Amazon ce l’ha nella versione originale “Endless love”. In libreria, invece, non ho trovato traccia di “Amore senza fine” di Scott Spencer, Mondatori 1980, e la commessa, che mi dice con orgoglio di non averlo mai sentito nominare, ha l’aria di una che dell’amore non ha visto neppure l’inizio. Pare che sia fuori catalogo. Le possibilità di procurarselo sono dunque legate alla disponibilità nelle biblioteche comunali. Io l’ho trovato in casa e mi sono preso la cotta passando nei pressi della libreria del soggiorno. Un titolo del genere avrebbe dovuto tenermi alla larga, ma l’ho aperto ugualmente ed è stata l’ultima cosa che ho fatto nella mia vita da cinico. Procuratevelo e provate anche voi, è facile: CTRL X e ti taglia via dalla tua vita; CTRL V e ti incolla in quella di David, il protagonista del romanzo, quello che a diciassette anni incendia la casa della fidanzata per apparire poi come il suo salvatore. Durante la lettura non c’è modo di fare ESC. Vale a dire che non si può smettere di essere l’ombra di David. Spencer ha una scrittura che definirei grassa, quella che ti spiega un concetto in modo chiarissimo, esemplare, poi però non si accontenta del risultato, che è la comprensione, e ti condisce i fatti con alcuni, piccoli, burrosi particolari, che ti toccano dove sei sensibile e ti fanno capire che il libro sta parlando proprio con te.
E così ritrovi sentimenti che avevi dimenticato nel congelatore, passioni di cui avevi perso memoria e ricordi che vivevano sbiaditi in attesa di resurrezione.
Zeffirelli ha pensato di trarne un film nel 1981, con Brooke Shields nella parte di Jade. Non ne so niente, ma le recensioni che ho trovato in rete consigliano di starne alla larga. Invece se capita lo vedrò, perché il bisogno di rientrare ancora in quel mondo, dal quale l’ultima pagina con la parola fine mi ha espulso, è ancora forte una settimana dopo.
Anche il sesso non manca. In“Amore senza fine” ce ne sono almeno dieci pagine consecutive, nelle quali Spencer non risparmia nessun particolare e che, a differenza di tutte le pagine erotiche che ho incontrato - tranne forse quelle di Henry Miller in Tropico del Cancro - non imbarazzano per la banalità delle situazioni e lo squallore delle parole utilizzate. Qui il sesso è nudo, ma tu, lettore, ti senti a tuo agio perché Spencer, Dio lo benedica, a letto ti ci porta dopo 300 pagine di preliminari, quando non ne puoi più. E qui si misura l’abilità dello scrittore: Spencer non ti assegna la triste parte del voyeur, bensì quella del glorioso protagonista. Accettarla è obbligatorio e quando il libro finisce, soffrire è automatico.
sabato 4 agosto 2007
Million dollar baby
Bisognerebbe vedere solo film della mutua, perché scrivere di film che meritano è molto più difficile. Per “Million dollar baby”, infatti, mancano i termini. “Bello”? “Consigliabile”? “Commovente”? “Ben fatto”? “Ohhhhh”? Come si fa a descrivere con le parole un film che si vede con la pancia? Proviamoci, ma senza contarci molto. Cominciamo dalle luci. In genere le luci basse, che nascondono angoli di scenografia fanno pensare più a un direttore della fotografia diplomato alla scuola Radio Elettra che a una scelta artistica. Invece in Million dollar baby la luce fredda e avara è un segnale che ti dice: “Guarda che sei ancora in tempo a cambiare sala, di là sta per cominciare “Manuale d’amore” con la Litizzetto”.
Potrebbe essere un buon consiglio perché la differenza tra le due sale è divertirsi o soffrire. Anche la palestra governata da un vecchio Norman Freeman (oscar), squallida e mal tenuta ti induce a tenerti alla larga. Ma tu scegli di entrare e sei accontentato. Clint Eastwood (oscar) ti prende sulle ginocchia ossute da 37 anni ciascuna e comincia a incantarti come un suonatore di piffero. Perché è bella la storia che racconta., la stravolgente Hilary Swank (oscar) è Maggie, una ragazza che vuole diventare campionessa di boxe. Ne abbiamo visti tanti di sogni americani in pellicola, che siamo in grado di giudicare se funzionano. Ma Million dollar baby non è un sogno normale. Improvvisamente Eastwood devia dalla strada senza mettere la freccia e parte di corsa in salita, Sei andato a vedere “Manuale d’amore”? No? Allora beccati questo Nightmare senza Mister Kruger. Non puoi nemmeno andartene, perché nel frattempo ti sei innamorato (come amante o come padre, non so) di Maggie. Se la abbandoni sei un verme. E poi devi sapere come andrà a finire. Sullo schermo finisce come dicono nelle pagine di spettacolo dei giornali. In platea finisce con gli occhi umidi e con un gran vuoto allo stomaco. Se fossi a teatro te ne libereresti con un applauso da far male alle mani. Ma al cinema guardi lo schermo nero e te lo tieni tutto dentro.
