Se nel 1955 fosse nata Rete 4 invece della RAI, oggi saremmo tutti come i giapponesi della seconda guerra mondiale: fanatici nella fede per l'imperatore (sapete a chi mi riferisco), privati del contatto con la realtà, pronti a suicidarci se perdessimo l'onore.
Per fortuna, invece, è nata la RAI e oggi siamo tutti fanatici nella fede per il calcio, privati del contatto con la realtà, questo sì, ma pronti a perdere la dignità, oltre all'onore, pur di apparire qualche minuto in TV.
Siamo quindi il pubblico meno indicato per immedesimarci nei soldati di Clint Eastwood, che difendono fino all'ultima goccia di sangue l'isola di Iwo Jima dagli americani che vengono a prendersela.
La prova della nostra inadeguatezza come spettatori è lampante e dice tutto: riusciamo a identificarci soltanto nel soldatino che cerca di disertare per portare a casa la pelle. Ci riesce invece difficile partecipare alle angosce del generale comandante e non ci viene tanta voglia né di combattere né di seguirlo nelle gallerie scavate nella montagna. I dialoghi in lingua originale giapponese non ci aiutano, ma Eastwood non aveva scelta. Ve lo immaginate un soldato giapponese che poco prima di farsi saltare in aria prova a venderti un telefonino 3 con la voce di Claudio Amendola?
Parliamo degli attori. No, non parliamone perché non sappiamo bene chi siano. Chi sa distinguere le fattezze di Ryo Kase da quella di Shido Nakamura? Siamo dunque costretti a parlare ancora del regista, per ringraziarlo di averci dato, dopo "Mystic river" e "Million Dollar Baby", una nuova prova di come si fa il cinema. Se il suo film ci è piaciuto, ma non ci ha del tutto conquistati, non se la prenda, non è colpa sua. Siamo noi che siamo fatti così.
sabato 4 agosto 2007
Casino royale
“Anche se ti fossero rimasti solo gli occhi, il sorriso e il tuo dito mignolo, saresti più uomo di tutti gli uomini…" dice Vesper Lynd a 007. Vesper è la Bond girl di Casino Royale ed è interpretata da Eva Green. Ora, non so se avete presente chi è Eva Green. Eva Gaelle Green, Parigi 1980, è l’interprete femminile di “the dreamer” film del 2002 di Bernardo Bertolucci. A questo punto tutti i maschi che conosco e che hanno visto “the dreamer” stanno certamente ricordando le situazioni in cui hanno pensato a Eva Green, a come hanno onorato la sua immagine, dove, quante volte e se dopo si sono sentiti in colpa oppure no.
Gioite amici, perché Eva Green è tornata a far compagnia ai nostri sogni. Non a seno nudo come Bertolucci l’ha fatta, ma se possibile è ancora più bella. Quei 5 anni di più la torniscono ancora e da leggermente irresistibile quale ella era, diventa oggi totalmente devastante. Per dirla con la Nannini, qui c’è di nuovo da sentire l’America.
“Anche se ti fossero rimasti solo gli occhi, il sorriso e il tuo dito mignolo, saresti più uomo di tutti gli uomini…" dice dunque Vesper a James Bond in convalescenza dopo aver preso un sacco di botte. E 007 Daniel Craig cosa risponde? "Lo dici perché sai cosa posso fare con il dito mignolo".
Grande! Grande ed esplosiva come può essere una battutaccia greve e disgustosa se detta al momento giusto. Geniale come solo 007 e uno sceneggiatore in gamba possono pensare, piena zeppa di sano orgoglio come solo un maschio, sempre meno protagonista e sempre più in discussione può osare.
Gioite amici, perché Eva Green è tornata a far compagnia ai nostri sogni. Non a seno nudo come Bertolucci l’ha fatta, ma se possibile è ancora più bella. Quei 5 anni di più la torniscono ancora e da leggermente irresistibile quale ella era, diventa oggi totalmente devastante. Per dirla con la Nannini, qui c’è di nuovo da sentire l’America.
