sabato 1 ottobre 2016

Una pistola come la tua

Quinto episodio della serie de “Les italiens” che conferma quanto i migliori fossero il primo e il secondo. Al quinto e ultimo posto metto il terzo, mentre al quarto ci sta il quinto, di conseguenza, il quarto lo classificherei terzo. Primo forse il secondo e secondo il primo. Se non fosse chiaro, posso fare uno schemino, ma se mi ascoltate, vi leggete i primi due e vi fermate lì. Vi fermate anche se è difficile non seguire le sorti degli eroi di cui ci si “innamora”. A me è capitato con Harry Hole, con l'ispettore Rebus e con Frank Bascombe, per non parlare di Harry Potter. Qualcuno si è affezionato addirittura a Renzo Cremona. Io ammetto di essermi lasciato prendere anche dal commissario Mordenti e dai suoi flic della brigata criminale di Parigi. (Non mai e non certo da Zara Bosdaves, l'altro personaggio ideato da Pandiani). Cosa dire in particolare di questo “Una pistola come la tua” quinto episodio? Che è certamente meglio del terzo ma non del quarto, per cui è quarto.

Café Society

 

Uguale! Woody Allen dirige Jesse Eisenberg guardandosi allo specchio. Eisenberg gli assomiglia persino un po': ebreo come lui, imbranato come lui, si muove e recita come se fosse lui: stessa semi balbuzie, frasi brevi, nervose, incatenate come in un cruciverba.
Insomma, con il pretesto di raccontare una storia, Allen mette in scena se stesso.
Chi si è occupato dei costumi di questo film ha come obiettivo l'oscar. Idem per la fotografia e il trucco: gli anni 30 erano esattamente quelli, erano così! “Ma tu c'eri?” potrebbero chiedermi. No, ma siccome me li immagino con quelle tinte, quelle facce, quello swing, dico che erano quelli.
Visto che il testo non mi decolla, faccio una cosa che non ho mai fatto: rinuncio a essere presuntuoso, vi mando al cinema e vi rimando al commento di Marzia Gandolfi (non so chi sia ma secondo me c'azzecca)  http://www.mymovies.it/film/2016/cafesociety/

martedì 30 agosto 2016

Il ritorno di Coniglio di John Updike

Quando avevo 20 anni andai in vacanza in auto con tre amici. Appena passato il confine italiano al Monginevro, sulle fiancate della Ritmo grigia avevamo incollato con lettere fosforescenti arancioni, alte 15 centimetri, il nostro obiettivo: Torino - Dakkar.
Presuntuosissimi. Con la Ritmo poi. :)
Arrivati in Marocco, trascorremmo tre giorni nel porto di Casablanca, (immaginate che figata) chiedendo un passaggio in Senegal a tutti i mercantili ormeggiati in banchina, perché di passare il “Sahara Spagnolo” in auto non c'era modo: strade impraticabili e soprattutto c'erano quelli de “il Polisario” che rapinavano o rapivano tutti quelli che passavano.
Conoscemmo così il comandante di un peschereccio italiano, sequestrato dalle autorità locali e bloccato lì da due mesi per aver pescato nelle loro acque. Il comandante del Mascaretti primo di San Benedetto del Tronto ci disse: “Perché Dakkar? È un posto di merda, andate alle Canarie”.
E noi cosa facemmo? Ringraziammo per il caffè e andammo alle Canarie. Tre giorni a vomitare noia in una cabina di ultima classe, afosa e sotto il livello di
galleggiamento. A prua. Ogni ondata scariche di panico.
C'entra con il libro? Sì, perché è successa la stessa cosa. Avevo appena aperto “L'angioletto” di Simenon con tutte le intenzioni di gustarmelo, quando un altro navigato comandante, con un equipaggio di centinaia di volumi nella sua libreria, uno che stimo insomma, mi ha detto : leggi “Il ritorno di Coniglio”. E io cosa ho fatto? Ho mollato Simenon e l'ho letto. Grazie! Libro dell'anno 2016.

sabato 18 giugno 2016

Julieta

Per prepararvi bene alla visione di Julieta, (pronuncia Qulieta) vi consiglio di fare prima qualcosa di cui vi pentirete, così potete entrare in sala pregustando un bel senso di colpa. Il film ci sguazza nei sensi di colpa e voi vi troverete a vostro agio.
L'ultimo Almodovar che avevo visto era stato “Gli amanti passeggeri” una puttanata totale.
Con Qulieta, se non altro, Almodovar torna a fare Almodovar (come direbbe Renzi) anche se il livello di “Donne sull'orlo di una crisi di nervi”, “Tutto su mia madre” e “Parla con lei” se lo scorda.
Qulieta com'è? All'inizio direi maluccio. Il regista cura così poco la recitazione e il direttore del doppiaggio cura così poco la qualità del doppiaggio che viene la nausea, come quando leggi sul cellulare in auto. Ma la storia c'è e dopo poco prende e a come recitano gli attori, non pensi più. Segnalo un filo di omosessualità che non guasta mai e che nei film di Almodovar viene prima della pellicola, una buona tensione per una vicenda che si delinea poco per volta e un finale che va bene così. Il film finisce prima di scadere. Come quelle canzoni che invece di ripetere il rif in dissolvenza, chiudono con un buon giro armonico. Insomma, voto? Tra il 6 e il 7, se non fosse che ad un tratto appare Adriana Ugarte (anche io non la conoscevo, è l'attrice che interpreta Qulieta da giovane) e in un paio di scene di vedono pure le tette. E che tette! Insomma 10.

sabato 7 maggio 2016

Truman, un vero amico è per sempre.

