sabato 23 gennaio 2016

Carol

Io non ho nulla contro le lesbiche. Perché mai dovrei?  Dirò di più: se rinasco, voglio rinascere bambina, ragazza, donna e sicuramente lesbica. Anzi, faccio coming out: io sono già una lesbica, purtroppo imprigionata nel corpo sbagliato.
Ora sapete con che occhi ho visto Carol ieri sera a Torino.
Le due donne si conoscono in un grande magazzino.
Il regista Todd Haynes per far capire in pochi fotogrammi che si tratta di un film impegnato e che è inutile aspettare l'entrata in scena di Checco Zalone, utilizza un trucco geniale: fa chiudere di 3 diaframmi l'obiettivo della macchina da presa, in modo da creare l'atmosfera “cucina di sera” con lampade a risparmio energetico. Anche negli “esterno giorno” il sole sembra al neon.
Notevole anche l'idea di far finire ogni scena con l'inquadratura del finestrino di un'auto, appannato e rigato di pioggia. Dietro potrebbe esserci un elettricista che si fa una canna o un viale di Central Park. Non si saprà mai, perché quel che si vede è scuro. La colonna sonora è adeguata, commissionata a un musicista depresso a cui è stata appena sterminata la famiglia.
La storia ovviamente è tragica. Dico solo che le due donne si innamorano. E qui mi immedesimo totalmente. Un po' di sesso? Sì, ma solo dopo metà film, quindi se, come me, avete dormito la prima mezz'ora vi è andata bene. Le tette si vedono? Sì si vedono e vale la regola per cui se si vedono le tette, il film ha almeno il 6. Per cui, voto finale: 6