“Anche se ti fossero rimasti solo gli occhi, il sorriso e il tuo dito mignolo, saresti più uomo di tutti gli uomini…" dice dunque Vesper a James Bond in convalescenza dopo aver preso un sacco di botte. E 007 Daniel Craig cosa risponde? "Lo dici perché sai cosa posso fare con il dito mignolo".
Grande! Grande ed esplosiva come può essere una battutaccia greve e disgustosa se detta al momento giusto. Geniale come solo 007 e uno sceneggiatore in gamba possono pensare, piena zeppa di sano orgoglio come solo un maschio, sempre meno protagonista e sempre più in discussione può osare.
Deja vu
Se la finanziaria l’avesse scritta Terry Rossio sarei più tranquillo. Non perché Rossio sia un economista migliore di Padoa Schioppa, ma perché è uno sceneggiatore che non fa pasticci, non risponde alle telefonate di Mastella e lavora concentrato senza compromessi, senza imperfezioni, senza marce indietro. Lui i Suv non minaccia di tassarli per poi detassarli, li fa saltare in aria con la dinamite. Fa di più: riesce a farti accettare come realtà tecnologica il viaggio nel tempo, con la stessa credibilità di chi, vent’anni fa, profetizzava che in teoria, in un domani, ci sarebbe stato un congegno che sulla tua auto ti dice: volta di qua, volta di là.
Per gli stessi motivi, per la serietà di non aver concesso l’indulto a nessuno dei suoi attori, metterei Tony Scott al posto di Romano Prodi, perché se la bomba non esplode il merito è anche del regista. Il film parla di un attentato, ma il film stesso, per come è concepito, per la trama su cui si regge, è una grossa bomba innescata che può esplodere al minimo tentennamento: un’espressione sbagliata, un’inquadratura di troppo, una spiegazione non richiesta, una coincidenza inverosimile, un effetto non coerente con la sua causa. E così, tu, spettatore alleggerito dalle tasse e appesantito dal pranzo di Natale, corri due corse: la prima al fianco di Denzel Washington, insieme al quale cerchi di fermare il terrorista, la seconda contro il tempo: speri che il film finisca, e finisca bene, senza che esploda la bomba della delusione.
Alla fine i pezzi arrivano a casa e si incastrano nel rompicapo senza bisogno di martello, perché il lavoro di preparazione è stato perfetto. Assisti al raro evento in cui un thriller , proprio per la qualità assoluta dell’idea e della sua realizzazione diventa un film di categoria superiore, come “Il sesto senso” o “The Others”. L’opposizione potrebbe dire che non c’è una morale in questo film. Vero, ma non c’è neanche nella finanziaria, e soprattutto non ve n’è traccia nemmeno in “Natale a New York”, “Olè” o “Commedia Sex”i. Ma tra Dejà Vu e quelli c’è un abisso di qualità, di idee, di serietà e professionalità. Non ci credete? E allora io ci metto la fiducia.
Per gli stessi motivi, per la serietà di non aver concesso l’indulto a nessuno dei suoi attori, metterei Tony Scott al posto di Romano Prodi, perché se la bomba non esplode il merito è anche del regista. Il film parla di un attentato, ma il film stesso, per come è concepito, per la trama su cui si regge, è una grossa bomba innescata che può esplodere al minimo tentennamento: un’espressione sbagliata, un’inquadratura di troppo, una spiegazione non richiesta, una coincidenza inverosimile, un effetto non coerente con la sua causa. E così, tu, spettatore alleggerito dalle tasse e appesantito dal pranzo di Natale, corri due corse: la prima al fianco di Denzel Washington, insieme al quale cerchi di fermare il terrorista, la seconda contro il tempo: speri che il film finisca, e finisca bene, senza che esploda la bomba della delusione.