Se aveste l'ulcera, prendereste due aspirine a stomaco vuoto? E se foste già di pessimo umore, andreste a vedere un film che parla di un uomo che sta morendo di cancro e del suo amico che è venuto a salutarlo? Due ore di commiato? Ecco. A me piace molto sbagliare, ma quello di ieri sera non è stato un errore, è stato un suicidio. Il film non è brutto, ma ha il peso atomico del Torio, la densità del Piombo e il sapore del Bactrin forte. Se, quando fumate, usaste cartine di amianto patireste conseguenze meno devastanti della visione di “Truman, un vero amico è per sempre”. Per la prima volta nella mia carriera di spettatore ho sperato che ci fosse un intervallo pop corn o, meglio ancora, che scoppiasse un incendio in sala, che l'incendio non ha colesterolo. Potevo uscire prima della fine, è vero, tanto più che ero anche da solo, ma dovevo far venire mezzanotte e aspettare nella Multipla parlando al contachilometri non sarebbe stato meno triste.
Io non so perché un regista deve prendere in considerazione l'idea di girare un film così tragico. Questo regista si chiama Cesc Gay. Me lo segno, caso mai dovessi andare ancora al cinema nella vita. Consiglio la visione a chi volesse farla finita e non avesse il coraggio dell'ultimo passo. Portatevi i barbiturici direttamente in sala. Io, purtroppo, li avevo lasciati a casa.

giovedì 28 aprile 2016

Parcheggio di cortesia

Interrompo un bel silenzio, per il quale nessuno si è lamentato, per scrivere un post che nessuno mi ha chiesto. Oggi sono andato al Gigante come quasi tutti i giorni. Ho parcheggiato nel sotterraneo, come sempre. E come sempre, passando accanto alla fila di posti riservati a donne in gravidanza e/o con bambini piccoli, mi sono incazzato. Sono 8 – 10 posti contrassegnati da strisce rosa in terra e da un cartello appeso in alto. Si trovano vicini agli ascensori e al tappeto mobile che conducono al piano di sopra e alla piattaforma commerciale. Lo scopo è evidente: agevolare un minimo la vita di chi si porta appresso una pancia o si trascina un bambino piccolo.
In un paese in cui il tasso di natalità è il più basso del mondo, i 10 posti riservati alle donne incinta all'urban Center di Rivarolo alle 11 sono tutti occupati. Ogni tanto, non più di una volta a semestre, quando mi gira, attacco briga.
La donna che oggi sta scaricando il carrello nel baule della sua 500 sta fumando (vietato nel garage) e non sembra incinta.
- Auguri per la gravidanza – le dico.
Mi guarda senza capire per mezzo secondo. Nel mezzo secondo successivo, la mano con la sigaretta fa il tipico gesto italiano che vuol dire: “cazzo vuoi”?
- Ah scusi, pensavo fosse in gravidanza - dico.
Mi rendo conto di due cose, forse più di due:
a) non ha capito la provocazione o, se ha capito, la cosa non la sfiora.
b) io passo per un deficiente, ma non mi sento tale. Più che altro mi sento impotente. Sapete quante volte ho già esposto il problema alla Direzione del Gigante? Mi hannno detto che il garage fa parte del centro commerciale e non del supermercato. È un po' come dire che il condomino X, titolare di 15 dei 18 alloggi del condominio Y non ha nessuna responsabilità se i marciapiedi sono sconnessi. Come se in assemblea
c) la mia scena non serve a niente.
Finita la spesa, scendo, stessa situazione di prima. Questa volta è un uomo, grosso ma basso, più vecchio di me, ma affatto disabile. Sta salendo, anche lui su una 500. Che sia - escluso l'amico Vittorio naturalmente - l'auto degli stronzi?
Evidentemente non posso fare la stessa battuta di prima. Allora gli chiedo semplicemente, con tatto e delicatezza e persino con un sorriso, se ha visto il cartello.
Lui non mi risponde. Ha sentito, ha capito, semplicemente non mi risponde. Non mi guarda nemmeno, sono trasparente come una merda di falena.
So cosa pensa lui e cosa pensate voi: “ma qualcuno ti ha eletto paladino delle donne? Pensi di essere una bella persona?”
No, no, no. Non è come pensate. L'incazzatura è solo in parte per le donne. È soprattutto una questione di regole. Se io non metto la macchina lì, se non ce la mettono le persone per bene, trattandosi di posti riservati a una categoria precisa, perché cazzo devi metterla tu? Soprattutto quando il resto del parcheggio è vuoto a metà. Non è sabato e non è domenica quando il supermercato è pieno (sulle aperture domenicali ne parliamo un'altra volta). Ci sono posti liberi a sei, sette passi da quelli riservati. Se non rispetti regole così facili da rispettare, cosa non fai nel resto della vita?
Non sto parlando di morale personale, di etica o educazione, sto parlando di regole, senso civico o senso dello Stato, quello che hanno, per esempio, i tedeschi. Qui manca e al Gigante non è mai sugli scaffali. Gli italiani lo confondono con la patria, che è quella per la quale tifano davanti alla televisione.
Oggi non mi è venuto in mente, ma la prossima volta, domani o quando sarà, farò qualche foto con il telefono e ve le mostrerò, alla faccia della privacy: che se la mettano nel culo.
di condominio non avesse nessun potere.
c) la mia scena non serve a niente.
Finita la spesa, scendo, stessa situazione di prima. Questa volta è un uomo, grosso ma basso, più vecchio di me, ma affatto disabile. Sta salendo, anche lui su una 500. Che sia - escluso l'amico Vittorio naturalmente - l'auto degli stronzi?
Evidentemente non posso fare la stessa battuta di prima. Allora gli chiedo semplicemente, con tatto e delicatezza e persino con un sorriso, se ha visto il cartello.
Lui non mi risponde. Ha sentito, ha capito, semplicemente non mi risponde. Non mi guarda nemmeno, sono trasparente come una merda di falena.
So cosa pensa lui e cosa pensate voi: “ma qualcuno ti ha eletto paladino delle donne? Pensi di essere una bella persona?”
No, no, no. Non è come pensate. L'incazzatura è solo in parte per le donne. È soprattutto una questione di regole. Se io non metto la macchina lì, se non ce la mettono le persone per bene, trattandosi di posti riservati a una categoria precisa, perché cazzo devi metterla tu? Soprattutto quando il resto del parcheggio è vuoto a metà. Non è sabato e non è domenica quando il supermercato è pieno (sulle aperture domenicali ne parliamo un'altra volta). Ci sono posti liberi a sei, sette passi da quelli riservati. Se non rispetti regole così facili da rispettare, cosa non fai nel resto della vita?
Non sto parlando di morale personale, di etica o educazione, sto parlando di regole, senso civico o senso dello Stato, quello che hanno, per esempio, i tedeschi. Qui manca e al Gigante non è mai sugli scaffali. Gli italiani lo confondono con la patria, che è quella per la quale tifano davanti alla televisione.
Oggi non mi è venuto in mente, ma la prossima volta, domani o quando sarà, farò qualche foto con il telefono e ve le mostrerò, alla faccia della privacy: che se la mettano nel culo.