sabato 16 gennaio 2016

Il terrazzo

Nel disordine del suo terrazzo, la donna bionda si sedette al sole di aprile.
Sul tavolo di ferro, coperto con una tovaglia a quadretti, poche cose si contendevano la superficie:un piatto con alcune briciole, una ciotola bianca, vuota, la caraffa con qualche dito d'acqua e un vasetto che aveva contenuto marmellata o miele. Era di vetro, con un'etichetta minuscola. Recava ancora sulle pareti i segni del dito che si era immerso fino al fondo per recuperare un po' di nettare negli angoli.
L'aroma del caffè combatteva con quello della primavera, in una lotta equilibrata tra forze del bene.
Chiunque avesse vinto, avrebbe ricevuto l'alloro, un bacio e gratitudine.
Lassù al sesto piano, i rumori della città arrivavano sgrossati da ringhiere, balconi e piastrelle. Quel che rimaneva scivolava sui bordi arrotondati dei tetti, ricoperti di zinco e di rame. La donna adorava il suo terrazzo. Si era innamorata di quell'appartamento, anni prima, appena aveva visto quel minuscolo spazio sotto il cielo e si era immaginata là seduta a fare colazione.
Era poco più di un balcone ed era densamente popolato di vasi e oggetti da giardino. Oltre al piccolo tavolino, lo arredava una semplice sedia, quella sulla quale stava la donna.
L'estuario non era visibile, nascosto dal tetto della casa di fronte, poco più alto. Non si vedevano neppure le mura del castello, che era sì molto vicino, ma si trovava alle spalle, sul lato opposto del palazzo. Tuttavia, non occorreva vedere il fiume né alcun monumento per orizzontarsi e capire di
trovarsi nella capitale.
Chiuse gli occhi, abbandonando le spalle contro lo schienale, una mano sul manico della tazza colma di caffè, l'altra pigramente appoggiata nell'aria, vicino al seno.
Se un momento avesse potuto rappresentare la perfezione era quello.
La mente non generava pensieri, ma sensazioni, il sole non produceva calore, ma tepore, la luce non era un fastidio, ma una carezza.
Una carezza.
La mano destra, libera e lasciata a se stessa sfiorò il seno, per caso o per sbaglio. E il seno reagì.
Perché non avrebbe dovuto? Era stato un contatto inatteso, involontario ma piacevole. La donna aveva sentito la punta ritrarsi istantaneamente, come le fragili antenne delle chiocciole quando le si sfiora o vi si indirizza anche soltanto un alito. Un riflesso. Era stato un riflesso, non un movimento, il riflesso ad un contatto.
Il secondo contatto forse non fu casuale, forse non fu uno sbaglio.
Il dorso della mano destra sfiorò di nuovo la punta del seno che, forse perché già pronta, reagì irrigidendosi ulteriormente e coinvolgendo in quel gioco di allarmi e falsi allarmi anche la gemella, distante appena una spanna o due.
La donna poté immaginare, più piccolo il destro, appena più grande il sinistro, i piccoli fiori rosa che coltivava fin da bambina. Li immaginò mentre si restringevano, definivano i contorni e si arrotondavano un poco verso l'esterno.
Sorrise al sole, mentre la mano, di tanto in tanto, sfiorava il cotone bianco e teneva accesa la piccola fiamma.
La perfezione è donna. Il suo corollario è il caffè, lungo, caldo, nero.
I piedi scalzi non rimpiangevano gli zoccoli di legno, lasciati tra porta e stipite, per impedire alla serratura di scattare e chiuderla fuori. Era già successo una volta e non era stato semplice rientrare.
Con i piedi nudi si appoggiò e spinse contro la ringhiera in ferro battuto. L'aveva ridipinta lei stessa alcune settimane prima, con lo smalto antiossidante. Non aveva avuto voglia di grattare via la ruggine prima di passare il pennello e ora ne era pentita, perché alcune piccole schegge color gambo di geranio si stavano già staccando e impolveravano le piastrelle lucide e un po' sconnesse del pavimento.
Cominciò a dondolarsi. Ora era il corpo che si muoveva contro la mano morta e non più il contrario.
La sensazione era, se possibile, più piacevole, perché aveva un vago senso di casualità. Era il gioco di una bambina che sa e non sa quello che sta facendo.
Ad ogni passaggio, il seno, rilassato e libero nella camicia bianca, riceveva una carezza e per via della generosità che è nella sua natura di seno, alimentava di benessere il resto del corpo.
Finì il caffè. Per averne ancora si sarebbe dovuta alzare, entrare in casa, versarne del nuovo e scaldarlo nel fornetto. Troppe cose. A conti fatti, stava bene anche così.
Ora che anche la mano sinistra era libera dalla tazza, potè raddoppiare la sensazione e creare la simmetria che mancava.
Anche la geometria è donna e le curve ne sono la prova.