Alla fine i pezzi arrivano a casa e si incastrano nel rompicapo senza bisogno di martello, perché il lavoro di preparazione è stato perfetto. Assisti al raro evento in cui un thriller , proprio per la qualità assoluta dell’idea e della sua realizzazione diventa un film di categoria superiore, come “Il sesto senso” o “The Others”. L’opposizione potrebbe dire che non c’è una morale in questo film. Vero, ma non c’è neanche nella finanziaria, e soprattutto non ve n’è traccia nemmeno in “Natale a New York”, “Olè” o “Commedia Sex”i. Ma tra Dejà Vu e quelli c’è un abisso di qualità, di idee, di serietà e professionalità. Non ci credete? E allora io ci metto la fiducia.
Thank you for smoking
Un film che parla della lobby del tabacco e denuncia le manovre messe in atto da industria e politica per controllare il mercato e le scelte dei consumatori ha due possibilità per funzionare:
O punta a farti incazzare come Report, la trasmissione di Milena Gabanelli su Rai3, che ogni settimana ti fa vergognare persino di essere andato a votare.
Oppure sceglie di comunicare in un modo più sottile e indiretto, utilizzando la comicità, come fanno molti, a partire da Beppe Grillo.
"Thank you for smoking" sceglie decisamente la prima via e già a metà film sei incazzato per aver buttato via 6 euro (4 se abiti in provincia dove il film arriva dopo mesi in versione cineforum).
Ci sono due momenti, in particolare, che ti fanno venir voglia di uscire per accendere una sigaretta e le tende del cinema.
Il primo dura per tutto il film ed è la faccia del protagonista Aaron Eckhart. Non ti identificheresti in lui nemmeno se prendessi una tisana fatta con le sue cellule staminali. Non perché nel film deve interpretare un personaggio privo di qualsiasi scrupolo morale, ma perché non ci riesce. Ha la stessa espressività di Bondi e la credibilità di Schifani e, soprattutto, sembra che non creda in quello che legge sul copione. Probabilmente ha ragione, perché il film è scritto troppo male. Il che ci porta al secondo momento cult, nel quale Aaron non ha responsabilità. Questa va divisa in parti uguali tra il regista Jason Reitman e lo sceneggiatore Jason Reitman (questo spiega molte cose). In questa scena lavora il figlio del protagonista. Il giovane attore si chiama Cameron Bright, l'unico dodicenne che non ha più nulla da chiedere alla vita, dopo essere stato nella stessa vasca da bagno con Nicole Kidman in "Birth".
Il giovane, salendo in auto, dice una battuta che non dovrebbe. Non perché sia peggiore delle altre, ma perché tu, spettatore, ti sei accorto che il regista la sta preparando già da dieci minuti. Fino a un certo punto sospetti solamente che forse il ragazzo dirà quelle parole. Poi pensi "no, non lo farà" e la mente, che è sempre pronta a negare il peggio, cancella la paura. Così, quando la battuta esce fuori davvero, l'effetto è devastante. Da qual momento il film ti cola tra le mani come un cono al cioccolato e la speranza di poter vedere in Canavese qualcosa di meglio di "Vacanze di Natale" se ne va definitivamente in fumo.
O punta a farti incazzare come Report, la trasmissione di Milena Gabanelli su Rai3, che ogni settimana ti fa vergognare persino di essere andato a votare.
Oppure sceglie di comunicare in un modo più sottile e indiretto, utilizzando la comicità, come fanno molti, a partire da Beppe Grillo.
"Thank you for smoking" sceglie decisamente la prima via e già a metà film sei incazzato per aver buttato via 6 euro (4 se abiti in provincia dove il film arriva dopo mesi in versione cineforum).
Ci sono due momenti, in particolare, che ti fanno venir voglia di uscire per accendere una sigaretta e le tende del cinema.
