lunedì 28 maggio 2018
Quando feci la promessa
Sono sempre stato figlio unico, ma quando avevo 11 anni lo ero di più.
Trascorrevo le giornate in casa a giocare da solo con lego e soldatini.
Facevo disputare lunghe partite di calcio ai soldatini, poi sgombravo
il tavolo, prendevo la Lettera22 di mio padre e scrivevo la cronaca
della partita, completa di interviste ai giocatori. Sognavo di fare il
giornalista. Ero un giornalista.
Ero soprattutto un bambino felice.
I miei genitori, invece, erano preoccupati e un giorno mi domandarono:
«Ti piacerebbe andare negli scout?» Sottinteso: “così vedi gente, fai
cose, ti muovi un po'.”
«No» risposi. E così, una settimana dopo, ero iscritto negli scout,
per la precisione nel Leuman 1°, Non credo che esistesse il Leuman 2°,
3° ma il nostro era il Leuman 1°.
Perché finii laggiù, quasi a Rivoli, io che abitavo a Torino in zona
Santa Rita? Semplice: il capo Riparto era mio cugino, che conoscevo
appena. Era un bel ragazzo, moro, la barba scurissima. Parlava
volentieri di Dio e di scorregge.
Approdai al corpo degli scout a 11 anni senza essere passato prima dai
lupetti. È come iscriversi alle medie senza aver fatto le elementari.
Non sai fare un nodo che sia uno, quando gli altri piantano l'urlo di
squadriglia non sai se puoi, se devi e che cosa urlare, per cui sei
sempre indietro. Come quando mi parlano in inglese. Sono lì che cerco di
capire la prima frase, che il mio interlocutore è alla fine del
discorso. Cos'ha detto?
Soprattutto, degli scout non me ne fregava niente. Io volevo il mio
lego, i miei soldatini e la mia Lettera22. Una cosa bella c'era: avrei
avuto diritto a portare con me un coltellino svizzero, di quelli che
hanno due lame oltre a un sacco di accessori inutili.
Una delle prime domeniche, ci portarono in campagna per una grande
battaglia a “scalpo”. I miei compagni di Riparto erano divisi tra
quelli eccitati dalla prospettiva e quelli preoccupati. Io divenni
subito il leader di quelli spaventati che erano l'ala sinistra dei
preoccupati.
Scalpo è un gioco violento: ti devi infilare uno straccio nei
pantaloni e lasciare che penda sul sedere come una coda. Il gioco
consiste nel prendere lo scalpo degli avversari, ovvero dei nemici. In
qualsiasi modo: picchiando, bastonando, scippando, minacciando.
C'era chi, a fine giornata, esibiva tutti gli scalpi tolti ai nemici,
legati attorno alle braccia sanguinanti. Degli scalpati si perdevano le
tracce. Sì lottava in mezzo ai rovi. Tornare con molti scalpi era
segno di grande virilità. Io credo che dopo l'entrata in vogore della
legge 626 scalpo si giochi al massimo con una app sui tablet, come è
giusto che sia, ma non so: mi informerò.
Quando quella domenica assolata ci liberarono tra le colline di non so
dove, io cercai un posto tranquillo all'ombra, con il mio manipolo di
compagni terrorizzati. Erano quelli che avevano già subito il gioco nel
passato. Io, se non altro, non avevo un ricordo traumatico da portarmi
appresso. Fummo comunque individuati e circondati. Provai a negoziare
una resa, ma chi ci trovò, una pattuglia del mitico Volpiano II non
aveva intenzione di fare prigionieri.
Nessuno mi fece davvero male, ma ricordo poche umiliazioni peggiori di
quella. Per fortuna dagli scout si andava solo una volta la settimana,
più la domenica.
Arriva l'estate e arrivano le vacanze. Si va in montagna con mamma e
papà, in campeggio a Cogne dove mi piaceva fare gite e, quando pioveva,
amavo giocare con soldatini e lego in roulotte. Avevo anche degli
amici, con i quali si giocava con gli archi costruiti con rami di
larice (si spezzano ma non si piegano) e frasche di torrente. Io avevo
un certo ascendente su quei ragazzi, perché ero l'unico negli scout,
quindi le cose selvagge io le sapevo.