Potrebbe essere un buon consiglio perché la differenza tra le due sale è divertirsi o soffrire. Anche la palestra governata da un vecchio Norman Freeman (oscar), squallida e mal tenuta ti induce a tenerti alla larga. Ma tu scegli di entrare e sei accontentato. Clint Eastwood (oscar) ti prende sulle ginocchia ossute da 37 anni ciascuna e comincia a incantarti come un suonatore di piffero. Perché è bella la storia che racconta., la stravolgente Hilary Swank (oscar) è Maggie, una ragazza che vuole diventare campionessa di boxe. Ne abbiamo visti tanti di sogni americani in pellicola, che siamo in grado di giudicare se funzionano. Ma Million dollar baby non è un sogno normale. Improvvisamente Eastwood devia dalla strada senza mettere la freccia e parte di corsa in salita, Sei andato a vedere “Manuale d’amore”? No? Allora beccati questo Nightmare senza Mister Kruger. Non puoi nemmeno andartene, perché nel frattempo ti sei innamorato (come amante o come padre, non so) di Maggie. Se la abbandoni sei un verme. E poi devi sapere come andrà a finire. Sullo schermo finisce come dicono nelle pagine di spettacolo dei giornali. In platea finisce con gli occhi umidi e con un gran vuoto allo stomaco. Se fossi a teatro te ne libereresti con un applauso da far male alle mani. Ma al cinema guardi lo schermo nero e te lo tieni tutto dentro.
Neverland
Puoi commuoverti al cinema e poi dire che il film vale niente? Non puoi. E allora anche se uomo, anche se adulto, anche se laico e sufficientemente cinico, ammetti che Neverland ti ha fatto venire gli occhi lucidi.
C’è da chiedersi se procurare lacrime sia un valore per un film. Lo è? Se al cinema ci vai per consumare pop corn no, ma se cerchi emozioni la risposta è sì. Le lacrime valgono quanto le risate o la paura, l’ansia o la tensione. Puoi persino distinguere tra lacrime di gusto e lacrime di cortesia. Le prime sono quelle spontanee e copiose che ti prendono alla sprovvista, che non puoi neanche dire se il fim ti è piaciuto o no e ti limiti a muovere la testa per annuire (lentamente, se no cascano giù) e sono lacrime riservate per certi capolavori; butto lì: “luci della città”. Per le seconde il cinema è invece un’ottima occasione di cui approfittare per sbarazzarsi senza vergogna e al buio di certi dolori personali.
Non saprei dire il grado di potenza lacrimogena di Neverland, e passerei al film. Vediamo se c’è qualcosa che non va. Sì, c’è: Dustin Hoffman. Perché scomodare il maratoneta laureato per una parte piccola piccola? Niente da dire sulla sua interpretazione, ma bastava Pippo Franco. Chiunque avrebbe potuto recitare con qualità quelle poche battute che il copione riserva al personaggio.
Per tutto il resto non si può che dire bene. Bene i 4 bambini protagonisti, in particolare benissimo il piccolo Peter. Finalmente un bambino brutto sullo schermo dopo la figlia di Fantozzi. Si chiama Freddie Highmore e ha orecchie ed espressione imbarazzanti. Eppure forse proprio perché bruttino (ma certamente anche perché bravino) è il catalizzatore che ti fa inumidire gli occhi alla fine. Le donne sono due: Rhada Mitchell, la moglie uscente del protagonista, bona, e Kate Winslet, madre dei 4 brutti anatroccoli e aspirante nuova moglie del protagonista, nonché “Rose” di Titanic. Molto bona anche lei.