mercoledì 13 aprile 2016

La scopa del sistema

Mi è piaciuto? Sì.
Perché? Non lo so.
Ha molte pagine inutili, molte pagine incomprensibili, molte difficili, molte divertenti e molte geniali.
Ha molte pagine.
L'ho capito? Mica tanto. Eppure, nonostante una trama che non saprei riportare e personaggi che non saprei collocare, sono contento di averlo letto. È+ un po' come dire che non è fondamentale comprendere qualcosa per apprezzarlo. Del resto, a parte “Michelle”, che non offre difficoltà, perché è un po' come la stele di Roseta, con le frasi in francese e in inglese (Sont des mots qui vont tres bien ensemble... these are words that go together well) a parte “Michelle”, dicevo, non capisco i testi delle canzoni in inglese. Eppure la amo: ho la casa piena di musica anglofona, con raccoglitori di CD, giga di mp3 sul computer e in cantina ci sono scatole di C90, probabilmente smagnetizzate.
Con le arti figurative è lo stesso: non sono in grado di spiegare cosa volesse dire un De Chirico in certe sue opere, eppure starei settimane, in piedi, a osservarle.
Viene un po' fuori la differenza che esiste tra un romanzo e un noir.
Se alla fine di un noir o di un thriller non ho capito chi era l'assassino o come hanno fatto a incastrarlo, so di aver perso tempo e sonno. In un romanzo come questo invece, posso accontentarmi di stare a guardare senza essere obbligato a sapere, perché c'è della bellezza.
Mettiamola così: “La scopa del sistema” mi è piaciuto, non posso premiarlo troppo perché oggettivamente poteva aiutarmi un pochino. Ha il pregio di avermi sbloccato il livello successivo che si chiama “Infinite Jest”. Ho già cominciato a cercarlo, usato, nelle bancarelle di via Cernaia, ma non ho fretta. Adesso vorrei leggere qualcosa di diverso (leggi: facile) che mi ricarichi l'autostima perduta, che mi rapisca e mi porti da qualche parte. Qualcosa di leggero, che non serva a nulla se non a conciliarmi il sonno, la sera. La scelta è fin troppo ampia.