Ad agosto, però, doccia fredda: C'è da andare al campo estivo scout.
Ma come? Anche io?
Sì, anche tu.
Ma io non voglio.
Tu vai.
E così, una sera mi presero e mi riportarono a Torino dove fui mi
caricato su un pullman con altri 30 o 40 scout. Destinazione: La
Vachette, vicino a Briançon, appena oltre il confine con la Francia. In
pratica lo sconfinamento dei gendarmni francesi a Bardonecchia di
qualche settimana fa altro non è che la rappresaglia per
quell’invasione.
Io facevo parte della squadriglia dei falchi, non l'ho detto prima,
fate finta di averlo sempre saputo.
In squadriglia eravamo in sette. Quando si marciava, il primo davanti
era il capo squadriglia, l'ultimo era il vice, quello che teneva il
guidone. Il guidone era il bastone con il gagliardetto della
squadriglia, un simbolo da difendere a costo della vita. Dal secondo al
quinto c'erano gli altri, in ordine gerarchico. Io ero il quinto,
ovviamente. Quel primo giorno, appena sbarcati dalla corriera, mentre
cercavo di governare il mal di testa, gli altri, veloci come lucertole,
attrezzarono il nostro angolo: tende, panche, tavolo, focolare, tutto
era montato con corde cordini chiodi, assi e macigni. Tutto pronto per
l'ispezione. Come tutti quelli che non sanno chi sono, io vagavo da
questo e da quello, aspettando che mi dessero delle cose da fare in modo
da farmi sentire coautore di qualcosa, ma tutti volevano fare tutto e
nessuno mi chiedeva nulla. Fu così che non feci un cazzo per due
giorni.
La prima sera, in tenda, ebbi una terribile crisi di nostalgia.
Pensavo ai miei genitori e me li immaginavo persi senza di me. Piangevo
disperato nell'immaginare mamma e papà affranti, che si guardavano
nella penombra (perché per la tristezza nessuno dei due avrebbe pensato
ad accendere la luce) e si domandavano “E adesso?” Era la prima volta
che stavo lontano dai genitori e avevo paura che soffrissero. Ora ho
tre figli, mi trovo dalla parte opposta, ho accumulato esperienze e
saggezza e infatti non riesco a capire come potessi essere tanto
coglione.
I giorni passavano tra gite, minchiate, messe, giochi notturni, canti
scout, urla, squadriglie che andavano e venivano e io che seguivo,
sempre un po' in ritardo. Finché scoprii quello che tutti mormoravano e
che nessuno diceva: la domenica ci sarebbe stata la cerimonia. Quale?
Quella in cui sarebbero state conferite le specialità e i gradi.
Qualcuno avrebbe preso la prima classe, qualcuno la seconda, altri le
specialità e i nuovi avrebbero fatto la “promessa”.
Io ero uno dei nuovi e non avevo ancora fatto la promessa. Ora uno
scout senza promessa è nessuno, è uno spermatozoo senza flagello, uno
zabajone senza uova: vale meno di una zanzara che si dibatte in un
fondo di acqua e vino. Quella del senza promessa è una non vita. Fare
la promessa è come passare da recluta a soldato. Da Alvaro Vitali a
Charles Bronson.
Tuttavia, a me non importava un gran che, immaginavo, però, che avere
la promessa avrebbe forse migliorato il mio status e la mia posizione
durante le marce, quindi meglio farla. Senonché, non mi spettava in
automatico. Per riceverla dovevo possedere determinati requisiti.
Intanto non dovevo aver mai pianto. Invece avevo pianto e mi avevano
visto tutti.
Dovevo essere nel riparto da almeno 3 mesi e invece erano soltanto due.
Dovevo aver contribuito in modo determinante all'allestimento del
campo. Invece non solo non avevo fatto una cippa, ma avevo fatto cadere
la scorta di carta igienica della squadriglia nel ruscello.
Dovevo essere varie altre cose e non corrispondevo a nulla.
Però ero cugino del capo e così mi fu comunicato che avrei ricevuto la
promessa.
