agosto, mi invita in montagna a Sauce d'Oulx. No, non è vero. Sono io che mi invito da lei. La sera vanno tutti a prendere l'aperitivo, io devo ancora fare la doccia. “Torniamo a prenderti per le dieci - dieci e mezzo e andiamo a San Sicario. Non esistevano ancora i telefonini. Verso mezzanotte sospetto che mi abbiano dimenticato, All'una salgo sulla mia A112 e torno a Torino.

1992. Durante il trasloco da una casa all'altra in Torino, io e la mia compagna (nel frattempo mi ero fidanzato) invitiamo un unico amico a cena per il 31. Dopo cena ci accomodiamo sui divani. Io e lei ci addormentiamo. Il nostro amico se ne va alle 23.

2005. A Favria.cenone italo-rumeno in cascina. Mangiamo seduti su panche senza schienale. Il cibo è tutto freddo e noi mangiamo con la giacca a vento addosso. Il vino è ghiacciato, i bambini corrono dentro e fuori lasciando sempre le porte aperte. La fiamma del camino si ghiaccia e si spezza. Figlio 3 è agitatissimo. Salta, corre, corre e salta. Finalmente a mezzanotte e dieci ci alziamo per andarcene. è allora che Figlio 3 vomita in 4 posti diversi. Puliamo fino alle 2.15

lunedì 22 dicembre 2014

IL Confessore

Ad un certo punto sopraggiunge l'effetto “collezione”. È quello che ti spinge a continuare a leggere i libri di un autore pur sapendo che non ha più nulla da dare. Per me è il caso di Jo Nesbo. Ha inventato un personaggio, il commissario Harry Hole e lo ha spremuto oltre il limite, fino a farlo diventare ridicolo. Qualcuno deve avergli detto “E piantala!” e lui ha pensato bene di rinnovarsi, senza peraltro riuscirci. Ha cambiato nome al personaggio, ma si è portato dietro tutta quell'atmosfera di decadenza narrativa con cui cercava di mantenersi a galla negli ultimi episodi di Harry Hole. Esagerazioni, iperboli, complotti incomprensibili, personaggi della Marvel, subdoli traditori e segreti ai quali si potrebbe rispondere “chemmifrega?”
“Il Confessore” è di nuovo ed è ancora tutto questo: un thriller altamente improbabile in una Oslo che Nesbo vuol far apparire come la parte più pericolosa del Bronx.

Ma passi. Passi anche se mi sono divertito poco e sorpreso mai, passi anche se questo libro non mi ha migliorato nemmeno un po'. Passi pure tutto, perché una collezione non si discute, si fa. Non posso però perdonargli la lunghezza: 407 pagine. Sono tantissime quando un libro prende e non prende, quando conti le pagine che ti separano dall'epilogo non perché ti dispiace, ma perché non vedi l'ora. Alla fine ti senti in colpa, come se avessi commesso un grave peccato, ed è così: tutto quel tempo, investito in un libro così inutile, poteva essere impiegato meglio. Servirebbe un Confessore. Ma non questo.

sabato 20 dicembre 2014

Non avevo capito niente


Sapete come si fa, no? Si dice: “leggo questo, poi quello e poi quell'altro. E, se quest'ultimo mi piace, allora leggo quell'altro ancora”. Voi non fate così? Nemmeno io. 

Non riesco a rispettare la lista della spesa al supermercato, figuriamoci se seguo una pianificazione culturale di qualche tipo. Mi procuro quello che credo mi possa interessare e lo metto da parte, in fondo alle guance, come certi scoiattoli. Poi, rumino e quel che viene, viene. 
Ecco, questo libro di De Silva è stato particolarmente sfigato, perché da quando me lo hanno regalato, un paio d'anni fa, ha girato tutta la casa: è stato avvistato su una mensola, su un davanzale, sul mio comodino, sotto il letto, in una libreria, in un'altra, nel portariviste del cesso e nella camera di un figlio (praticamente un altro cesso). Rischio di smarrimento 5 che di peggio c'è solo Salvini. 
Non sto dicendo niente del libro, lo so. Ma faccio così quando un libro mi è piaciuto molto. Facile essere brillanti quando si è distruttivi, molto più complicato dire qualcosa di utile e divertente su un libro che si porta via il cattivo umore, anzi, fa ridere di gusto e poi fa anche riflettere. Magnifico il protagonista, l'avvocato Malinconico, ancora più belli alcuni personaggi di contorno, come il cane volpino della cooperativa e il camorrista Tricarico. Bella anche Napoli, tanto che mi è venuta voglia di visitarla. Magari, invece di andarci, ci torno, con il prossimo libro di De Silva.