Lo schienale faceva un po' male dove le braccia si appoggiavano fino ai gomiti, ma i ricavi di quel contatto intermittente, compensavano e superavano i costi.
Aprì per un attimo gli occhi e si lasciò ferire dal sole. Non c'era nulla da vedere e comunque non avrebbe potuto, con quel faro acceso sul volto. E poi non voleva. Al contrario, era sua intenzione accecarsi, macchiare la retina e godere del caleidoscopio di forme cangianti, che si formavano, scomparivano e si muovevano con lei.
Dopo poco portò la mano destra dove era destinata ad andare. Strisciò pigramente sopra il ginocchio, percorse la coscia verso l'alto e si insinuò sotto il camicione bianco, fino a trovare l'orlo della biancheria. Ne seguì il filo, soffermandosi a solleticare per qualche momento le pieghe delicate dell'attaccatura della gamba.
Che ora era?
Non aveva importanza. Qualunque impegno avrebbe potuto aspettare.
Con le lunghe dita della mano superò l'effimero ostacolo dell'elastico. Le falangi si distesero ed avanzarono, come denti di un pettine, lungo le trame del suo naturale tessuto. Infine giunsero a destinazione, dove si piegarono e separarono per distinguere, spostare e scegliere, come ballerine che eseguono a memoria una coreografia.
Il sole era caldo ora, forse cominciava a sudare.
Scivolò con la mano un poco oltre per esplorare la soglia del suo corpo e rendere i polpastrelli più morbidi e adatti allo scopo.
Non aveva fretta. C'erano delle volte, ma non erano molte, in cui consumava quei rapporti con se stessa con rabbia e rapidità, cercando il culmine con frenesia, quasi come se dovesse tagliare un traguardo e battere qualche primato. Allora si inarcava per cercare un contatto più proficuo oppure si stringeva in se stessa per moltiplicare e accelerare le sensazioni.
Non era il luogo. E non era una di quelle volte.
Al contrario, avrebbe potuto anche alzarsi e prendere quella aggiunta di caffè di cui sentiva la
mancanza, poi tornare e ricominciare. O non ricominciare affatto. Non era una necessità, era un piacere mattutino, la scelta di trasformare un momento unico in un momento perfetto.
Anche il piacere è donna e coltivarlo è un suo segreto esclusivo.
Mosse la mano sotto la camicia con movimenti brevi, pigri, circolari. L'altra mano sfrontata e impudica si era atteggiata a coppa, premeva sul cotone dove conteneva per intero un seno.
La fantasia lasciò il balcone e si trasferì in un letto, non il suo, un altro. Sul letto vide la schiena di uomo, poi i fianchi muscolosi. I lombi. Avrebbe voluto che lui si voltasse, ma la regia, che nelle donne come negli uomini è spesso imprevedibile e maldestra, volle mostrarle un'altra scena: questa volta era una donna a petto nudo. Aveva i seni piccoli con le punte scure. Le sorrideva. Non sapeva chi fosse. Poi osservò se stessa, come si sarebbe vista in quel momento dal palazzo di fronte. Si immaginò mentre si accarezzava con un ritmo veloce. Ormai non si dondolava più e aspettava soltanto che il momento si consumasse.
Aprì gli occhi, aspettandosi, forse, di vedersi davvero.
In un attimo fu in piedi.
Da quanto tempo era lì?
L'aveva vista?
Cazzo! Certo che l'aveva vista: stava guardando proprio verso di lei.
E aveva capito cosa stava facendo?
E certo che aveva capito, non c'era nulla da interpretare.
In due passi rientrò in casa. Si gettò in camera senza sapere cosa fare. Cominciò a scegliere i capi con cui vestirsi, come se vestirsi, ora, fosse servito a qualcosa. Come se avesse potuto cancellare gli ultimi cinque minuti.
Le venne da urlare. Prese in mano un cuscino e morsicò quello per non mordersi le labbra. Era furibonda. Aveva offerto uno spettacolo gratis. Idiota! Idiota! Idiota!
Ma quello, aveva in mano il telefono o, peggio, una macchina fotografica? No, non le era sembrato.
No, stava lì affacciato all'abbaino di fronte e la guardava, Non aveva nulla in mano.
Ma chi era? Non aveva mai visto nessuno, lì. Quell'abbaino, proprio di fronte al suo terrazzo era sempre stato chiuso. L'avevano affittato? Era una mansarda abitabile? Ma come aveva potuto commettere un errore così idiota? Perché non era stata più attenta?
Uscì dalla camera, percorse pochi passi nel breve corridoio e si bloccò. Se fosse avanzata ancora di un niente avrebbe potuto vedere il palazzo di fronte e l'abbaino.
Si mosse con estrema cautela, come se poco più avanti la aspettasse un cecchino con un fucile puntato.
Eccolo! Era ancora lì! Ma cosa aspettava? Il secondo tempo?
Ma non aveva vergogna? No, perché avrebbe dovuto? Era lei che era sprofondata in un abisso di imbarazzo.
Sentì di odiare quello sconosciuto persino più di quanto odiava se stessa.