Quella domenica, dopo la messa, con tutte squadriglie schierate in
quadrato sotto il pino antico, avvenne la cerimonia che mi consacrò
Scout dell'ASCI. Associazione Scoutistica Cattolica Italiana e dovetti
cantare insieme agli altri linno della promessa. Da quel giorno avrei
potuto fare il saluto scout e mi sarei cucito sulla camicia il famoso e
ambito giglio, simbolo della mia promessa a Dio, alla patria e al
Riparto.
Quel giorno feci effettivamente un passo avanti, quello materiale
quando fu fatto il mio nome. Per il resto no, non credo. Ero stato
accettato da tutti anche prima, anche senza promessa, un po' come
mascotte, ma un po' anche come consigliere, perché evidentemente aver
coordinato decine e decine di soldatini per anni mi aveva conferito
un'aria un po' intellettuale, di quello che la sa lunga.
Ero comunque un vero scout, con il coltellino svizzero. Prima che
qualcuno pensi bene di me, devo confessare che delle tre promesse...
il Riparto lo lasciai dopo pochi mesi, Dio lo abbandoni dopo pochi anni
e per la Patria ormai è questione di minuti.
sabato 26 maggio 2018
La padrona dell'acqua
Nella parte alta della montagna c'era
una fonte dalla quale sgorgava un'acqua dalle proprietà
straordinarie. Su una roccia lì accanto, all'ombra di una sporgenza, sedeva la padrona e tutti quelli che
salivano dovevano chiedere a lei per avere un po' della sua acqua.
Un giorno, alla fonte giunse un uomo, le porse il
secchio e le chiese di riempirlo.
« Per cosa ti serve? » domandò la
padrona.
« Il mio fienile sta bruciando e io
devo spegnere il fuoco! »
La donna gli rifiutò l'acqua.
Poco dopo si presentò un altro uomo.
« Per cosa ti serve la mia acqua? »
« I miei campi seccano, il frumento
muore. »
La donna gli rifiutò l'acqua.
Venne una giovane.
« Brucio dentro e non voglio peccare.
» disse la ragazza.
La donna le rifiutò l'acqua.
Venne una madre a domandare acqua per
dissetare i suoi figli, ma la donna le rifiutò l'acqua.
Era già il tramonto quando una
giovane donna si presentò con due somari, carichi di secchi. Consegnò
il primo e chiese alla padrona di riempirlo.
« Per cosa ti serve tutta quest'acqua?
» le domandò l'altra.
« Per prima cosa voglio che lui si
specchi e riconosca la colpa nei propri occhi. Per cui dammela
limpida. »
« E poi? » domandò la padrona.
« Poi lo spoglierò e, nudo come sarà,
lo laverò per ore, fino a quando scomparirà l'odore delle altre donne. Quindi
dammela pura. »
E poi?
« Poi lo disseterò goccia a goccia
fino a che lui chiuderà gli occhi per il piacere. Per questo la
voglio fresca.»
«E poi?»
«Poi, quando sarà stordito dal
piacere, lo affogherò. Per cui dammene tanta. »
La padrona della fonte cominciò a
riempire i secchi.
lunedì 18 dicembre 2017
Nero e amaro - incipit
Il caffè non si beve in fretta.
Il caffè è fratello del tempo.
Lo si beve lentamente, lentamente.
Il caffè è la voce del gusto, la voce
dell’odore.
Il caffè è contemplazione.
Penetra nell’anima e nei ricordi.
(M.Darwish)
1
Con il sole sarebbe anche peggio.
Chilometri di curve: curve cieche,
rubate alla roccia, ritorte sopra la scogliera. Curve disegnate da
muretti sbrecciati. Asfalto che si avvita nella pietra. Tornanti
aspri, spirali che aggrediscono lo stomaco come cattiva nostalgia.
Ma col sole sarebbe peggio.
L’asfalto sembra bagnato, ma è
soltanto unto. Decenni di attrito di gomme e bitume, afa e salsedine
hanno reso il fondo nero, vischioso e vulnerabile. Le riparazioni non
attecchiscono e gli pneumatici fischiano per un niente.
Dove la strada non trova il modo per
appendersi alla roccia, la perfora, ma le gallerie, dalla volta
altissima e mai rettilinee, regalano un sollievo breve: la luce al
latte che si lascia all’entrata si ritrova tale e quale all’uscita.