Amore dispari

Di solito, sulla mia spalla destra c'è Aldo lo stronzo e sulla sinistra Aldo l'Illuso, che garantisce un certo equilibrio. Oggi l'Illuso era a tirare uova e il suo posto è stato preso da Aldo Pezzo di Merda. Mi dispiace.
Stz: Guarda, facciamo così. Quando c'è l'Illuso, lui dice le sue stronzate, io lo lascio dire ma poi scriviamo quello che dico io. Funziona bene, non cambiamo.
PdM: Cioè? Sono venuto qui per dare ragione a te?
Stz: Ah, perché? A te è piaciuto sto romanzo?
PdM: Neanche un po', non lo definirei neppure romanzo: è un raccontino.
Stz: Allora siamo d'accordo. Sintetizziamo: “Una merdina”. Fine commento.
PdM: Ok, ma argomentiamo.
Stz: Minchia che palle! Preferisco l'Illuso, che cazzo c'è da argomentare? È di una banalità sconcertante!
PdM: Ecco, banale è un'argomentazione. E in che cosa è banale?
Stz: La storia è piatta piatta: due si conoscono a causa di un incidente stradale (colpo di creatività! Mai visto prima!) si innamorano, ma lui ha 16 anni, lei 45 ed è sposata. Finisce che lei sta col marito e lui soffre come una bestia.
PdM: mhm
Stz: Che c'è? Non è banalità
PdM: Ci sono grandi romanzi con trame altrettanto semplici, ma non li definiresti mai banali.
Stz: Ma quelli sono scritti bene.
PdM: Perché? Questo è zeppo di errori?
Stz: Ci mancherebbero anche gli errori! No, è corretto, ma è scritto in modo piatto, manca tensione, manca la magia, manca quello che trasforma una cronaca in un libro. Ecco: manca l'arte.
PdM: bene, abbiamo argomentato. C'è però un po' di sesso, no?
Stz: boh... un minimo.
PdM: E ti sei eccitato?
Stz: Ma vaffanculo!

venerdì 19 dicembre 2014

Dance Dance Dance

Sono un po' stufo di finire i libri e chiedermi che cosa ho capito. Di solito non capisco niente. Per esempio, quando ho letto la peste di Camus, io ho capito che a Orano c'era la peste e siccome i racconti di malattie epidemiche mi piacciono un sacco, mi ero gustato anche la Peste. Solo dopo, vado a leggere i commenti e scopro che la peste è tutta una metafora per parlare del totalitarismo. Gesù. E io non me ne sono accorto? E' come quando sei cornuto e sei l'ultimo a saperlo. 
Murakami mi mette in crisi più di Camus, perché qui è evidente che c'è qualcosa da capire, un secondo significato da individuare. Il mio problema è che oltre a non trovare questo secondo significato nascosto, non mi è chiaro nemmeno il primo. Preferisco di gran lunga il corvo parlante: con un po' di pazienza si riesce a ricostruire la sua frase e anche a trovare l'oggetto nascosto. Qui è un casino: chi è l'uomo pecora? Esiste davvero? Chi ha ucciso Mei? E che cosa rappresenta quel poveraccio con un braccio solo che esiste solo per morire investito? Potrei andare avanti con i miei dubbi che sono più di mille, ma non vorrei farne venire a chi non ne ha. E quindi mi fermo. Anche con Murakami.

Magic in the Moonlight

A Valperga si sono sbagliati e hanno programmato un film di Woody Allen, tradendo quella bella tradizione di film di merda per subumani che portano avanti con orgoglio da anni.
Non che “Magic in the Moonlight” provochi spasmi di piacere, ma è un film che si può vedere.
Anzi: per quanto riguarda scene e costumi non si guarda: si ammira. Oscar alla sartoria, oscar alla scenografia e oscar all'autorimessa. L'atmosfera Bell'epoque è ricostruita con passione e perizia. Nemmeno un iphone per sbaglio sulla scena, ma profusione di scolli a V per il tennis, tubini per le feste e magnifiche decapottabili sulle strade della Costa Azzurra. La musica, invece, è uno stupido charleston anni 20, che è tanto carino, ma usato come sipario per ogni cambio scena, dopo un po' rompe i coglioni.
Passiamo ad altri premi. Per la sceneggiatura? Non per questo film. I dialoghi che si trascinano nella prima parte li ha probabilmente scritti Carlo Conti. Si capisce dal tasso di prevedibilità. La penna di Woody Allen spunta fuori qua e là soltanto per dipingere il protagonista. Lui è Colin Firth. Scopro che ha 54 anni e ciò mi dà qualche speranza. Il suo ruolo è quello del cretino e anche in questo lo sento vicino. Lei è Emma Stone. Bella, di una bellezza particolare e brava. Più di lui. Oppure è molto più brava la sua doppiatrice, che vuole dire tanto.
Premio alla regia? Se ne può parlare: la storia è raccontata bene e scivola via facilmente, c'è anche il tentativo di far passare un qualche messaggio, ma le scene sono così belle che ce lo si può perdere. Della musica usata come Vagisil crema da spalmare in ogni occasione ho già detto. In verità ho detto tutto e concludo. Fossi in voi che abitate a Milano, Torino e altre città civili, andrei a vederlo, magari dopo aver goduto altri film che solo voi potete sapere. Per chi invece vive in zone culturalmente depresse come la mia, consiglio di andarci, e di corsa, prima che si accorgano dell'errore e lo tolgano per far posto a una retrospettiva di Neri Parenti.