Fosse almeno stato un vecchio o un ragazzino. Invece era uno sguardo, lo sguardo di un uomo.
E adesso? Si rappresentò il peggio: il resto della sua vita senza uscire mai più sul suo terrazzo.
No, avrebbe cambiato casa. Subito.
Un piccolo tram attraversò l'incrocio in quel momento, sei piani più sotto, lei ne approfittò per urlare contro il muro la sua rabbia.
Si infilò un paio di jeans, si tolse la camicia. I seni liberi, in quel momento erano due conoscenti scomodi e pesanti. Indifferenti e vagamente nemici. Li costrinse in un reggiseno bianco. Poi infilò una camicia nuova, bianca e vi poggiò sopra un golfino di cotone dello stesso colore, che abbottonò per intero.
Si infilò anche le calze corte, bianche.
Ora era vestita, ma non era cambiato nulla: se fosse uscita o anche soltanto passata vicino al terrazzo, dal quale sarebbe stata visibile, si sarebbe sentita nuda.
Peggio che nuda: nuda e con le mani dentro il sesso.
Urlò ancora per la rabbia! Che lui la sentisse pure e immaginasse quello che voleva.
Quanto era stata stupida, imprudente e presuntuosa. Soprattutto presuntuosa. E illusa. Aveva pensato che la città fosse sua, di essere sola al mondo.
Non riusciva a stare ferma. Sarebbe uscita. Uscita a fare la spesa. Al supermercato si sarebbe calmata. Sicuro. Si sarebbe comprata qualcosa di buono. Della frutta. Ecco della frutta e si sarebbe preparata una macedonia che avrebbe consumato in cucina, perché certo non poteva mangiare in soggiorno. E un dolce, una pasteis. No, due.
Mai più! Mai più! Non avrebbe mai più fatto una cosa del genere!
Batté forte i piedi sul pavimento di cotto. Aveva voglia di piangere, ma gli occhi erano secchi.
Non se la sentiva di uscire. Non ancora.
Si sedette in bagno sul coperchio della tazza. Si sarebbe curata le unghie dei piedi, ecco cosa avrebbe fatto.
Cercò le forbicine. Di solito erano sulla mensola sotto lo specchio.
Ma chi era?
Ma perché proprio un uomo? Perché non una donna o un vecchio? E perché un uomo con quegli occhi?
Rischiava di farsi male con le forbicine. Le rimise a posto e si guardò allo specchio.
Inaspettatamente, del tutto inaspettatamente, si piacque.
L'immagine nello specchio è quasi sempre donna ed è sempre stronza.
Aveva il viso arrossato, gli occhi lucidi e lo sguardo feroce. C'era odio in quegli occhi, tutto l'odio di cui disponeva, mischiato in un torbido amalgama con l'orgasmo che aveva dovuto ricacciare indietro. Respirò forte. Una, due volte.
Non aveva deciso nulla, ma qualcosa o qualcuno aveva deciso per lei, perché anche l'istinto è donna e sa quello che fa.
Percorse il corridoio a grandi passi.
Aprì la porta del terrazzo e fu di nuovo colpita dal sole.
Tuttavia, non chiuse gli occhi, non sbatté le palpebre nemmeno una volta.
Lui era ancora lì e continuava a guardarla, dall'altra parte della strada, con i gomiti appoggiati al davanzale del suo abbaino. Le imposte, che dovevano essere state lilla, erano impolverate.
Incorniciavano l'uomo dipingendogli addosso un'aria antica. Erano potenti quegli occhi. Con una dozzina di passi camminati nell'aria la donna avrebbe potuto raggiungerlo e ucciderlo. Lo avrebbe ucciso scavandogli via quegli occhi colpevoli e terribili dalle orbite.
Si fermò contro la ringhiera, le mani serrate sul bordo verde ganbo di geranio e lo fissò.
Anche lui la fissava.
Lo avrebbe ucciso, era deciso, ma soltanto dopo averlo fatto soffrire.
Lo avrebbe circuito, si sarebbe spogliata davanti a lui. Con le labbra lo avrebbe portato a quel punto in cui un uomo non è più titolare dei propri pensieri, lo avrebbe condotto a quel momento in cui è possibile ordinargli di uccidersi, con la certezza di essere obbedite.
Poi sarebbe scesa su di lui e lo avrebbe accoltò in sé. Lo avrebbe dominato e torturato per alzarsi e correre via un secondo prima della fine, lasciandolo stupito, indifeso e solo a contemplare la sua esplosione sprecata nel nulla.
Poi lo avrebbe gettato dal terrazzo, godendo del suo urlo per sei lunghi piani, raggiungendo il piacere massimo quando avesse sentito il suono del suo corpo che si frantumava sulle tessere bianche del marciapiede.
Lo fissò.
Anche lui la fissava.
Se lui avesse sorriso, lei lo avrebbe fatto: lo avrebbe ucciso.
Se avesse solo provato a sorriderle, sarebbe scesa in strada, sarebbe risalita al sesto piano e gli avrebbe piantato un coltello in mezzo al petto. Lo giurò a se stessa.
Sorridi! Gli ordinò con la mente, con gli occhi, con le labbra bianche, serrate.
Ma lui non sorrise.
Sorridi! Ripeté nella sua mente.
Ma lui non sorrise. Mai.
E lei si calmò.