Le pupille fanno esercizio. Fanno anche male.
Un sudario sterilizza il mattino. Non è
possibile capire da che parte si nasconda il sole e nemmeno fin dove
arrivi il mare.
Improvvisamente, un rettilineo,
brevissimo; si può dare soddisfazione al motore per qualche secondo.
Dal lato a mare passa la sensazione di una costruzione in bilico sul
baratro, poi nuove curve.
«Era un bar!»
«Non mi sembra.»
«Sì, sì! Era un bar o una
trattoria.»
La donna si volta indietro per trovare
conferma al suo annuncio, ma è tardi: troppo breve il rettifilo e la
costruzione è già nascosta da una costola di roccia. Nella sua
mente è impressa l’immagine di una tovaglia a quadretti rossi,
sfocata come certe fotografie scattate di corsa.
Voltarsi e perdere il contatto visivo
con la strada, sia pure per pochi istanti, le fa sentire, forte e
improvvisa, la sensazione di nausea che stava cercando di ignorare.
Percepisce una diminuzione nei giri del
motore. L’uomo alla guida è indeciso. Forse sta prendendo in
considerazione l’idea di tornare indietro e controllare.
Hanno entrambi bisogno di caffè.
Impossibile prevedere il comportamento
dell’uomo. Dipende anche dalla strada. Come si può fare inversione
senza rischi su quella litoranea così indecisa?
Improvvisamente appare una piazzola sul
lato a monte. L’auto decelera.
«Sicura?»
«A me è sembrato aperto...»
Il muso dell’auto punta decisamente
verso la parete di roccia e si arresta prima di urtare un sacchetto
di immondizia abbandonato lì.
Un attimo dopo l’auto viaggia nella
direzione opposta. Adesso sono dalla parte del monte. Le vertigini
toccano agli altri.
La donna spera di non essersi
sbagliata. Perderebbe tutto il vantaggio che ha su di lui.
È da quando sono partiti, anzi, da
quando si sono svegliati (ma ha dormito almeno un po’ quella
notte?) che raziona le parole. Non inizia alcun discorso: si limita a
comunicazioni di servizio oppure risponde se lui la interpella, ma lo
fa sempre con un leggero ritardo, come se fosse in collegamento da un
Paese lontano. Vuole sottolineare che tra loro non c’è sincronia e
non c’è sintonia. Deve essere assolutamente chiaro che tocca a lui
muoversi, proporre, tentare di ricucire.
Il silenzio della donna soffia sulle
braci di un senso di colpa, ma è un senso di colpa maschile quello
con cui si misura; è provvisorio e non durerà a lungo. Le ore
passano e il ricordo di quello che è successo sbiadisce. Tutto
sbiadisce con quella luce.
Se ci ripensa, però, avvampa. Lo
stomaco si contrae dolorosamente, le dita si fanno artigli e
affondano nella pelle del bracciolo. È una ferita aperta. Non può
passare come un episodio. Guarda avanti, aspettando di veder
ricomparire quella brutta costruzione in bilico sul mare. Ma non era
subito lì?
«Adesso quel coglione ripasserà.»
L’uomo si riferisce ad un autocarro
che hanno sorpassato con fatica, persino azzardando, pochi minuti
prima, quando le curve hanno offerto una breve pausa. Lo hanno
tallonato passivamente per quelli che sono sembrati almeno dieci
chilometri, assecondando i capricci della strada e adeguando la
velocità a quel mezzo che, ci sarebbe da scommettere, non ha mai
affrontato la revisione.
Alla prima occasione, l’uomo ha
ingranato una marcia bassa e frustato ogni cavallo del motore, ma è
dovuto rientrare precipitosamente per l’apparire di una delle rare
vetture provenienti in senso opposto. Al secondo rettilineo la
manovra è riuscita, anche se il conducente dell’autocarro non ha
fatto nulla per agevolarla.
Entro qualche istante, se non si
fermeranno prima, lo incroceranno.
L’uomo disattiva il climatizzatore.
Fa scendere entrambi i finestrini e in un istante l’afa si rovescia
all’interno. Lui è così: pensa a tutto, anche a organizzare un
momento di decompressione che li prepari all’atmosfera che
troveranno una volta a terra.
