martedì 30 agosto 2016

Il ritorno di Coniglio di John Updike

Quando avevo 20 anni andai in vacanza in auto con tre amici. Appena passato il confine italiano al Monginevro, sulle fiancate della Ritmo grigia avevamo incollato con lettere fosforescenti arancioni, alte 15 centimetri, il nostro obiettivo: Torino - Dakkar.
Presuntuosissimi. Con la Ritmo poi. :)
Arrivati in Marocco, trascorremmo tre giorni nel porto di Casablanca, (immaginate che figata) chiedendo un passaggio in Senegal a tutti i mercantili ormeggiati in banchina, perché di passare il “Sahara Spagnolo” in auto non c'era modo: strade impraticabili e soprattutto c'erano quelli de “il Polisario” che rapinavano o rapivano tutti quelli che passavano.
Conoscemmo così il comandante di un peschereccio italiano, sequestrato dalle autorità locali e bloccato lì da due mesi per aver pescato nelle loro acque. Il comandante del Mascaretti primo di San Benedetto del Tronto ci disse: “Perché Dakkar? È un posto di merda, andate alle Canarie”.
E noi cosa facemmo? Ringraziammo per il caffè e andammo alle Canarie. Tre giorni a vomitare noia in una cabina di ultima classe, afosa e sotto il livello di
galleggiamento. A prua. Ogni ondata scariche di panico.
C'entra con il libro? Sì, perché è successa la stessa cosa. Avevo appena aperto “L'angioletto” di Simenon con tutte le intenzioni di gustarmelo, quando un altro navigato comandante, con un equipaggio di centinaia di volumi nella sua libreria, uno che stimo insomma, mi ha detto : leggi “Il ritorno di Coniglio”. E io cosa ho fatto? Ho mollato Simenon e l'ho letto. Grazie! Libro dell'anno 2016.

sabato 18 giugno 2016

Julieta

Per prepararvi bene alla visione di Julieta, (pronuncia Qulieta) vi consiglio di fare prima qualcosa di cui vi pentirete, così potete entrare in sala pregustando un bel senso di colpa. Il film ci sguazza nei sensi di colpa e voi vi troverete a vostro agio.
L'ultimo Almodovar che avevo visto era stato “Gli amanti passeggeri” una puttanata totale.
Con Qulieta, se non altro, Almodovar torna a fare Almodovar (come direbbe Renzi) anche se il livello di “Donne sull'orlo di una crisi di nervi”, “Tutto su mia madre” e “Parla con lei” se lo scorda.
Qulieta com'è? All'inizio direi maluccio. Il regista cura così poco la recitazione e il direttore del doppiaggio cura così poco la qualità del doppiaggio che viene la nausea, come quando leggi sul cellulare in auto. Ma la storia c'è e dopo poco prende e a come recitano gli attori, non pensi più. Segnalo un filo di omosessualità che non guasta mai e che nei film di Almodovar viene prima della pellicola, una buona tensione per una vicenda che si delinea poco per volta e un finale che va bene così. Il film finisce prima di scadere. Come quelle canzoni che invece di ripetere il rif in dissolvenza, chiudono con un buon giro armonico. Insomma, voto? Tra il 6 e il 7, se non fosse che ad un tratto appare Adriana Ugarte (anche io non la conoscevo, è l'attrice che interpreta Qulieta da giovane) e in un paio di scene di vedono pure le tette. E che tette! Insomma 10.

sabato 7 maggio 2016

Truman, un vero amico è per sempre.

Se aveste l'ulcera, prendereste due aspirine a stomaco vuoto? E se foste già di pessimo umore, andreste a vedere un film che parla di un uomo che sta morendo di cancro e del suo amico che è venuto a salutarlo? Due ore di commiato? Ecco. A me piace molto sbagliare, ma quello di ieri sera non è stato un errore, è stato un suicidio. Il film non è brutto, ma ha il peso atomico del Torio, la densità del Piombo e il sapore del Bactrin forte. Se, quando fumate, usaste cartine di amianto patireste conseguenze meno devastanti della visione di “Truman, un vero amico è per sempre”. Per la prima volta nella mia carriera di spettatore ho sperato che ci fosse un intervallo pop corn o, meglio ancora, che scoppiasse un incendio in sala, che l'incendio non ha colesterolo. Potevo uscire prima della fine, è vero, tanto più che ero anche da solo, ma dovevo far venire mezzanotte e aspettare nella Multipla parlando al contachilometri non sarebbe stato meno triste.
Io non so perché un regista deve prendere in considerazione l'idea di girare un film così tragico. Questo regista si chiama Cesc Gay. Me lo segno, caso mai dovessi andare ancora al cinema nella vita. Consiglio la visione a chi volesse farla finita e non avesse il coraggio dell'ultimo passo. Portatevi i barbiturici direttamente in sala. Io, purtroppo, li avevo lasciati a casa.

giovedì 28 aprile 2016

Parcheggio di cortesia

Interrompo un bel silenzio, per il quale nessuno si è lamentato, per scrivere un post che nessuno mi ha chiesto. Oggi sono andato al Gigante come quasi tutti i giorni. Ho parcheggiato nel sotterraneo, come sempre. E come sempre, passando accanto alla fila di posti riservati a donne in gravidanza e/o con bambini piccoli, mi sono incazzato. Sono 8 – 10 posti contrassegnati da strisce rosa in terra e da un cartello appeso in alto. Si trovano vicini agli ascensori e al tappeto mobile che conducono al piano di sopra e alla piattaforma commerciale. Lo scopo è evidente: agevolare un minimo la vita di chi si porta appresso una pancia o si trascina un bambino piccolo.
In un paese in cui il tasso di natalità è il più basso del mondo, i 10 posti riservati alle donne incinta all'urban Center di Rivarolo alle 11 sono tutti occupati. Ogni tanto, non più di una volta a semestre, quando mi gira, attacco briga.
La donna che oggi sta scaricando il carrello nel baule della sua 500 sta fumando (vietato nel garage) e non sembra incinta.
- Auguri per la gravidanza – le dico.
Mi guarda senza capire per mezzo secondo. Nel mezzo secondo successivo, la mano con la sigaretta fa il tipico gesto italiano che vuol dire: “cazzo vuoi”?
- Ah scusi, pensavo fosse in gravidanza - dico.
Mi rendo conto di due cose, forse più di due:
a) non ha capito la provocazione o, se ha capito, la cosa non la sfiora.
b) io passo per un deficiente, ma non mi sento tale. Più che altro mi sento impotente. Sapete quante volte ho già esposto il problema alla Direzione del Gigante? Mi hannno detto che il garage fa parte del centro commerciale e non del supermercato. È un po' come dire che il condomino X, titolare di 15 dei 18 alloggi del condominio Y non ha nessuna responsabilità se i marciapiedi sono sconnessi. Come se in assemblea
c) la mia scena non serve a niente.
Finita la spesa, scendo, stessa situazione di prima. Questa volta è un uomo, grosso ma basso, più vecchio di me, ma affatto disabile. Sta salendo, anche lui su una 500. Che sia - escluso l'amico Vittorio naturalmente - l'auto degli stronzi?
Evidentemente non posso fare la stessa battuta di prima. Allora gli chiedo semplicemente, con tatto e delicatezza e persino con un sorriso, se ha visto il cartello.
Lui non mi risponde. Ha sentito, ha capito, semplicemente non mi risponde. Non mi guarda nemmeno, sono trasparente come una merda di falena.
So cosa pensa lui e cosa pensate voi: “ma qualcuno ti ha eletto paladino delle donne? Pensi di essere una bella persona?”
No, no, no. Non è come pensate. L'incazzatura è solo in parte per le donne. È soprattutto una questione di regole. Se io non metto la macchina lì, se non ce la mettono le persone per bene, trattandosi di posti riservati a una categoria precisa, perché cazzo devi metterla tu? Soprattutto quando il resto del parcheggio è vuoto a metà. Non è sabato e non è domenica quando il supermercato è pieno (sulle aperture domenicali ne parliamo un'altra volta). Ci sono posti liberi a sei, sette passi da quelli riservati. Se non rispetti regole così facili da rispettare, cosa non fai nel resto della vita?
Non sto parlando di morale personale, di etica o educazione, sto parlando di regole, senso civico o senso dello Stato, quello che hanno, per esempio, i tedeschi. Qui manca e al Gigante non è mai sugli scaffali. Gli italiani lo confondono con la patria, che è quella per la quale tifano davanti alla televisione.
Oggi non mi è venuto in mente, ma la prossima volta, domani o quando sarà, farò qualche foto con il telefono e ve le mostrerò, alla faccia della privacy: che se la mettano nel culo.
di condominio non avesse nessun potere.
c) la mia scena non serve a niente.
Finita la spesa, scendo, stessa situazione di prima. Questa volta è un uomo, grosso ma basso, più vecchio di me, ma affatto disabile. Sta salendo, anche lui su una 500. Che sia - escluso l'amico Vittorio naturalmente - l'auto degli stronzi?
Evidentemente non posso fare la stessa battuta di prima. Allora gli chiedo semplicemente, con tatto e delicatezza e persino con un sorriso, se ha visto il cartello.
Lui non mi risponde. Ha sentito, ha capito, semplicemente non mi risponde. Non mi guarda nemmeno, sono trasparente come una merda di falena.
So cosa pensa lui e cosa pensate voi: “ma qualcuno ti ha eletto paladino delle donne? Pensi di essere una bella persona?”
No, no, no. Non è come pensate. L'incazzatura è solo in parte per le donne. È soprattutto una questione di regole. Se io non metto la macchina lì, se non ce la mettono le persone per bene, trattandosi di posti riservati a una categoria precisa, perché cazzo devi metterla tu? Soprattutto quando il resto del parcheggio è vuoto a metà. Non è sabato e non è domenica quando il supermercato è pieno (sulle aperture domenicali ne parliamo un'altra volta). Ci sono posti liberi a sei, sette passi da quelli riservati. Se non rispetti regole così facili da rispettare, cosa non fai nel resto della vita?
Non sto parlando di morale personale, di etica o educazione, sto parlando di regole, senso civico o senso dello Stato, quello che hanno, per esempio, i tedeschi. Qui manca e al Gigante non è mai sugli scaffali. Gli italiani lo confondono con la patria, che è quella per la quale tifano davanti alla televisione.
Oggi non mi è venuto in mente, ma la prossima volta, domani o quando sarà, farò qualche foto con il telefono e ve le mostrerò, alla faccia della privacy: che se la mettano nel culo.

mercoledì 13 aprile 2016

La scopa del sistema

Mi è piaciuto? Sì.
Perché? Non lo so.
Ha molte pagine inutili, molte pagine incomprensibili, molte difficili, molte divertenti e molte geniali.
Ha molte pagine.
L'ho capito? Mica tanto. Eppure, nonostante una trama che non saprei riportare e personaggi che non saprei collocare, sono contento di averlo letto. È+ un po' come dire che non è fondamentale comprendere qualcosa per apprezzarlo. Del resto, a parte “Michelle”, che non offre difficoltà, perché è un po' come la stele di Roseta, con le frasi in francese e in inglese (Sont des mots qui vont tres bien ensemble... these are words that go together well) a parte “Michelle”, dicevo, non capisco i testi delle canzoni in inglese. Eppure la amo: ho la casa piena di musica anglofona, con raccoglitori di CD, giga di mp3 sul computer e in cantina ci sono scatole di C90, probabilmente smagnetizzate.
Con le arti figurative è lo stesso: non sono in grado di spiegare cosa volesse dire un De Chirico in certe sue opere, eppure starei settimane, in piedi, a osservarle.
Viene un po' fuori la differenza che esiste tra un romanzo e un noir.
Se alla fine di un noir o di un thriller non ho capito chi era l'assassino o come hanno fatto a incastrarlo, so di aver perso tempo e sonno. In un romanzo come questo invece, posso accontentarmi di stare a guardare senza essere obbligato a sapere, perché c'è della bellezza.
Mettiamola così: “La scopa del sistema” mi è piaciuto, non posso premiarlo troppo perché oggettivamente poteva aiutarmi un pochino. Ha il pregio di avermi sbloccato il livello successivo che si chiama “Infinite Jest”. Ho già cominciato a cercarlo, usato, nelle bancarelle di via Cernaia, ma non ho fretta. Adesso vorrei leggere qualcosa di diverso (leggi: facile) che mi ricarichi l'autostima perduta, che mi rapisca e mi porti da qualche parte. Qualcosa di leggero, che non serva a nulla se non a conciliarmi il sonno, la sera. La scelta è fin troppo ampia.

sabato 19 marzo 2016

Susanna, Michela e Marina

Chiedeva memoria. Diceva di non averne abbastanza. Mi domandava spazio, altrimenti non avrebbe potuto - avvertiva - installare certi aggiornamenti. E così, infastidito dai continui avvisi che si succedevano con la stessa ottusa insistenza di certi operatori di call center, un giorno mi sono deciso e l'ho accontentato. Svuota qui, cancella là. In breve mi sono trovato a premere con sadica pressione su questo e su quello. Cancellare? Sì! Siete sicuri? Sì!
È andata così: preda di un orgasmo crescente, cancellavo, svuotavo, distruggevo e intanto a voce alta esprimevo la mia frustrazione: “Va bene adesso? Hai abbastanza spazio? Ne vuoi ancora?”
No, non gli bastava: nonostante la strage perpetrata, per i nuovi aggiornamenti lo spazio non bastava ancora e certe applicazioni non potevano funzionare.
Sconsolato e rassegnato, ho riconquistato un poco di calma immaginando di rivolgermi all'assistenza. Ma in quel momento un piccolo dubbio si è mostrato. L'ho visto solo con la coda dell'occhio, ma l'ho visto. Ho pensato per un istante di aver fatto troppo, di aver esagerato. Come un chirurgo che rivivendo nella mente stanca l'operazione appena conclusa, si rende conto di aver inciso troppo profondamente e teme di aver arrecato un danno al paziente. Mi sono quindi rivisto in quel minuto di follia mentre eliminavo delle icone che, come unica colpa, ostentavano una pingue dimensione. Tra quelle, anche una il cui nome, così semplice e immediato, avrebbe dovuto farmi riflettere: “contatti”.
Ne occupava di spazio quell'applicazione! Un mega e forse più! Birra fresca per la sete di memoria del misero telefono. Però quel nome... il dubbio cresceva e io lo conoscevo bene. È quello che mi ronza intorno con pigri cerchi quando so - non ancora coscientemente - di aver fatto qualcosa di sbagliato. Io lo vedo così, come un grumo che descrive delle orbite, che definirei basse. Per capirci, se io sono in piedi, il pensiero mi nuota intorno, al largo, all'altezza delle caviglie. Quando si trova dietro di me non lo vedo e non lo sento, ma quando passa davanti e le orbite si fanno più strette e più alte, è impossibile non notarlo. E non molla, non molla mai. Nessuno molla mai: non molla il telefono, non mollano i call center, non mollano i sensi di colpa: solo io cedo. Cedo e alla fine lo prendo in considerazione.
Il dubbio di aver sbagliato. Perché poi chiamarlo dubbio quando ormai è una certezza? Certo che non dovevo eliminarlo quel programma che si chiamava “contatti”. Come è potuto venirmi in mente? Perché non ho contato fino a tre, non dico dieci, ma almeno fino a tre prima di premere ELIMINA? Lo sapevo quello che stavo facendo. Quindi? Adesso non resta che verificare, ma c'è poco da scoprire.
Apro la rubrica e scopro con un sollievo che non credevo possibile che i nomi e i numeri ci sono ancora! Mi sembra di aver ricevuto la grazia quando il boia aveva già posato la mano sulla leva che alimenta la sedia elettrica. Non li ho persi i miei numeri di telefono! Sono ancora lì!
Ma il sollievo è effimero e dura pochi secondi. I nomi rimasti sono forse dieci, dodici a dir tanto e sono quelli che si erano nascosti, chissà perché, in qualche memoria secondaria.
Saranno stati tre o quattrocento i miei contatti e non ci sono più.
Va bene. Ce li faremo ridare. Amici, conoscenti, parenti... tramite le email li richiederò e in qualche settimana avrò ricostruito l'archivio. È un danno più che altro per il morale. Una spia che si è accesa per avvertirmi che il mio equilibrio è in riserva.
Improvvisamente, però, mi rendo conto che, insieme ai numeri davvero utili, che saranno stati al massimo una cinquantina, si sono estinti anche plotoni di sconosciuti. “Madre Bu” Ma chi era “Madre Bu”? E “Piero Castel”? "Castel” sta per Castellamonte? Conosco un Piero a Castellamonte? Io non riconosco i volti delle persone, figuriamoci se ricordo i nomi. Non tutto è male, quindi: la cancellazione ha igienizzato la memoria del telefono e anche la mia.
C'erano però dei nomi, che conoscevo benissimo, che mi dispiace aver perso, nonostante fossero i più inutili di tutti. Quei numeri non li avrei mai utilizzati, né avrei mai ricevuto chiamate da loro. Erano quelli di Susanna, Michela e Marina. Li ho conservati per anni e sono sopravvissuti a revisioni e cambi di telefono. Si presentavano ogni tanto, in occasione di qualche ricerca. Digitavo “Su” e spuntava Susanna. Non era lei che cercavo, ma mi faceva piacere vederla apparire tra i suggerimenti, visto che sui sentieri della Val Soana non l'avrei più incontrata. Digitavo “M” e magari saltavano fuori Michela e Marina.
Perché tenere nella memoria del telefono nomi e numeri di un'amica e di due carissime cugine che non ci sono più?
Io non li avrei mai cancellati. È stato un dito isterico a recidere, in vece mia, quel legame.
Un amico, al quale ho raccontato questa storia, evidentemente ascoltandomi con stoica attenzione, nonostante la noia che l'aneddoto porta con sé, alla fine mi ha detto: “le hai lasciate andare”.
Ho sorriso con lui, ringraziandolo per il pensiero, che è moto bello. Mi piace pensare che sia così. In realtà non è vero che le ho lasciate andare: Susanna, Marina e Michela continuano a essere con me, tanto quanto prima, anche se non ci telefoniamo mai.