domenica 10 gennaio 2016

Perdere i contatti

Giuro che è la verità, tutta la verità.
7 gennaio, ieri, alla cassa n. 6 del Pam. Stavo mettendo le cose sul nastro quando mi suona il telefono. Chi chiamava non è tra i miei contatti perché appariva un 349... ma non vuol dire perché sono riuscito a cancellare la rubrica del telefono un mese fa.
Io: Pronto?
Voce. Buongiorno dottor Costa, sono Sacco (l'unica invenzione in questa cronaca sono i nomi). Ci aveva messi in contatto il dottor Peroglio, ricorda?
Io: Buongiorno, certo. (Hanno sempre ragione gli altri, inutile manifestare dubbi, meglio mostrarsi pronti e lucidi. Non riconosco i volti delle persone, figurarsi i nomi.)
Sacco: Volevo sapere quando possiamo vederci per parlare di quella iniziativa sui medici, quella di cui le accennavo prima di Natale.
Cassiera: Ha la tessera?
Io: Sì
Sacco: Quando le fa comodo? (dalla voce il dottor Sacco dimostra più o meno la mia età)
Io: dottor Sacco, potrebbe richiamarmi tra dieci minuti? In questo momento sono un po' in difficoltà.
Cassiera: non ha pesato i cavolfiori.
Io: ha ragione. (panico)
Sacco: non si preoccupi, la richiamo io, dottore.
Ora, siamo nel 2016. Quest'anno a luglio, Dio volendo, compirò 57 anni. Nemmeno troppi. Però la memoria già adesso mi difetta. Più che memoria si tratta di concentrazione. Non riesco a concentrarmi su niente, poi per forza mi dimentico le cose. E di questa iniziativa sui medici io proprio non ricordo un cazzo. Ho un vago ricordo di una telefonata di lavoro ricevuta prima di Natale, ma che valore ha una telefonata prima di Natale quando le frasi che ci si scambia sono “ne parliamo dopo le feste”? Chissà a cosa stavo pensando. C'è anche la possibilità che Sacco voglia vendermi qualcosa. Magari prima di Natale mi hanno proposto qualche installazione e io li ho rimandati a dopo le vacanze. Ma dal modo di parlare di Sacco, non mi sembra.
Peso i cavolfiori, pago, arrivo a casa e subito suona il telefono.
Sacco: dottor Costa, disturbo? Sono Sacco.
Io: niente affatto dottore, adesso sono tutto suo.
Sacco: Niente, vorrei sapere quando posso venire da lei.
Io: da me...
Sacco: Sì mi dica quando le fa comodo, la prossima settimana?
Io: Sì la prossima settimana va bene.
Sacco: Mi dica lei, io ho ampia disponibilità
Io. No no, dottore mi dica lei, escluso mercoledì 13 che sono a Milano (mi piace da morire dire che vado a Milano ché mi fa sentire importante) sono libero.
Sacco: Allora mi dica lei.
Io: allora facciamo il 12?
Sacco: Il 12 va benissimo, da lei.
Io: Da me...
Sacco: Sì vengo io.
Io: Lei lo sa che non ho un ufficio, posso riceverla in casa... (veramente preferirei di no, dovrei passare aspirapolvere e mocio dappertutto)
Sacco: Mi può fare anche un caffè? (simpatico Sacco)
Io: Ma certo!
Sacco: Se venissi verso le 9?
Io: Perfetto, martedì 12 alle 9, lo sa l'indirizzo?
Sacco: No, se cortesemente mi dice...
Io gli do l'indirizzo e gli spiego anche come arrivare.
Sacco: Bene dottore, allora a martedì.
Io: Ah, dottore, di cosa parleremo esattamente?
Sacco: di quella card curata dal Dottor Peroglio, quella Card che permette di accedere a diversi servizi della sanità privata con sconti fino al...
Io, fingendo di ricordare, ma non ricordando nulla: ah, sì sì...
Sacco: tramite lei potremo appoggiare la distribuzione a tutta la rete degli agenti della Reale.
Io: Reale...
Sacco: Lei è Presidente degli agenti della Reale, no?
Io non dico mai no a nessun lavoro, ci mancherebbe, coi tempi che corrono, ma da questo a millantare di essere il Presidente degli agenti della Reale ce ne vuole. Cioè io gli posso anche dire di sì, ma poi come ne esco?
Io: Dottor Sacco, io sono un pubblicitario.
Sacco: Non è mica una colpa!
Io: No, però non so nulla degli agenti della Reale.
Sacco: No? Nemmeno dell'Unipol?
Io: No.
Sacco: Ma è un medico, almeno?
Io: No, lei mi ha chiamato dottore e io l'ho lasciata fare perché sono laureato in legge, ma non sono un medico.
Sacco: Eppure il dottor Peroglio...
Io: Forse non conosco nemmeno il dottor Peroglio...
Sacco: Forse?
Io: Io non sono mai sicuro di niente, dottor Sacco.
Il dottor sacco ride.
Io: Credo ci sia un errore, sa? (rido anch'io?)
Sacco: lo penso anch'io, adesso chiamo il dottor Peroglio e gli tiro le balle!
Io: Gliele tiri anche da parte mia.
Sacco: Mi scusi tanto per l'equivoco dottore.
Io: Ma le pare? è stato un piacere.