Il protagonista è Johnny Depp (molto bravo Johnny Deep. Piaci, anche se hai superato i 40 e quindi svegliarsi accanto a te la mattina, senza il trucco forse non è un’esperienza stupenda per la tua signora). In Neverland, Deep impersona J.M.Barrie, l’autore della commedia Peter Pan e il film è proprio la genesi della sua opera. Una trama debole debole, detta così e ti chiedi se davvero non ci si può sforzare di più per mettere insieme un’idea decente. Ma se non date retta a tutte queste sciocchezze e andate a vedere il film senza essere prevenuti potrete giudicare
C’è da chiedersi se procurare lacrime sia un valore per un film. Lo è? Se al cinema ci vai per consumare pop corn no, ma se cerchi emozioni la risposta è sì. Le lacrime valgono quanto le risate o la paura, l’ansia o la tensione. Puoi persino distinguere tra lacrime di gusto e lacrime di cortesia. Le prime sono quelle spontanee e copiose che ti prendono alla sprovvista, che non puoi neanche dire se il fim ti è piaciuto o no e ti limiti a muovere la testa per annuire (lentamente, se no cascano giù) e sono lacrime riservate per certi capolavori; butto lì: “luci della città”. Per le seconde il cinema è invece un’ottima occasione di cui approfittare per sbarazzarsi senza vergogna e al buio di certi dolori personali.
Non saprei dire il grado di potenza lacrimogena di Neverland, e passerei al film. Vediamo se c’è qualcosa che non va. Sì, c’è: Dustin Hoffman. Perché scomodare il maratoneta laureato per una parte piccola piccola? Niente da dire sulla sua interpretazione, ma bastava Pippo Franco. Chiunque avrebbe potuto recitare con qualità quelle poche battute che il copione riserva al personaggio.
Per tutto il resto non si può che dire bene. Bene i 4 bambini protagonisti, in particolare benissimo il piccolo Peter. Finalmente un bambino brutto sullo schermo dopo la figlia di Fantozzi. Si chiama Freddie Highmore e ha orecchie ed espressione imbarazzanti. Eppure forse proprio perché bruttino (ma certamente anche perché bravino) è il catalizzatore che ti fa inumidire gli occhi alla fine. Le donne sono due: Rhada Mitchell, la moglie uscente del protagonista, bona, e Kate Winslet, madre dei 4 brutti anatroccoli e aspirante nuova moglie del protagonista, nonché “Rose” di Titanic. Molto bona anche lei.
Il protagonista è Johnny Depp (molto bravo Johnny Deep. Piaci, anche se hai superato i 40 e quindi svegliarsi accanto a te la mattina, senza il trucco forse non è un’esperienza stupenda per la tua signora). In Neverland, Deep impersona J.M.Barrie, l’autore della commedia Peter Pan e il film è proprio la genesi della sua opera. Una trama debole debole, detta così e ti chiedi se davvero non ci si può sforzare di più per mettere insieme un’idea decente. Ma se non date retta a tutte queste sciocchezze e andate a vedere il film senza essere prevenuti potrete giudicare
Il dolore perfetto
È Mondadori, ma sembra un Einaudi, con quel bianco stanco interrotto da una foto d’epoca, molto bella, che invita alla riflessione e ad una lettura attenta. Anche il modo di impaginare il titolo sa tanto di Einaudi. Il titolo stesso è ingannevole: “Il dolore perfetto” e così credi di avere in mano uno Struzzo, ma lo struzzo sei tu. L’autore è Ugo Riccarelli e la sua foto in bianco e nero nel risvolto di copertina è l’icona dello scrittore tipico: consapevole, infelice e insoddisfatto. Strano, perché con questo libro ha vinto il premio Strega 2004, che significa un sacco di copie vendute.
L’incipit è irresistibile e anche se lo leggi in piedi nel reparto libri dell’Ipercoop decidi che puoi regalarlo a persone intelligenti senza paura di sbagliare. Sarà poi noioso? Forse, ma è un Einaudi e uno spessore ce l’ha per forza.
Poi lo trovi in biblioteca e lo prendi in prestito. Ahia! Poche pagine e ti viene su una sensazione di dejà vu. Cosa ricorda? Garcia Marquez e i suoi cent’anni di solitudine, ecco cosa ricorda! Tutta la saga dei Buendia, ingarbugliati nei nomi, nelle parentele e negli incroci, li ritrovi tradotti da Riccarelli. Gli Aureliano e gli Arcadio qui si chiamano Ideale e Sole mentre Macondo da noi fa “Colle Alto”. Altro non saprei citare perché cent’anni di solitudine è lettura di almeno vent’anni fa. Ma la magia, la semina oculata di avvenimenti prodigiosi, l’atmosfera sospesa di cui sono sapientemente pervase le pagine di Riccarelli sono esattamente quelle di Marquez. O quelle di Jorge Amado nella sua “Guerra alla fine del mondo” o di Isabelle Allende in tutte le sue novelle, o di Osvaldo Soriano, o di Julio Cortazar… La lista potrebbe essere di qualche imbarazzo per Riccarelli il quale, a quasi cinquant’anni, scopre l’America (del sud) e tutti gli autori cari a chi leggeva un libro alla settimana ai tempi del colera. Ecco, diciamo che l’idea del “dolore perfetto” non è un’ invenzione che Riccarelli potrebbe brevettare. È comunque una storia molto ben scritta, che racconta la vita di due famiglie dall’inizio del secolo fino al dopoguerra, sull’argine del paludoso fiume Padule Lungo, nome tanto poetico da dar fastidio. Ma ha quel retrogusto amarognolo, tanto che se fosse ricotta comprata stamattina ti farebbe tornare dal lattaio di corsa per riavere i soldi e dirgliene quattro.
E così ti chiedi come la prenderà la persona intelligente a cui avevi regalato il libro a Natale. Forse non lo leggerà mai, perché -persona acuta- si accorgerà per tempo dell’inganno e facendo 2 + 2 non presterà fede ad una copertina che fa finta di essere un’altra.
L’incipit è irresistibile e anche se lo leggi in piedi nel reparto libri dell’Ipercoop decidi che puoi regalarlo a persone intelligenti senza paura di sbagliare. Sarà poi noioso? Forse, ma è un Einaudi e uno spessore ce l’ha per forza.
Poi lo trovi in biblioteca e lo prendi in prestito. Ahia! Poche pagine e ti viene su una sensazione di dejà vu. Cosa ricorda? Garcia Marquez e i suoi cent’anni di solitudine, ecco cosa ricorda! Tutta la saga dei Buendia, ingarbugliati nei nomi, nelle parentele e negli incroci, li ritrovi tradotti da Riccarelli. Gli Aureliano e gli Arcadio qui si chiamano Ideale e Sole mentre Macondo da noi fa “Colle Alto”. Altro non saprei citare perché cent’anni di solitudine è lettura di almeno vent’anni fa. Ma la magia, la semina oculata di avvenimenti prodigiosi, l’atmosfera sospesa di cui sono sapientemente pervase le pagine di Riccarelli sono esattamente quelle di Marquez. O quelle di Jorge Amado nella sua “Guerra alla fine del mondo” o di Isabelle Allende in tutte le sue novelle, o di Osvaldo Soriano, o di Julio Cortazar… La lista potrebbe essere di qualche imbarazzo per Riccarelli il quale, a quasi cinquant’anni, scopre l’America (del sud) e tutti gli autori cari a chi leggeva un libro alla settimana ai tempi del colera. Ecco, diciamo che l’idea del “dolore perfetto” non è un’ invenzione che Riccarelli potrebbe brevettare. È comunque una storia molto ben scritta, che racconta la vita di due famiglie dall’inizio del secolo fino al dopoguerra, sull’argine del paludoso fiume Padule Lungo, nome tanto poetico da dar fastidio. Ma ha quel retrogusto amarognolo, tanto che se fosse ricotta comprata stamattina ti farebbe tornare dal lattaio di corsa per riavere i soldi e dirgliene quattro.
E così ti chiedi come la prenderà la persona intelligente a cui avevi regalato il libro a Natale. Forse non lo leggerà mai, perché -persona acuta- si accorgerà per tempo dell’inganno e facendo 2 + 2 non presterà fede ad una copertina che fa finta di essere un’altra.
The aviator
La storia del cinema abbonda di grandi uomini, per lo più americani, come il grande Tuker o Howard Hughes. Individui geniali che coltivano sogni immensi. Grandi imprenditori che fanno girare il mondo e riescono a far lavorare gli altri con entusiasmo, fede e forza di volontà.
Anche se non sarebbe del tutto sbagliato abbatterli allo stadio placentare e disperderne le cellule staminali nel Seveso, taluni registi si ispirano a queste grandi Figure per girare film. Martin Scorsese, ad esempio, racconta la storia di Howard Hughes in “Aviator”, una pizza (leggi pellicola) farcita di bellissimi attori bravissimi, lungo appena 3 ore. Di Caprio fa bene quel che può, ma non è credibile con quella faccia da bambino naufrago. Nel cast fa un sacco piacere rivedere Alan Alda, il buon vecchio chirurgo protagonista dei telefilm “Mash”, nonché il perfido e sempre più adiposo Alec Baldwin. Qualcuno potrebbe intuire da queste note che il film è così così, ma non è vero: è solo lungo una mezza giornata di troppo. Sullo schermo vedi Di Caprio che delira nel buio per venti minuti e ti chiedi cosa hai fatto di male e cosa sia successo durante il montaggio. Allora immagini Martin Scorsese che deve fare i tagli al film e non ci riesce. Un po’ come se dovesse scolare la pasta: non trova le presine e quando le trova squilla il telefono e quando finalmente qualcuno mette la parola fine è tutto scotto.
Eppure grande successo in America dove “Aviator” ha vinto 3 golden globe e altri premi. Ottima critica anche in Italia dove viene raccomandato con 4 palline. In verità due palle sono più che sufficienti.
Anche se non sarebbe del tutto sbagliato abbatterli allo stadio placentare e disperderne le cellule staminali nel Seveso, taluni registi si ispirano a queste grandi Figure per girare film. Martin Scorsese, ad esempio, racconta la storia di Howard Hughes in “Aviator”, una pizza (leggi pellicola) farcita di bellissimi attori bravissimi, lungo appena 3 ore. Di Caprio fa bene quel che può, ma non è credibile con quella faccia da bambino naufrago. Nel cast fa un sacco piacere rivedere Alan Alda, il buon vecchio chirurgo protagonista dei telefilm “Mash”, nonché il perfido e sempre più adiposo Alec Baldwin. Qualcuno potrebbe intuire da queste note che il film è così così, ma non è vero: è solo lungo una mezza giornata di troppo. Sullo schermo vedi Di Caprio che delira nel buio per venti minuti e ti chiedi cosa hai fatto di male e cosa sia successo durante il montaggio. Allora immagini Martin Scorsese che deve fare i tagli al film e non ci riesce. Un po’ come se dovesse scolare la pasta: non trova le presine e quando le trova squilla il telefono e quando finalmente qualcuno mette la parola fine è tutto scotto.
Eppure grande successo in America dove “Aviator” ha vinto 3 golden globe e altri premi. Ottima critica anche in Italia dove viene raccomandato con 4 palline. In verità due palle sono più che sufficienti.
Cuochi, artisti, visionari
Se la vostra libreria ha uno scaffale dedicato alla montagna, potete riporre lì questo “Cuochi Artisti Visionari” di Paolo Paci. Paci presenta i monti che incontra lungo la strada, dalla Grigna fino al Badile, come se fossero compagni di scuola, una confidenza che deriva dall’averli visitati, arrampicati, accarezzati. Se però spostate il libro tra quelli dedicati alla cultura eno-gastronomica non sbagliate, perché quello è il posto suo: il libro è tutto ricerche, interviste, indagini, domande indiscrete e assaggi, soprattutto assaggi. Questi sono raccontati con una sorta di maliziosa cattiveria nei confronti del lettore: tra un pizzocchero e una brisaola, un quartirolo e una trotella di fiume preceduta da gnocchetti di Chiavenna, sembra proprio che l’autore parli con la bocca piena e questo per chi, a casa, apre il frigo e ci trova solo uno yogurt magro, non è simpatico.
Potete allora spostare il volume al piano dedicato alla storia e immergervi nel tragico (e quindi affascinante) destino di Piuro, paese ricco di denari e arti, sepolto da un’immane frana sul far del ‘600, una Pompei delle Alpi centrali, che conserva ancora tutto il suo mistero al riparo dei soffi dei croti. Il viaggio prosegue in Svizzera, mentre il libro si sposta nella storia dell’arte, per raggiungere i luoghi di Segantini e Giacometti. Ma non finisce nemmeno qui. Paci riesce a trovare spazio persino per la sua famiglia e per i suoi amici e lo fa con una delicatezza tale che gli perdoni facilmente le digressioni. Solo che non sai più dove conservare il suo libro e allora decidi che forse l’unico posto è tenerlo a portata di mano, tra i libri che servono a qualcosa.
Potete allora spostare il volume al piano dedicato alla storia e immergervi nel tragico (e quindi affascinante) destino di Piuro, paese ricco di denari e arti, sepolto da un’immane frana sul far del ‘600, una Pompei delle Alpi centrali, che conserva ancora tutto il suo mistero al riparo dei soffi dei croti. Il viaggio prosegue in Svizzera, mentre il libro si sposta nella storia dell’arte, per raggiungere i luoghi di Segantini e Giacometti. Ma non finisce nemmeno qui. Paci riesce a trovare spazio persino per la sua famiglia e per i suoi amici e lo fa con una delicatezza tale che gli perdoni facilmente le digressioni. Solo che non sai più dove conservare il suo libro e allora decidi che forse l’unico posto è tenerlo a portata di mano, tra i libri che servono a qualcosa.
Il codice Da Vinci
Il codice da decifrare è il seguente: “che cos’è questo libro”? Perché se è un thriller, “Il Codice Da Vinci” non è quel libro che non sai come hai fatto a vivere fino ad oggi senza leggerlo. Le situazioni risolte con troppa disinvoltura dal buon Dan Brown sono davvero troppe e lasciano l’insipido in bocca a chi è abituato a più saporiti stratagemmi criminali. Se è un saggio di storia va a sapere se ti racconta balle o se c’è del vero nelle sue tesi. Una cosa è certa: Brown fa più danni alla Chiesa di Don Gianni Baget Bozzo e Padre Mazzi messi insieme. Per 500 e più pagine costruisce e sostiene una teoria anti cattolica con una ben organizzata serie di testimonianze, papiri, vangeli, documenti, citazioni, opere d’arte e persino cartoni animati. A 30 pagine dalla fine il cristianesimo ha le ore contate e sta per essere cancellato dalla sconvolgente verità che emerge dal libro di Brown: Gesù Cristo sarebbe un’invenzione del Consiglio di Nicea e dell’imperatore Costantino, in realtà era sposato con Maria Maddalena, che appare dipinta perfino nell’Ultima Cena di Leonardo accanto a lui. (Controllate: l’apostolo che sta a sinistra di Cristo sembra proprio una donna con i capelli rossi, e anche nelle tele di altri artisti rinascimentali appare con tratti femminili) Non solo: i due ebbero dei figli e i discendenti sarebbero arrivati fino ai giorni attuali. La cosa forse più sconvolgente è che come versione dei fatti, questa di Brown è obiettivamente più credibile di quella che ti insegnano a catechismo. Non è un caso che l’Opus Dei, http://www.opusdei.it/art.php?w=22&p=7188 pubblichi nel suo sito internet ben 25 articoli contro Brown e il suo libro.
Ma Brown cosa fa? A 20 pagine dalla fine, quando ti aspetti un finale alla “Capricorn One”, dove il grande imbroglio sta per essere rivelato al mondo, o come in “Tutti gli uomini del Presidente”, altro film in cui a farti tremare di indignazione sono i tentativi di sopprimere la verità, a 20 pagine dalla fine, Brown rallenta, accende gli antinebbia, scala in prima e si ferma. In altre parole sfracella il suo libro facendolo precipitare da un’altezza impressionante in un finale pavido e molle. Perché? Perché si è accorto di aver fatto troppa confusione tra fantasia e realtà e non sa come uscirne? Perché ha osato troppo? O, al contrario, perché gli manca l’ultima dose di coraggio? E così, in attesa che il suo libro finisca in pellicola per opera del regista Ron Howard, volta le spalle e tradisce tutti: le sue teorie, Leonardo da Vinci e, quel che è peggio, anche i suoi lettori. Giuda!
Ma Brown cosa fa? A 20 pagine dalla fine, quando ti aspetti un finale alla “Capricorn One”, dove il grande imbroglio sta per essere rivelato al mondo, o come in “Tutti gli uomini del Presidente”, altro film in cui a farti tremare di indignazione sono i tentativi di sopprimere la verità, a 20 pagine dalla fine, Brown rallenta, accende gli antinebbia, scala in prima e si ferma. In altre parole sfracella il suo libro facendolo precipitare da un’altezza impressionante in un finale pavido e molle. Perché? Perché si è accorto di aver fatto troppa confusione tra fantasia e realtà e non sa come uscirne? Perché ha osato troppo? O, al contrario, perché gli manca l’ultima dose di coraggio? E così, in attesa che il suo libro finisca in pellicola per opera del regista Ron Howard, volta le spalle e tradisce tutti: le sue teorie, Leonardo da Vinci e, quel che è peggio, anche i suoi lettori. Giuda!
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