Il ghiacciaio che a suo tempo si è preso il disturbo di modellare il Vallone, scivolando da nord verso sud, ha preso le mosse dal Moncimour (
Nel fuoco costituito dalla triangolazione delle 3 montagne, la superficie del Lago Gelato interrompe il grigio dominante di pietraie infinite. Le rive sono inagibili anche per chi ama gli scogli, tranne che lungo la sponda meridionale dove le rocce montonate formano una piccola spiaggia e uno dei rari tratti pianeggianti di tutta la valle. È uno dei laghi naturali più grandi del Parco del Gran Paradiso, ma anche uno dei meno visitati poiché per giungervi occorre superare un dislivello di 1.800 o di
Di arrivare dal basso non se ne parla.
Seguendo le tracce dei danni provocati dal ghiacciaio durante la discesa, ci si accorge presto che l'orario di visita del Vallone è finito già da molto tempo. Ne è prova la mancanza di un sentiero o quanto meno di una traccia. Avvistare un ometto di pietre è un’esperienza esaltante, ma non particolarmente utile perché un punto, senza un altro punto a cui unirlo, non serve per tracciare una rotta. Con il sopraggiungere quotidiano della nebbia, la discesa si complica e, a consuntivo, presenta un conto salato: due ore abbondanti per quattrocento metri di dislivello.
Dal lago Bocutto il sentiero dovrebbe portare all’alpe dei Fons, ma sul posto il sentiero non c’è. L’unico metodo per orientarsi consiste allora nell’immedesimarsi nei pastori di un tempo e chiedersi dove si potrebbe edificare una baita. Ma anche così l’Alpe dei Fons appare solamente quando si è ormai rinunciato a cercarla. Le capanne di pietra sono solo pietre tra le pietre.
Nel tratto successivo i rododendri si insinuano tra le rocce celandone i crepacci, non c’è sentiero e i ruscelli scorrono sotto la vegetazione, rendendo viscida l’erba di superficie. Verso il basso si intuisce un salto di cento e più metri sopra il lago Nero.
Superato anche il Lago Nero, lungo il Piano d’Eugio macigni di enormi proporzioni giacciono spaccati su un pianoro prativo. Proprio qui, dove non servirebbe, il sentiero ricompare e si fa strada tra gli ontani fino all’alpe Savolere che resiste ancora in buono stato. Il nome dell’alpeggio probabilmente richiama la vicinanza con l’acqua. La radice del toponimo Savolere, è la stessa di Savara, il torrente della Valsavarenche. Saular, inoltre, in franco provenzale significa insabbiare e può indicare un luogo in cui il torrente, straripando, ha portato della sabbia.
La diga del lago d’Eugio è una fortezza Bastiani nella solitudine del vallone. L’invaso è presidiato da alcuni guardiani che abitano a turno in una palazzina di pietra costruita su uno sperone naturale al centro della diga. Vi giungono a bordo di un carrello a rotaia, trainato a fune su un piano inclinato, una comodità che evita la fatica e i tempi di salita da Rosone,
Un sentiero in verità c’è, è il gta, una riga rossa sulla cartina che proviene dall’adiacente vallone di Praghetta, attraversa la valle ai piedi della diga, e risale sul versante opposto per sparire oltre il monte Arzola. Un sentiero ben segnato, ma poco frequentato e con l’erba che lo invade ovunque, soprattutto lungo i tratti a mezzacosta che richiederebbero più larghezza e pulizia per evitare vertigini e passi pericolosi.
I morti, tuttavia, non si trovano sotto il gta, ma disseminati alla fine degli anni ‘50 lungo il piano inclinato del carrello, ai piedi di qualche salto di roccia o dentro le montagne. All’epoca della sua costruzione, la diga dell’Eugio, insieme a quelle di Ceresole Reale, Teleccio, Valsoera e al complesso di opere idriche, che portano l’acqua alle turbine delle centrali elettriche di Villa, Rosone e Bardonetto, sono state teatro di decine di incidenti mortali. False micce, prive del filo di seta, che facevano esplodere le mine senza ritardo, crolli e cadute erano gli incidenti più comuni. Per non dire della silicosi che ancora oggi uccide i minatori che hanno realizzato decine di chilometri di gallerie.
Il sentiero, quando si vede, scende di poco sulla destra orografica della valle, dove costeggia un canale che un tempo portava l’acqua alle frazioni sottostanti, e conduce quasi in piano a Veso, la frazione che era sede di scuola elementare. A Veso vivevano stabilmente agli inizi del ‘900 15-20 famiglie per una stima di circa 100 anime, curate dal medico condotto quando c’erano i soldi e dal prete di Locana per le festività. I pantaloni della festa, così come quelli di tutti i giorni erano prodotti con tela di canapa tinta con un pigmento marrone, ottenuto dalla bollitura del mallo delle noci. Il guardaroba invernale era a base di lana, filata e poi lavorata di notte alla luce del fuoco o delle lampade ad acetilene.
Oggi, a Veso e Balmetta non splende più il sole, perché faggi e castagni sono cresciuti alti e forti, concimati dalla fatica accumulata tra queste pietre. Radicano nelle cantine, sfondano travi marcite e si contendono l’un l’altro la luce del sole, annegando in un’ombra perenne i resti delle case.
Tra questi viottoli, con un briciolo di fantasia non è difficile immaginare il maestro elementare che si intrattiene con la madre di qualche alunno, magari per dire che il bambino non deve più fare assenze, che se no non si sa come va a finire. Alla scuola di Veso aspettano il maestro 55 alunni nel 1888, 16 nell’inverno del 1937-38 e solamente 9 nel 1950. Per mettere insieme questi ultimi si deve attingere da tre diverse borgate.
L’emigrazione compie la sua opera devastatrice a cavallo della prima guerra mondiale. Chi partiva per le Americhe non diceva nulla in famiglia. Quando la moglie riceveva una cartolina da Genova, capiva e aspettava di essere chiamata. Forse.
Nel ’52 Mariuccia si sposa a Locana e non torna più nella valle. Le case costruite pietra su pietra, senza cemento, tenute insieme da sacrifici, bestemmie, preghiere e calce di poca qualità, rovinano presto. In alcuni casi il fuoco accelera i crolli.
A valle di Balmetta, dove lo zelante esposimetro impedisce alla macchina fotografica di scattare, il bosco si infittisce, ma si intuisce che la fine è vicina. Scorrono i titoli di coda, l’angoscia si scioglie. Il sentiero è ripido, ma non c’è più rischio di perdersi. Scalini e svolte in breve portano sotto il tiro di un gigantesco masso che spunta nel fitto del bosco. Si erge più alto degli alberi più alti, ma diversamente da questi è sprovvisto di radici, e prima o poi scivolerà giù, chiudendo per sempre l’antica strada per l’Eu gio.
È solo questione di tempo, ma qui il tempo è l’unico padrone.
lunedì 17 marzo 2008
Il Paradiso dei poveri
sabato 16 febbraio 2008
Apologo
“C’erano una volta le mani, che decisero di entrare in sciopero perché stanche di lavorare per uno stomaco che appariva loro ozioso e parassitario. Tuttavia le mani dovettero presto rendersi conto che erano loro le prime ad essere indebolite dalla protesta, che lasciava non solo lo stomaco, ma l'intero organismo senza nutrimento. La società è come un organismo, il cui buon funzionamento complessivo permette la sopravvivenza di tutte le sue parti; se uno dei suoi organi incrociasse, per così dire, le braccia, non verrebbe meno solo l'organismo, ma anche l'organo, quindi anche le mani.”
Menenio Agrippa
martedì 22 gennaio 2008
American gangster
domenica 13 gennaio 2008
Usac Borgosesia 72 - 91
Certamente, in due casi: A) Se si è venduta la partita agli avversari e si è stati regolarmente pagati. Oppure, caso B), se si è lottato con grinta, agonismo, voglia e impegno fino alla fine, e invece della partita si è venduta cara la pelle.
Nel primo e secondo periodo loro segnano 23 + 23 punti. Tanti. Ma anche noi ce la caviamo. Infatti all’intervallo ci dividono non più di 8 – 10 lunghezze. Il terzo periodo addirittura lo vinciamo:
La settimana prossima saremo fermi per turno di riposo. Ma domenica 3 febbraio alle 17 saremo a Cossato. Quella è una partita che possiamo vincere. E se giochiamo con questa voglia la vinceremo.
domenica 30 dicembre 2007
Leoni per agnelli
C'è un'altra parte di Hollywood che per quanto abbia capacità e risorse, non riesce a confezionare film che valgano la pena.
Purtroppo in "Leoni per Agnelli" le due parti coincidono perfettamente e il film che ne esce è secoli luce lontano da quello che vorrebbe essere. Si parla delle guerre americane nel mondo e se ne parla per dire che sono sbagliate, iniziate con la menzogna e condotte male, ma le azioni che dovrebbero esserne la dimostrazione si svolgono in sole 3 (tre) scene, per di più così statiche che persino la poltrona del cinema al loro confronto sembra più cinetica. Tom Cruise e Merryl Streep si affrontano in un ufficio a Washington (il duello artistico è vinto senza dubbio da Merryl Streep, mentre quello deloo spettatore contro il sonno dal sonno). Nello stesso momento Robert Redford e uno studente universitario sconfinano oltre la soglia del dolore da noia in un'anonima sala professori. Infine due soldati - se non conosciamo i loro nomi fa lo stesso - se la vedono (male) in Afghanistan contro i talebani.
Tutti gli attori parlano di impegno, invitano a tenere la guardia alta contro l'apatia, ma Robert Redford attore, doppiato da Carmine Sbadiglio, è troppo rilassante per tenerti gli occhi aperti, mentre Robert Redford regista è troppo piatto per non sembrare un letto a due piazze.
"Leoni per Agnelli" potrebbe più correttamente intitolarsi "Lexotan per Valium", ma ciò richiederebbe agli sceneggiatori uno sforzo che potrebbe svegliarli. Devono allora aver pensato di utilizzare parole e dialoghi, se non proprio banali, certamente scontati. Così scontati che tra pochi giorni staranno benissimo con i saldi di gennaio.
venerdì 30 novembre 2007
USAC NOLE 87 - 54
In compenso l’USAC ha presentato al popolo di Vauda un playmaker che se lo sognano loro. L’incubo dei difensori Nolesi ha il n. 23 e sul referto arbitrale risulta aver messo a segno 30 punti.
Partiamo sotto di 2 e “play” Ciampy ci riporta in pari. Poi andiamo avanti noi e ci rimaniamo per tutto il primo quarto con 6 o 7 punti più degli avversari. Il Nole ci crede ancora, noi soffriamo un po’ ma loro di più, anche a causa dell’allenatore che tuona come un temporale in agosto.
Nel secondo quarto il vantaggio USAC si riduce a soli 2 punti, ma è questione di poco. L’astuto coach fa due cambi e in breve riprendiamo il largo. Parliamo di Ottino? Andrea si accorge di essere il più alto e si dà da fare sotto il tabellone, Alberto, fresco fresco di benedizione vescovile, alimenta la nostra fede nella vittoria mettendo 21 punti nella rete. Abidin non so che fa, ma lo fa bene. Davide… Davide con quel suo musino simpatico e gli occhietti furbi fa un po’ di passi in partenza; non tanti, ma quelli che bastano per farsi fischiare falli a palla. Il pubblico gli suggerisce che, mancando suo padre in tribuna, si potrebbe anche provare a staccare dal corpicino quei piedini birichini. Allora lui, che alle sue estremità ci tiene, smette di fare passi e comincia a giocare.
Umberto entra in campo e non fa passi, non fa doppio, non sbaglia niente. Si comporta da veterano, ma è il suo esordio in una partita ufficiale. Ale Costa doveva fare 10 punti personali per avere indietro il cellulare che era sotto sequestro. “Mission quasi impossible” perché Ale 10 punti in una partita non li aveva mai fatti. Chi ha ricevuto SMS in questi giorni può dire se l’obiettivo è stato raggiunto o no. Roletti si batte e si sbatte. Matteo Leschiera pensa che dimenticare la borsa a 15 Km faccia fico, ma in mutande o con la divisa, lui c’è sempre e segna 6 punti. Guglielmetti, Bona, Jordano, Vitto e Mattia non ci sono, ma se ci fossero farebbero bene anche loro.
Era scritto che prima o poi dovessimo vincere, e martedì sera, nel paese più buio della provincia di Torino, l’Usac under 14 accende la candelina della prima vittoria dopo 17 sconfitte consecutive tra open e regionale. Vince con 33 punti di vantaggio. Convince anche? Non tantissimo per la verità. Assistendo alle partite dell’U14 di quest’anno si ha come l’impressione che i ragazzi si tengano in tasca delle energie nervose e risparmino grinta e voglia di vincere per altre occasioni. Un po’ come se valutassero l’impegno e decidessero di investire il minimo indispensabile. Il ragionamento si chiama “economia” e può forse funzionare in alcuni campi, ma mai sul parquet. In uno sport, e a maggior ragione in uno sport di squadra, fare calcoli e risparmiarsi è devastante. Quelli che non si risparmiano mai e danno tutto non solo sono i più bravi, ma sono anche i più furbi. Per loro, ma solo per loro, le sconfitte non esistono. Se vincono sono dei vincitori, se perdono sono comunque dei vincenti.
domenica 28 ottobre 2007
Borgosesia Usac 175 - 160
Non è il punteggio. Ma la media in centimetri delle due squadre. La partita di basket è finita in proporzione:
Se in tutto siamo 14, alla partenza eravamo in 8, con Vittorio dito rotto, Ottino febbre alta, Francesco in sanatorio, Mattia, Tommaso e Abidin ancora non tesserati.
Se alla partenza eravamo in otto, al fischio di inizio eravamo in sette, con Matteo Leschiera che si sfascia il tallone in riscaldamento e zoppica fino alla panchina da cui non si alza più.
Se Angelo potesse, lo lascerebbe in pace seduto in panchina. Se Costa potesse, entrerebbe in campo con la felpa e la giacca a vento. E dopo un ottimo 1° quarto, esaurisce le energie e striscia come può fino alla fine.
Se alla fine del primo quarto eravamo in 6, all’inizio del secondo rimaniamo quasi in 5. Esce Matteo Guglielmetti per una botta (per fortuna passa subito) ed entra Ciampy. E qui gli avversari non ci capiscono più niente. Ma come? – pensano - Perché questi nanetti non si arrendono? Perché corrono così velocemente? Perché Bellicapelli ci fa soffrire con questi palleggi che non sai dov’è la palla? Perché anche uno che si chiama Bona ci tratta così male? Perché quel piccoletto, che di nome fa Peroglio, e saltella come un pollo ha una mira che non perdona? Perché quell’altro, ancora più piccolo, ci trafigge con 17 punti?
Sono domande legittime, amici del Borgosesia. Ce le siamo posti anche noi per tutto l’anno scorso quando abbiamo sofferto per i risultati, ma non ci siamo mai lamentati per la forza di carattere e l’impegno della squadra. Dunque vincete pure oggi, (domani chissà) ma soffrite anche voi.