Giuro che è tutto vero.

sabato 26 dicembre 2015

Star Wars episodio 7


Sareste capaci di dire che vostro figlio è il peggiore della squadra in cui gioca, che vostro padre è omosessuale e che la mamma è una puttana e batte sulla 460? Ecco, ci sono delle cose che non si possono dire, perché sono di famiglia. Quindi non si può parlare male di Star Wars episodio 7 anche se sembra una troiata, perché fa parte del patrimonio culturale della famiglia.
Però hanno avuto dieci anni e più per scrivere la sceneggiatura, hanno speso dei bei soldi e poi, durante una battaglia spaziale, il capo pilota dei buoni avverte via radio tutti gli altri equipaggi con una frase come “attenti alla contraerea”? Attenti alla contraerea???? Ma attenti alla contraerea lo diceva D'Annunzio al pilota del biplano mentre buttava volantini su Vienna! Ma dai!
E poi, non ti puoi inventare una trama nuova? Devi per forza replicare l'attacco alla Morte Nera (che era molto più fica di questa)? E c'era bisogno di rubare ad altre saghe personaggi come Piton e Voldemort? Se andate a vedere a vedere il film li trovate entrambi in splendida forma.
No, cazzo, non si può parlar male di Star Wars episodio 7, ma affermo con forza che i miei figli 1, 2 e 3 quando giocavano a calcio facevano davvero cagare.

venerdì 25 dicembre 2015

8 dicembre

Ho approfittato del ponte per dare il bianco nella stanza di Figlio 1. Ieri ho preparato tutto, stamattina ho iniziato. Tempo mezzora e l'amico immaginario, che non vedevo da un po',si è presentato in tuta bianca per dare una mano. Arriva sempre quando faccio qualcosa da solo.
Pennello lui, pennello io, l'idea era di fare abbastanza in fretta. Tuttavia la camera è sotto il tetto, il soffitto è spiovente e l'armadio non si può spostare più di tanto. Insomma è faticoso.
Quasi subito, le campane della chiesa cominciano un concerto, decisamente più festoso del solito.
- L'Immacolata - sorride lui, anticipando la mia battuta che sarebbe stata: “Che abbiano segato Renzi e la Boschi?”. Invece mi tocca ribattere: - L'8 dicembre. -
- L'immacolata concezione. - corregge lui.
- È festa. - dico io. Non mi va di lasciargli l'ultima parola su questi argomenti perché sono antipatico, dispettoso e perché non mi va.
- È la festa con cui tutti glorifichiamo la verginità della madre di nostro Signore. - specifica.
A volte mi chiedo perché mi sia toccato un amico immaginario come questo, che quando parla è così preso ad assumere espressioni estatiche, che smette di lavorare.
- Sarebbe lo Spirito Santo che... - dico io.
- Sì. - conferma lui. - Il concepimento senza peccato. L'esempio. -
- E tu ci credi. - dico. Non domando: affermo.
- Certo. Non si spiegherebbe altrimenti la Sua Maternità, se non con un intervento Divino. Maria è semprevergine. -
La risposta esatta sarebbe “Ma tu che cazzo ne sai?”, ma forse potrei spiegarglielo scientificamente, potrei dirgli che sta cosa non sta in piedi. Per esempio, se una ragazza in età fertile, vergine quanto vuoi, entrasse a casa nostra, con tutti i maschi che siamo, potrebbe benissimo uscire ancora vergine e pure incinta. Le basterebbe andare in bagno sfiorando il bidet, l'asse del water, l'asciugamano delle mani, quello dei piedi, della faccia, un accappatoio a caso, le piastrelle, la doccia, le spugne, una maniglia, il termosifone, le presine delle pentole, i calzini, lenzuola, pigiami, magliette, abat jour, tastiera del computer, gelatina, tirami su e fegato in frigo, Scottex Casa...
- Ma poi. - invece questo glielo dico davvero - Che cosa c'è di non immacolato in un concepimento non divino? -
- Niente. - risponde lui - Se due sposi uniti sotto Cristo si uniscono in una sola carne, questo atto è benedetto dal Signore. -
È il mio caso di tanti anni fa, ma non mi va di essere benedetto, come dirglielo?
Glielo dico così: - Quindi io che ho Figlio 1 emigrato in Portogallo, Figlio 2 devoto a Satana e Figlio 3 stupefacentemente sempre fuori casa, sarei stato benedetto? Pensa se Gesù mi avesse mandato a fanculo! -
In questi casi, l'Amico immaginario scuote la testa e mi lascia fare. So che dentro di sé mi assolve perché non so quel che dico. E io mi incazzo ancora di più.
E poi, l'amico immaginario mi aiuterà anche, ma alla fine della prima mano, le spalle mi fanno male e le braccia mi tremano come se avessi fatto tutto da solo. E mi tocca pure invitarlo a pranzo!

Punta di Praghetta

A fare gite lunghe e faticose come questa (1300 m di dislivello) da soli c'è da uscire di testa. Per questo ho chiesto all'amico immaginario di accompagnarmi. Era da un po' che non facevamo gite insieme, da quando abbiamo litigato per il caffè. Oggi, quando ho tirato fuori il thermos dallo zaino e mi sono ricordato solo in quel momento che lui lo beve solo nero e io invece l'avevo di nuovo preparato con il latte, mi sono sentito un idiota e stavo per scusarmi. Ma lui ha tirato fuori un suo thermos con il caffè. Novità assoluta. Siccome era tradizione che io offrissi il caffè e lui il dolcino, ho pensato: “non avrà portato un dolcino per me e mi sta bene”. Sbagliavo di nuovo: ha tirato fuori due girelle al cioccolato e me ne ha data una. Tuttavia oggi abbiamo discusso di altro. Ho notato che ha sempre delle monete da 50 centesimi in tasca. Sempre! E io so perché. Perché ogni volta che incontra un mendicante, una zingara, un poveraccio, lui gli allunga una moneta. