sabato 3 gennaio 2015

American sniper

Quando un uomo con un fucile da cecchino incontra un uomo con un Kalašnikov, l'uomo col Kalašnikov è un uomo morto. È un po' la sintesi di “American sniper” prodotto e diretto da Clint Eastwood, ambientato in Iraq durante la guerra.
Tra bello e fatto bene? Fatto bene. Ambiente ricostruito con cura, dialoghi che si fanno ascoltare senza banalità. (non li ha scritti Renzi) Montato con buon ritmo: la tensione non molla mai e durante certe azioni di guerriglia, diventa anche difficile da tollerare. Soprattutto, Eastwood si tiene a distanza di sicurezza dai luoghi comuni. Per esempio evita con cura una scena di parto. Ho un'avversione per i parti nei film (non parliamo di quelli veri). Non so perché, ma le attrici che fingono di urlare, sudare, soffiare e tutto quanto mi danno fastidio. Qui la scena stacca quando la futura madre sente le prime avvisaglie e riprende quando è già a casa.
Dove cade il film, allora? Non cade. Però non vola nemmeno. Intanto non si vedono mai le tette, poi è un film che non arricchisce, non lascia niente; è puro spettacolo. Una presa di posizione contro la guerra io non ce la vedo. Gli americani sono sempre i soliti bravi ragazzi pronti a far valere ovunque gli interessi degli Stati Uniti, pronti a uccidere e a farsi massacrare. Ma lo sapevamo già.

Ricordate Black hawk down di Ridley Scott? Quello dell'elicottero abbattuto in Mogadiscio? Uguale. Due storie vere raccontate bene: eroismo, amor di patria, spirito di corpo, fratellanza, onore, ecc. Basterebbe credere in questi valori per uscire dal cinema e poter dire di aver visto un capolavoro. A me non riesce.

venerdì 2 gennaio 2015

Principianti

I racconti li amo rotondi, chiusi e saldati come gli anelli della catena di un'ancora. Ci dev'essere un'idea forte, un concetto molto ben chiaro che si palesi all'inizio, si sviluppi strada facendo, e alla fine, ormai in vista del porto, pugnali. Possibilmente alle spalle. Da questo punto di vista, Carver - che incontro per la prima volta - non mi accontenta. I suoi anelli sono aperti come maglie di una catena strappata. I finali non sorprendono e se lo fanno è proprio per la mancanza di qualsiasi sorpresa. Dico di più: se le ultime dieci righe di ogni racconto non ci fossero, credo che non cambierebbe nulla. Ma tutto questo non ha molta importanza, perché, finali o non finali, i racconti di “Principianti” mi hanno speronato all'improvviso e con violenza inaudita, come fece lo Stockholm con l'Andrea Doria, e per tutta la lettura, sono rimasto basito e sbandato di tre quarti, nel letto, (per fortuna senza fare acqua) pronto ad andare a fondo con il libro in mano. Ora, come è possibile che racconti lontani dalla formula che amo (quella di Buzzati per capirci) mi abbiano colpito così forte? Credo che sia la potenza della scrittura. Le parole, qui, sono immediatamente commutate dal cervello in immagini e ogni scena che si compone è una mazzata senza pietà. I quadri che si formano nella mente non sono jpg; sono radiografie, ecografie, Tac e risonanze. Non vedi i volti dei protagonisti, sondi direttamente i loro sentimenti, quando ci sono, e nello stato in cui si trovano, quasi sempre distrutti. Credo che in casi come questi, di potenza di scrittura fuori scala, si debba riconoscere al traduttore quel che è suo. Per “Principianti” la versione italiana è di Riccardo Duranti e credo che gli vada dato il merito di aver saputo mantenere, o addirittura esasperare, la ruvidezza e di non aver fatto nulla per rendere dolce il naufragare.

martedì 30 dicembre 2014

Pride


È come con la marmellata di arance. Solo gli inglesi sanno mettere insieme e amalgamare così bene il dolce e l'amaro, ingredienti poveri e poesia. Un'arte che applicano con tutto, dalle pietre grigie con cui tirano su le case allo stile con cui scrivono i cartelli stradali. E così fanno anche i film. Sono spesso favole agrodolci che fanno scassare, commuovere o semplicemente annusare la vita. Qualche titolo: “Tamara Drew, tradimenti all'inglese” “La parte degli Angeli” “Grazie signora Tatcher” “Monty Python” “Sognando Beckham”. “Pride” si inserisce in questa collana come un libro nel suo scaffale. Attori pressoché sconosciuti raccontano i lunghi mesi di sciopero che nei primi anni 80 videro i minatori gallesi opporsi alle chiusure degli impianti imposte dal governo di Margaret Thatcher. Un gruppo londinese chiamato “Gay e Lesbiche Sostengono i Minatori” raccoglie soldi per aiutare le famiglie dei lavoratori affamate dallo sciopero, ma il loro aiuto mette in imbarazzo i minatori. Da qui nasce il contrasto ovvero la sfida che il regista Matthew Warchus si dà e brillantemente vince. È un film perfetto? Manco per il cimbello: c'è troppo glucosio, se si pone mente alla reale tragedia vissuta in quel periodo. Violenza, fame, disperazione e miseria qui sono sullo sfondo mentre l'obiettivo mette a fuoco solo i primi metri. Perdonabile? Certo, perché la percentuale di succo è alta e concentrata. “Pride” è un bellissimo manifesto su diversità, omosessualità e diritti, disegnato con poesia e colorato con humor. È un film di Natale? Preferisco dire di no, perché altrimenti dovrei paragonarlo ai cinepanettoni made in Italy e mi toccherebbe scrivere cose per cui mi toglierebbero la cittadinanza italiana. (Potrebbe anche rivelarsi un buon affare). No, non è un film di Natale, ma voi andate lo stesso a vederlo adesso, durante queste vacanze, che vi farà bene.