Quando si arriva a casa, è lui che le
ricorda per tempo di tirar fuori le chiavi del garage. Prevede,
organizza, pianifica. È bravo in questo.
Ma allora, ieri sera, perché non ha
pensato?
Ora è concentrato alla guida, aspetta
di veder apparire il brutto fabbricato di cemento poggiato per metà
sulla strada e per metà sostenuto da pilastri che precipitano nel
vuoto. Non gli è sembrato un locale pubblico, forse lo è stato.
Un cartello scritto a mano annuncia:
“menu turistico 10 euro”. Persino da lontano è facile accorgersi
che il 10 non è altro che un 9 corretto in zero e che l'uno posto
davanti è costretto in troppo poco spazio per essere autorevole.
La costruzione spunta dopo una curva.
Sembra davvero appoggiata sull’aria con metà edificio aggettante,
mantenuto al suo posto da alcuni sostegni sottili e obliqui, di cui
non si scorgono le fondazioni.
L’auto rallenta e accosta di fronte
all’ingresso. Il posto che l’uomo ha scelto invade parte della
carreggiata. Non gli piace, ma non vede alternative.
Il locale appare in un afoso squallore:
una veranda con tre tavolini quadrati, delimitata da un basso muretto
verso la strada. Un’interruzione del cemento permette il passaggio
all’interno. Al fondo del cortiletto, una porta protetta da una
tenda per le mosche impedisce di vedere l'interno. Potrebbe anche
essere chiuso.
«Ma è aperto?» domanda l'uomo.
Cosa potrebbe rispondere lei? Per dire
una banalità come “Non lo so, bisogna scendere e provare”
preferisce rilanciare. Non ha mai giocato a poker, ma conosce le
regole: «Siamo un po’ in mezzo alla strada» dice.
In un’altra occasione risparmierebbe
quell’osservazione che ha le potenzialità per innescare una
discussione. Lui non accetta critiche su come guida e come
parcheggia, ma il credito che lei sente di vantare è talmente alto
che si può permettere questo e altro; è anche un modo per misurare
quanto potere detiene ancora dopo l’incidente.
Si ostina a definirlo provvisoriamente
un incidente, ma non sa davvero. Se lui non si decide a spiegarsi non
lo saprà mai.
«Vedi un posto migliore?» Il tono
della risposta non è polemico. Le sta domandando se per caso vede un
parcheggio che a lui sfugge.
La donna sta per smontare, ma il
vecchio autocarro appare improvvisamente dalla curva poco distante.
Non c’è tempo per scendere e richiudere la portiera prima che
transiti. Il cassonato rallenta, forse lo fa di proposito, come se
volesse lasciare dietro di sé il ricordo di un ultimo dispetto
insieme a una boccata di alito rovente.
L’aria è vagamente profumata
nonostante il passaggio del camion. “Glicine” pensa lei e si
guarda intorno alla ricerca della pianta.
«È uno dei nostri posti» osserva
lui.
È un’apertura distensiva, ammette
che la donna ha visto giusto notando quel locale e dice anche altro.
Conferma che hanno dei posti loro; sono una coppia, hanno una storia.
Sono in due ma insieme sono uno.
I “loro posti” sono quelli che i
turisti solitamente evitano: piccoli caffè nascosti, minuscole
trattorie, taverne senza insegna. Questa brutta palafitta sulla
costiera è un ottimo pezzo per la loro collezione. Lei lo ha visto
per prima, lui si attribuisce il merito di aver deciso di fermarsi e
tornare indietro. Lei glielo concede.
«Sperando che sia aperto.»
Lo spera anche la donna. Ha bisogno che
la tortura inflitta da quella successione di curve le conceda un
momento di pausa e poi vuole dare a lui l'occasione per dire ciò che
ha da dire.
Sotto la tettoia non c’è nessuno.
Sui tavolini sono fissate delle cerate trattenute da fermagli
ossidati. Una è a quadretti rossi e bianchi. Aveva visto bene.
I portacenere, triangoli di alluminio,
tutti diversi tra loro, sono vuoti ma non puliti. Evidentemente, a
eliminare mozziconi e cenere non è stato il gestore ma un colpo
vento.