Il primo dura per tutto il film ed è la faccia del protagonista Aaron Eckhart. Non ti identificheresti in lui nemmeno se prendessi una tisana fatta con le sue cellule staminali. Non perché nel film deve interpretare un personaggio privo di qualsiasi scrupolo morale, ma perché non ci riesce. Ha la stessa espressività di Bondi e la credibilità di Schifani e, soprattutto, sembra che non creda in quello che legge sul copione. Probabilmente ha ragione, perché il film è scritto troppo male. Il che ci porta al secondo momento cult, nel quale Aaron non ha responsabilità. Questa va divisa in parti uguali tra il regista Jason Reitman e lo sceneggiatore Jason Reitman (questo spiega molte cose). In questa scena lavora il figlio del protagonista. Il giovane attore si chiama Cameron Bright, l'unico dodicenne che non ha più nulla da chiedere alla vita, dopo essere stato nella stessa vasca da bagno con Nicole Kidman in "Birth".
Il giovane, salendo in auto, dice una battuta che non dovrebbe. Non perché sia peggiore delle altre, ma perché tu, spettatore, ti sei accorto che il regista la sta preparando già da dieci minuti. Fino a un certo punto sospetti solamente che forse il ragazzo dirà quelle parole. Poi pensi "no, non lo farà" e la mente, che è sempre pronta a negare il peggio, cancella la paura. Così, quando la battuta esce fuori davvero, l'effetto è devastante. Da qual momento il film ti cola tra le mani come un cono al cioccolato e la speranza di poter vedere in Canavese qualcosa di meglio di "Vacanze di Natale" se ne va definitivamente in fumo.
Lo stagno di fuoco
Istruttoria
La trama è questa: dopo il giudizio universale, Dio si ritira portando via con sé le anime dei giusti, lasciando i dannati a consumarsi all’inferno. E sulla terra? Sulla terra rimangono poche decine di persone, che per un motivo o per l’altro sono ingiudicabili, guidate da 3 angeli che, evidentemente, hanno sbagliato qualcosa. Per ritornare in stato di grazia dovranno compiere una pericolosa missione attraversando tutto l’inferno, tra anime dannate, Demoni Maggiori e Minori, Sottili, fino a Satana.
Con queste premesse uno corre a comprare il libro, perché l’idea di scrivere un remake della Divina Commedia è davvero buona. Il dubbio assale quando il libro lo vedi: 770 pagine. Beh, non vuol dire: ci sono libri che vorresti non finissero mai. Purtroppo da “lo stagno di fuoco”, invece, vorresti fuggire presto, perché è lento come una tradotta e, con un ritmo che farebbe addormentare un bradipo, ti trascina piano piano nel basso inferno dove diventa sempre più confuso, difficile. Come ulteriore supplizio nei confronti del lettore trattato alla stregua di un dannato qualsiasi, l’autore, Daniele Nadir scrive utilizzando più livelli narrativi, che ti spiazzano ulteriormente. Vogliamo dirla tutta: anche questa mania di scrivere le frasi e poi metterle in discussione subito dopo con un avverbio, stanca. Se questo romanzo fosse un itinerario, si potrebbe dire che per metà è strada asfaltata, per un po’ è sentiero e per il resto sono solamente tracce nella nebbia tra le quali ci si perde dopo un passo.
La parola alla difesa:
Finalmente! Dico che un libro non si può e non si deve leggere in tre mesi. Soprattutto non si deve leggere a letto, la sera, facendoselo franare sul naso dopo appena due pagine. Ma ti vedi? Con il libro che ondeggia e cade. E guarda che pesa! Ma va a dormire che è meglio! Maltrattato così si trasformerebbe in un flacone di Lexotan persino un romanzo di Stephen King.
Accusa: Stephen King non ha fatto mai dormire nessuno.
Difesa: Stephen King non ha mai nemmeno provato a inserire un messaggio nei suoi romanzi, te ne sei accorto? Sono pura letteratura d’evasione, per di più prodotta in serie.
Accusa: E Nadir sì? Quale messaggio ci offre?
Ecco il punto.
Sentenza:può darsi che nelle 50 pagine di epilogo (circa due settimane di lettura) si nasconda un messaggio importante. Quale occasione più ghiotta per un autore, poter prendere posizione sui misteri della fede o almeno per dare un senso al suo libro. Ma c’è un senso? E se c’è qual è? Se non lo so è colpa dell’autore che non ha saputo tenermi sveglio o colpa mia che mi sono addormentato? Qualcuno ha voglia di scoprirlo? Se alla fine non trovate niente, potete sempre mandarmi al diavolo.
Risposta di Daniele Nadir
Caro orudis, mi assumo la piena responsabilità di averti tediato per tanto tempo e qui ti porgo le mie scuse. Detto questo mi è capitato di chiacchierare molti lettori e per fortuna, con alti e bassi, gran parte di loro ha avuto modo di vivere con entusiasmo tanto la trama quanto la prosa de Lo Stagno di Fuoco. I tempi di lettura sono stati decisamente variabili, da ben più di tre mesi a tre giorni (cosa di cui non mi capacito).
Francamente, non ho nessun appello da presentare al tuo primo grado.
Se per arrivare alla fine della storia hai dovuto trascinarti per oltre 700 pagine di ‘prosa da bradipo’ è facile che il filo della storia sia andato perso per strada in un crescendo di incomprensione a cui è difficile rimediare con poche righe. E, sia chiaro, ritengo sia compito di un romanzo catturare chi legge, non viceversa. Quindi: mea culpa. Riguardo al finale, sono poco propenso a scriverne in modo esplicito (ma, avendomi fornito il tuo numero di telefono, in calce alla mail, sarò lieto di fornirti direttamente un dovuto chiarimento). Qui e ora posso dirti che in questa storia, come in molte altre, non c’è una morale della favola esplicita, da dimostrare, una verità ultima da porgere ai lettori. Questo, sia chiaro, non vuol dire che un romanzo non sia sorretto e animato da emozioni forti, idee precise. E in questi termini - e al di là della mia storia - non credo che King non abbia mai avuto messaggi da dare, nei suoi romanzi.
Ma torniamo a noi.
Quello che posso fare per essere un po’ più esplicito per chi legge queste righe (e che sarà giudice e giuria, incuriosito o ritratto di fronte a Lo Stagno di Fuoco) è chiamare a deporre un lettore che probabilmente, all’Inferno, ha perso ore di sonno invece di guadagnarne: Anselmo Cioffi, su carmillaonline, (http://www.carmillaonline.com/archives/2005/09/001508.html).
Posso inoltre chiamare a deporre direttamente l’imputato (è possibile leggerne alcuni capitoli sul sito www.stagnodifuoco.com) e, in ultimo, il mandante, in un’intervista che mi hanno fatto, tempo fa, sui contenuti del romanzo (da Stilos del 7/6/05, http://www.stagnodifuoco.com/intervistilos.htm).
Spero che il commento di Anselmo Cioffi e l’intervista possano dare, in parte, una risposta alle tue domande e, con buona pace dell’accusa (ma senza l’intento di costringerla a rileggere gli atti - a letto - una seconda volta, per carità), a marzo il romanzo uscirà in economica e questa seconda edizione è stata limata e resa più esplicita, soprattutto nella parte finale.
Un caro saluto.
Daniele Nadir
La trama è questa: dopo il giudizio universale, Dio si ritira portando via con sé le anime dei giusti, lasciando i dannati a consumarsi all’inferno. E sulla terra? Sulla terra rimangono poche decine di persone, che per un motivo o per l’altro sono ingiudicabili, guidate da 3 angeli che, evidentemente, hanno sbagliato qualcosa. Per ritornare in stato di grazia dovranno compiere una pericolosa missione attraversando tutto l’inferno, tra anime dannate, Demoni Maggiori e Minori, Sottili, fino a Satana.
Con queste premesse uno corre a comprare il libro, perché l’idea di scrivere un remake della Divina Commedia è davvero buona. Il dubbio assale quando il libro lo vedi: 770 pagine. Beh, non vuol dire: ci sono libri che vorresti non finissero mai. Purtroppo da “lo stagno di fuoco”, invece, vorresti fuggire presto, perché è lento come una tradotta e, con un ritmo che farebbe addormentare un bradipo, ti trascina piano piano nel basso inferno dove diventa sempre più confuso, difficile. Come ulteriore supplizio nei confronti del lettore trattato alla stregua di un dannato qualsiasi, l’autore, Daniele Nadir scrive utilizzando più livelli narrativi, che ti spiazzano ulteriormente. Vogliamo dirla tutta: anche questa mania di scrivere le frasi e poi metterle in discussione subito dopo con un avverbio, stanca. Se questo romanzo fosse un itinerario, si potrebbe dire che per metà è strada asfaltata, per un po’ è sentiero e per il resto sono solamente tracce nella nebbia tra le quali ci si perde dopo un passo.
La parola alla difesa:
Finalmente! Dico che un libro non si può e non si deve leggere in tre mesi. Soprattutto non si deve leggere a letto, la sera, facendoselo franare sul naso dopo appena due pagine. Ma ti vedi? Con il libro che ondeggia e cade. E guarda che pesa! Ma va a dormire che è meglio! Maltrattato così si trasformerebbe in un flacone di Lexotan persino un romanzo di Stephen King.
Accusa: Stephen King non ha fatto mai dormire nessuno.
Difesa: Stephen King non ha mai nemmeno provato a inserire un messaggio nei suoi romanzi, te ne sei accorto? Sono pura letteratura d’evasione, per di più prodotta in serie.
Accusa: E Nadir sì? Quale messaggio ci offre?
Ecco il punto.
Sentenza:può darsi che nelle 50 pagine di epilogo (circa due settimane di lettura) si nasconda un messaggio importante. Quale occasione più ghiotta per un autore, poter prendere posizione sui misteri della fede o almeno per dare un senso al suo libro. Ma c’è un senso? E se c’è qual è? Se non lo so è colpa dell’autore che non ha saputo tenermi sveglio o colpa mia che mi sono addormentato? Qualcuno ha voglia di scoprirlo? Se alla fine non trovate niente, potete sempre mandarmi al diavolo.
Risposta di Daniele Nadir
Caro orudis, mi assumo la piena responsabilità di averti tediato per tanto tempo e qui ti porgo le mie scuse. Detto questo mi è capitato di chiacchierare molti lettori e per fortuna, con alti e bassi, gran parte di loro ha avuto modo di vivere con entusiasmo tanto la trama quanto la prosa de Lo Stagno di Fuoco. I tempi di lettura sono stati decisamente variabili, da ben più di tre mesi a tre giorni (cosa di cui non mi capacito).
Francamente, non ho nessun appello da presentare al tuo primo grado.
Se per arrivare alla fine della storia hai dovuto trascinarti per oltre 700 pagine di ‘prosa da bradipo’ è facile che il filo della storia sia andato perso per strada in un crescendo di incomprensione a cui è difficile rimediare con poche righe. E, sia chiaro, ritengo sia compito di un romanzo catturare chi legge, non viceversa. Quindi: mea culpa. Riguardo al finale, sono poco propenso a scriverne in modo esplicito (ma, avendomi fornito il tuo numero di telefono, in calce alla mail, sarò lieto di fornirti direttamente un dovuto chiarimento). Qui e ora posso dirti che in questa storia, come in molte altre, non c’è una morale della favola esplicita, da dimostrare, una verità ultima da porgere ai lettori. Questo, sia chiaro, non vuol dire che un romanzo non sia sorretto e animato da emozioni forti, idee precise. E in questi termini - e al di là della mia storia - non credo che King non abbia mai avuto messaggi da dare, nei suoi romanzi.
Ma torniamo a noi.
Quello che posso fare per essere un po’ più esplicito per chi legge queste righe (e che sarà giudice e giuria, incuriosito o ritratto di fronte a Lo Stagno di Fuoco) è chiamare a deporre un lettore che probabilmente, all’Inferno, ha perso ore di sonno invece di guadagnarne: Anselmo Cioffi, su carmillaonline, (http://www.carmillaonline.com/archives/2005/09/001508.html).
Posso inoltre chiamare a deporre direttamente l’imputato (è possibile leggerne alcuni capitoli sul sito www.stagnodifuoco.com) e, in ultimo, il mandante, in un’intervista che mi hanno fatto, tempo fa, sui contenuti del romanzo (da Stilos del 7/6/05, http://www.stagnodifuoco.com/intervistilos.htm).
Spero che il commento di Anselmo Cioffi e l’intervista possano dare, in parte, una risposta alle tue domande e, con buona pace dell’accusa (ma senza l’intento di costringerla a rileggere gli atti - a letto - una seconda volta, per carità), a marzo il romanzo uscirà in economica e questa seconda edizione è stata limata e resa più esplicita, soprattutto nella parte finale.
Un caro saluto.
Daniele Nadir
il diavolo veste Prada
Quando in un film c’è Meryl Streep, la storia corre veloce, la trama ti prende, il ritmo è incalzante, i dialoghi sono serrati, le scene ben costruite, gli spettatori in sala si comportano con una certa civiltà, e nonostante tutto questo il film non ti piace, con chi te la prendi?
A. con David Frankel, il regista
B. con Aline Brosh Mckenna, la sceneggiatrice
C. con Lauren Weisbergen, l’autrice del libro da cui è tratto il film.
Chissà qual è la risposta giusta. Forse tutte e tre. Vediamo il problema, così se andate a vedere il film vi sarà più facile rimanerci male. Il problema è il finale. A dire il vero neanche la prima parte fa venir voglia di scambiare un segno di pace con il vicino di poltrona, soprattutto per la scelta dei personaggi di contorno, che sono presi tali e quali dai saldi di qualche telefilm che si girava negli studios accanto, e buttati sul set del nostro film per fare la parte di amici, amanti o fidanzati, con in bocca le stesse battute che avevano già imparato a memoria, così si risparmia tempo.
Ma il vero problema arriva all’89° quando, giunti al cosiddetto “climax”, la protagonista, Anne Hataway si trova di fronte ad un bivio: a sinistra va verso un finale amaro ma credibile, a destra fila a incrementare la cellulite immersa nel morale, americanissimo miele di acacia. Cosa fa? Naturalmente fa la scelta giusta. Ma è proprio questo che in un film intitolato “Il diavolo veste Prada” sembra diabolicamente sbagliato.
A. con David Frankel, il regista
B. con Aline Brosh Mckenna, la sceneggiatrice
C. con Lauren Weisbergen, l’autrice del libro da cui è tratto il film.
Chissà qual è la risposta giusta. Forse tutte e tre. Vediamo il problema, così se andate a vedere il film vi sarà più facile rimanerci male. Il problema è il finale. A dire il vero neanche la prima parte fa venir voglia di scambiare un segno di pace con il vicino di poltrona, soprattutto per la scelta dei personaggi di contorno, che sono presi tali e quali dai saldi di qualche telefilm che si girava negli studios accanto, e buttati sul set del nostro film per fare la parte di amici, amanti o fidanzati, con in bocca le stesse battute che avevano già imparato a memoria, così si risparmia tempo.
Ma il vero problema arriva all’89° quando, giunti al cosiddetto “climax”, la protagonista, Anne Hataway si trova di fronte ad un bivio: a sinistra va verso un finale amaro ma credibile, a destra fila a incrementare la cellulite immersa nel morale, americanissimo miele di acacia. Cosa fa? Naturalmente fa la scelta giusta. Ma è proprio questo che in un film intitolato “Il diavolo veste Prada” sembra diabolicamente sbagliato.
Profumo, storia di un assassino
Avevo letto il libro diversi anni fa e ricordo che all'ultima pagina mi ero domandato: "e allora?" Il quesito rimane senza risposta anche dopo 147 minuti di film. Quindi non è il film e non è nemmeno il libro: è proprio la storia di Jean Baptiste Grenouille che è troppo chiusa in se stessa per offrire qualcosa da esportare.