martedì 8 marzo 2016

perfetti sconosciuti

Orgoglioso di essere italiano? Posso arrivare a dire che mi vergogno un po' meno di un paio di anni fa, ma da qui a ostentare la mia cittadinanza c'è un abisso. Eppure, uscendo dal cinema di Candelo (Biella) dove ho visto “Perfetti sconosciuti”, il primo pensiero è stato: “come sarebbe bello se all'estero vedessero il film e ci giudicassero per questo o per opere di intelligenza, arte e cultura come questa”. Vorrei che l'ammirazione che io sento per gli autori di questo film (tra poco entrerò nei dettagli) potesse arrivare, appunto, anche dall'estero, che so, dalla Germania, dalla Francia, dalla Gran Bretagna o dalla Svezia e fosse distribuita, oltre che agli autori, anche a tutti gli italiani e quindi, per osmosi, anche a me, che sono cittadino come Paolo Genovese, il regista. O come Filippo Bologna, Paolo Costella, Paola Mammini e Rolando Ravello. Questi italiani sono i co-autori, che hanno saputo cucire dialoghi come se ne sentono raramente nel corso di una vita da spettatore. Le battute, la mimica, la scelta delle parole e delle pause, ti apparecchiano un posto a tavola, ti invitano in mezzo a un gruppo di amici seduti per la cena. L'effetto coinvolgente è tale che viene spontaneo pensare a delle risposte, a delle battute ironiche e divertenti per contribuire. Ma non c'è solo questo, c'è un montaggio chirurgico: stacchi e inquadrature creano un ritmo che prende e porta via. Non parlo degli attori perché non voglio esagerare, non parlo della trama perché non è mia abitudine. Mi basta testimoniare divertimento, intelligenza e bellezza. Insomma si può andarne fieri.