L’apertura nel basso muretto permette
il passaggio di una persona alla volta. Lui, educatamente, le cede il
passo. È da tanto che non lo fa. In sei anni di vita insieme molte
cose si perdono e se improvvisamente ritornano, spesso c'è un
motivo.
La donna, soddisfatta, passa.
venerdì 8 dicembre 2017
Suburbicon
Ecco: qualunque regista (Vanzina e Neri Parenti esclusi ovviamente) saprebbe tirar
fuori qualcosa di decente con questi elementi a disposizione,
George Clooney legge la sceneggiatura,
si immagina il film e che fa? Inizia le riprese? No, prima si procura
degli attori non protagonisti così efficaci che diventano più protagonisti dei
protagonisti. Ci sono delle facce in questo film che reclamano la standing
ovation. Ora, io ho una memoria davvero scarsa, altrimenti
direi quante e quali citazioni ci sono nelle scene che si
susseguono, nei volti e nella perfezione di certe inquadrature. Per esempio, non
ho mai visto un pomolo di porta bello e illuminato come quello che
ruota in Suburbicon, né un'ombra su un muro che sappia parlare bene come
questa. Clooney, nel ritrarre l'uno e l'altra, riesce a far recitare come grandi attori persino ombre e riflessi.
Infine, Clooney fa il Clooney, ovvero tenta di rovinare il film infilandolo nel cestello della lavatrice e centrifugando con il programma "contesto sociale". Per fortuna la sceneggiatura dei fratelli Coen gli impedisce di fare cazzate e la deriva di denuncia razzista, pur essendo ben presente, resta in secondo piano. In close up rimane una storia "pulp" che potrebbero
aver diretto Hitchcook e Tarantino insieme, un po' litigando, un po'
dandosi il cinque.
Suburbicon potrebbe anche non piacere a tutti e lo capirei,
perché è più bello che emozionante. Più appagante che
affascinante. Per me è assolutamente soddisfacente, persino da
rivedere a breve, ma forse si era capito.
sabato 25 novembre 2017
Jane Eyre
Mia nonna parlava con la televisione.
Stravedeva per Andreotti e quando qualcuno lo attaccava durante un
dibattito televisivo, lei lo difendeva dalla sedia della sua cucina
urlando al televisore.
Ho sempre sorriso di questa cosa,
chiedendomi se alla sua età (andava per i 90) avrei fatto la stessa
cosa.
Ebbene, ci sono arrivato prima. È
successo ieri, ascoltando gli ultimi capitoli dell'audiolibro Jane
Eyre di Charlotte Brontë.
Quasi ogni sera percorro 7 chilometri
di buon passo tra i viottoli di campagna dietro casa. Mi infilo gli
auricolari e mi immergo nella lettura di un paio di capitoli. Si può
dire “lettura” riferendosi a un audiolibro? Credo di sì. Intanto
perché c'è qualcuno che legge, nel mio caso Silvia Ceschini, alla
quale attribuisco una gran parte di merito nell'avermi trascinato
nella storia, con una lettura precisa e una voce dolce e melodiosa. E
poi perché, comunque, la sera, nel letto, vado avanti per conto mio
con il libro vero e proprio.
I passi che
mi hanno fatto irritare li ho vissuti con un pungente odore di letame
nel naso, scansando migliaia di macchie sospette sulla strada, perse
da qualche trattore sparpagliamerda. “Ma ammazzati!” urlavo. E
poi: “Ma basta, ma mandalo a fare in culo!” “Ma taci, stronzo
di merda!” Questo dicevo nel buio, figurandomi di alzare le mani su
Saint John, uno dei predicatori più insopportabili della letteratura
di sempre. Ora, arrivare a imprecare contro personaggi immaginari
significa due cose: essere ormai rincoglioniti (e ci sta), ma
soprattutto che chi ha scritto ha saputo fare meravigliosamente bene
il suo lavoro. Charlotte Brontë non è celebre
per caso fortuito e questa storia, resa con poetica semplicità è un
capolavoro che merita tutta la fama di cui gode. Chi si diletta a
scrivere, come io faccio, quando ritiene di aver raggiunto una buona
qualità nelle proprie righe, dovrebbe rileggersi qualche pagina a
caso di Jane Eyre utilizzandole come benchmark, anche se, se davvero
si procedesse così, si finirebbe per non riuscire a scrivere più
nulla.
lunedì 13 novembre 2017
The place
Ci sono dei film che mi lasciano
addosso un po' di febbre perché superano la barriera
schermo/spettatore e mi arrivano addosso, si insinuano persino sotto
la felpa e sotto la maglietta.
Il talento, in dosi importanti e
versato denso sullo schermo, una volta ingerito, resta lì
a fare bene un po' male.
Paolo Genovese conferma di essere una distilleria
di questo elisir, ma non aveva bisogno di dimostrarlo, avendo guadagnato la mia
stima già due anni fa con “Perfetti sconosciuti”.
Oggi immagina e scrive una nuova storia,
semplice, profonda e terribile, e la circoscrive in una sola
location. Non ci si muove mai da quel “place”, il tavolino di un
bar. Le inquadrature si ripetono spesso, non so quante siano, una
dozzina forse, ma di lì non ci si schioda. Eppure, con
l'immaginazione si possono vedere e seguire i diversi altri rami che la
storia racconta, ma che la pellicola non mostra.
Anche per dirigere gli attori occorre
talento. Non parliamo poi per sceglierli e tenerli insieme.
Valerio Mastrandrea è il protagonista.
Sempre in scena. Sempre perfetto, un'interpretazione con cui potrebbe
chiudere la carriera perché di più non potrà fare. Sabrina
Ferilli... chi avrebbe mai detto che Sabrina Ferilli...? E invece,
Sabrina Ferilli c'è. C'è soprattutto una scena con la quale, se
fossi al suo posto, chiederei di essere ricordata per sempre. E poi
gli altri interpreti, nessuno tacciabile per qualche sbavatura o imperfezione. Insomma, finalmente un film italiano, fatto con poco, ma bello, bello, bello.
Il sito Mymovies gli attribuisce due stelle e
mezza. Mi stupisce una valutazione così bassa, ma non sto nemmeno a leggere il commento perché sicuramente sbaglia.
Le altre due stelle e mezza le aggiungo io.
Vi invito a fidarvi e andare a vederlo dimenticando le mie parole. Andateci prevenuti, come ci sono andato io: un film italiano... niente tette... piove e fa freddo... c'è Muccino... la Ferilli... mah... la critica lo valuta così così... Ecco siete pronti per "The place".
domenica 5 novembre 2017
Blade runner 2049
Il fatto che ci siamo addormentati, io
nei primi dieci minuti e mia moglie sui tre quarti, non deve far
pensare che sia un film noioso o che i sedili del cinema Reposi siano
troppo confortevoli.
In verità, i sedili del Reposi fanno
schifo e la cassiera - che non si fida della mia parola, cioè non
crede che io abbia 65 anni e quindi non mi concede la riduzione - è
indisponente.
Ci siamo addormentati perché abbiamo un'età, anche se la stronza non ci arriva.
Ci siamo addormentati perché abbiamo un'età, anche se la stronza non ci arriva.
Veniamo al film.
È un sequel e se lo guardiamo come
tale merita 10 perché è ben fatto e ci sono delle tette. Ma proprio
perché è un sequel manca di freschezza e preso a sé vale poco.
Le atmosfere sono curate, perfette. Sembra di ripartire esattamente
da dove ci siamo lasciati con il primo episodio. Ma è proprio questo
il punto. A parte la trama che cambia un po', non ci sono idee nuove.
Il lavoro grosso e sporco lo ha fatto Ridley Scott nell'82
inventandosi e regalandoci un mondo.
Ryan Goslin è un buon replicante, un
“lavoro in pelle” che piace molto alle donne. La sua fidanzata
virtuale è arrapante ancorché virtuale. Harrison Ford è ancora guardabile. Il film però paga il peccato di non essere originale.
Vederlo era un
obbligo, così come ho visto la serie di Indiana Jones, di Jurassic
park, di Guerre Stellari. Certo far uscire un episodio ogni 35 anni è
un bel rischio. Per dire, se la media è questa, il prossimo io mica
lo vedo eh. Ma se per caso ci fossi ancora (avrei 93 anni) quella
stronza della cassiera mi deve baciare il culo, altro che biglietto
ridotto!
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