Nonostante il film sia molto ben confezionato, è davvero difficile trovare un motivo per consigliarvi di vederlo. I pubblicitari non troveranno nessuno spunto da citare nei loro spot e il catalogo di emozioni che offre agli spettatori è davvero troppo strano per essere interessante.
Il protagonista (Grenouille) è interpretato dal giovane Ben Whishaw. È molto convincente nell'interpretare l'uomo senza coscienza. Forse fin troppo abile nel mostrare una totale indifferenza per la vita. Impossibile identificarsi in lui. Non c'è niente di male ad ammazzare un sacco di persone se ciò ti serve, ma farlo senza passione, senza odio, senza ironia non è concepibile. Per questo Grenouille potrebbe risultare simpatico giusto al muratore di Parma Mario Alessi.
Non puoi identificarti nelle vittime perché stanno sullo schermo pochi secondi ciascuna. Non puoi identificarti in Dustin Hoffman, perché sparisce ben prima della metà del film, non nel padre dell'ultima vittima perché ha le guanciotte lunghe di Severus Piton, il professore di Harry Potter. Ma se non puoi identificarti in nessuno, che film è?
Bisogna essere abbastanza marci dentro per pensare di scrivere una storia come questa e avere dei problemi psicologici non risolti per metterla su pellicola. Tom Tykwer lo ha fatto. Regista tedesco, è il papà di (copio da internet) "Paris Je t'aime", "Heaven" "Lola corre", "La principessa e il guerriero".
Li avete visti? Neanche uno? Nemmeno un trailer? Ecco spiegate molte cose.
Se investirete i vostri 6 o 7 euro in un altro film non sbaglierete. Ma non sbaglierete nemmeno se li spenderete per Profumo, a patto che siate pronti, e accettiate, che la sua essenza non riuscirà a entrarvi dentro e, proprio per questo, il suo ricordo evaporerà già sulle scale del cinema, come profumo.
Nonostante il film sia molto ben confezionato, è davvero difficile trovare un motivo per consigliarvi di vederlo. I pubblicitari non troveranno nessuno spunto da citare nei loro spot e il catalogo di emozioni che offre agli spettatori è davvero troppo strano per essere interessante.
Il protagonista (Grenouille) è interpretato dal giovane Ben Whishaw. È molto convincente nell'interpretare l'uomo senza coscienza. Forse fin troppo abile nel mostrare una totale indifferenza per la vita. Impossibile identificarsi in lui. Non c'è niente di male ad ammazzare un sacco di persone se ciò ti serve, ma farlo senza passione, senza odio, senza ironia non è concepibile. Per questo Grenouille potrebbe risultare simpatico giusto al muratore di Parma Mario Alessi.
Non puoi identificarti nelle vittime perché stanno sullo schermo pochi secondi ciascuna. Non puoi identificarti in Dustin Hoffman, perché sparisce ben prima della metà del film, non nel padre dell'ultima vittima perché ha le guanciotte lunghe di Severus Piton, il professore di Harry Potter. Ma se non puoi identificarti in nessuno, che film è?
Bisogna essere abbastanza marci dentro per pensare di scrivere una storia come questa e avere dei problemi psicologici non risolti per metterla su pellicola. Tom Tykwer lo ha fatto. Regista tedesco, è il papà di (copio da internet) "Paris Je t'aime", "Heaven" "Lola corre", "La principessa e il guerriero".
Li avete visti? Neanche uno? Nemmeno un trailer? Ecco spiegate molte cose.
Se investirete i vostri 6 o 7 euro in un altro film non sbaglierete. Ma non sbaglierete nemmeno se li spenderete per Profumo, a patto che siate pronti, e accettiate, che la sua essenza non riuscirà a entrarvi dentro e, proprio per questo, il suo ricordo evaporerà già sulle scale del cinema, come profumo.
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