Orogenesi

L’ottavo giorno Dio ci ripensò. 
Pentito di aver creato il mondo, ma soprattutto di averlo donato a chi presto lo avrebbe distrutto, tornò sui suoi passi e decise di rimediare. Si avvicinò al Suo Creato, quel mondo celeste, perfettamente rotondo e liscio, in cui mare e terra si scambiavano reciproci equilibri, e rimase a pensare per qualche istante. Poi, prima di farsi prendere da nuovi ripensamenti, si mise alla caccia degli uomini. Li cercò ovunque, rovistando i boschi e rastrellando le giungle. Prima con pazienza poi con sempre maggior affanno. Doveva essere svelto, perché quelli si sarebbero moltiplicati molto in fretta e presto avrebbero
Torre di Lavina da Punta Arbella
cominciato l’opera distruttrice. Ma erano così piccoli gli uomini! Addirittura microscopici. 

Dio, allora, preoccupato che qualcuno gli sfuggisse, prese a menare gran fendenti con quelle sue mani misericordiose, ma pesanti. Ogni colpo causava terribili stravolgimenti: intere isole sprofondavano, lunghissimi fiumi cambiavano percorso, si crearono deserti dove c’erano paludi e immense pianure si ricoprivano di polvere. I colpi erano così forti che i continenti addirittura si scontravano gli uni contro gli altri. 
E ogni volta che le enormi masse cozzavano, a causa degli urti la terra si accavallava su se stessa innalzandosi verso il cielo e ricoprendosi subito di neve e ghiacci. Ma Dio, concentrato nella caccia, e quasi accecato dagli spruzzi che ad ogni colpo si sollevavano dagli oceani, non si accorgeva di nulla. In breve ebbe finito. O quasi. I pochi uomini che ancora resistevano, si rifugiavano all’ombra di quelle escrescenze di roccia e terra che Egli aveva involontariamente creato. Non appena li ebbe individuati, alzò la mano divina per schiacciarli. E stava per abbatterla, quando si accorse, per l’appunto, delle montagne. Osservò dapprima con curiosità quelle protuberanze che sembravano protendersi verso di Lui (non si ricordava di aver creato nulla di simile), poi con interesse, e infine con un piacere che non riusciva a spiegarsi. Scoprì i ghiacciai e rimase profondamente colpito dal disegno delle morene e dal fascino maligno dei crepacci. Ammirò le guglie più alte e affilate e si lasciò intenerire dalla dolcezza dei pascoli estivi. Si impressionò quando udì il tuono delle valanghe e si commosse quando scoprì laghetti grandi come lacrime e animali che saltavano docili tra le rocce. Sorrise persino quando trovò foreste di larici ricoperte di oro zecchino. Per tutto quel giorno non fece più nulla e rimase a contemplare in silenzio le sue montagne. Il giorno seguente era ancora lì. E ci rimase a lungo. Fu così che Dio si dimenticò degli uomini. 

I rifugi del Canavese

Nei rifugi è sugo di pomodoro, nei bivacchi, invece, l’odore prevalente è quello del legno misto alla polvere e all’olio con il quale, ogni tanti anni, si ungono i cardini di porta e brande.
Sono aromi cari a chi sale in montagna. E catturarli con il fiato ancora corto per la marcia, riporta immediatamente a precedenti visite. Frammenti di escursioni, ricordi che spuntano improvvisi e a volte un po’ dolorosi, perché restituiscono la misura del tempo che è passato. Quell’altra volta il bivacco Giraudo magari era arancione, il Carpano era proprio un'altra cosa e al Pontese non c’era nessuno, anche se era domenica, anche se era agosto.
Sono tanti i rifugi dalle nostre parti; se provi a dirli tutti senza guardare la cartina finisce che ti perdi in qualche valle e non ti tornano i conti. Ma basta una sbirciatina sulla mappa per rivedere con la memoria i trampoli che reggono il Pocchiola Meneghello o quella brutta botte gialla che è il bivacco Davito, con la porta che non si chiude in nessun modo. Si dovrebbero ringraziare uno per uno questi rifugi e bivacchi, che offrono un ricovero dal sole, dalla notte, dalla stanchezza e persino dalla paura.
Anche parlarne è bello. Conosci una persona, scopri che ha dormito in quel bivacco sperduto sotto il ghiacciaio di Ciardonney, proprio il giorno dopo che ci sei stato tu. E allora quello sconosciuto è già più vicino e ispira fiducia. Un po’ come quando si scopre di avere in comune un caro amico. 
Ed infatti, è proprio così.

lunedì 29 dicembre 2014

Patate e carciofi al parmigiano finto

Ingredienti:
- un etto abbondante o anche due di parmigiano finto grattugiato da 9,80 il chilo.
- una crosta di parmigiano reggiano doc dop
- un po' di prezzemolo
- 6 o 7 patate medie
- una busta di carciofi surgelati Orogel da 300 gr in offerta a 1,89
- olio qb (quello buono?)
- uno spicchietto d'aglio
- pan grattato

Dunque, sbucciate e fate lessare nella pentola a pressione le patate. Regolate l'orologio in modo che non escano devastate, di quelle che infili la forchetta e si spaccano, le tiri su col cucchiaio e si versano, le prendi con il mestolo ed esplodono, le afferri con le mani e colano nel polsino della camicia. Se sono troppo cotte, cuocetene delle altre. Qui non vogliamo puré.
Per essere perfette, le patate devono provocare ustioni di non più di secondo/terzo grado e la consistenza deve permettervi di farne dei cubetti o delle fettine.
Con le stesse mani, magari facendo attenzione a non toccare nulla con la pomata anti scottature, aprite la busta di carciofi e versate il contenuto in uno scolapasta, dove i carciofi vanno bonificati con acqua corrente, in modo da portar via un po' di carica batterica. (se costano poco un motivo ci sarà)
Sempre con le stesse mani, mettete In un tegame un filo d'olio e fate dorare l'aglio tritato. L'aglio non è indispensabile, ma io lo metto anche nel tiramisu, A maggior ragione sta bene qui.
Quando la poltiglia d'aglio ha impregnato ben bene l'olio, mettete a cuocere i carciofi. Coperchiate e mescolate di tanto in tanto. Dieci minuti dovrebbero bastare.
Intanto, grattugiate il parmigiano finto (possibilmente con un attrezzo elettrico) e preparate la teglia con carta da forno sul fondo. Olio e spolverata di pan grattato.
Il prezzemolo lo avete tritato? Tritatelo.
Facciamo finta che i carciofi non si siano attaccati al tegame e che le patate siano ancora trattabili e di un bel color cellulite. Componete uno strato di patate e carciofi, coprite con parmigiano finto, un po' di prezzemolo e pan grattato. Poi componete il secondo strato, uguale al primo e sul pan grattato finale versate un po' d'olio.
Mettete nel fornetto elettrico che si scalda in un amen a 200 gradi per 15 - 20 minuti..Ogni tanto controllate che la superficie non annerisca. Io non mi prendo responsabilità.
Quando sfornate, mettete nei pressi la crosta di Parmigiano Reggiano doc e dop da 26 euro al chilo e fate la foto.

Uova negative

Il nome di un piatto è importante, "Uova negative" mi sembra che contenga in sé il germe di un gioioso appetito. Il fatto è che oggi ho tempo zero. Per tutto. Quindi fotografo di corsa queste uova negative, o uova invertite, o ancora, uova finte o uova al contrario. In realtà non sono affatto uova. Ingredienti: 3 tomini del boscaiolo Longo 3-4 carote una cipollona olio pepe no aglio no (giusto un'idea se non resistete) un cucchiaino di salsa di soia sale (per chi se ne fotte delle arterie e non teme l'ipertensione) Soffriggere la cipolla dopo averla tritata velocemente nel mixer. Buttarla nell'olio caldo ma se avete fretta, anche tiepido. Aspettare che la cipolla appassisca (avendo giorni a disposizione) e buttate le carote dopo averle tritate nel mixer. A fuoco massimo sulla piastra grande, fiamma enorme, far cuocere il tutto agitandosi, perché il composto continua a seccare invece di dorarsi. Tenere a portata di mano dell'acqua (un estintore sarebbe esagerato) Se il tutto non brucia, dividete il rosso duovo (che sarebbero le carote) in tre mucchietti e appoggiatevi sopra i tomini del boscaiolo, facendo in modo che risultino in centro..Schiacciarli giù, in modo che sembrino tuorli circondati da albume. Abbassate il fuoco al minimo, coprite e aspettate che i tomini si sciolgano un po'. Fotografate prima che prolassino. Se vi ricordate (io per esempio mi sono dimenticato prima della foto) aggiungere una goccia di Tamari (salsa di soja scura) nel centro dell'uovo, così sembra che l'uovo sia anche "gallato". Una vera finezza, che mio figlio 3 apprezza.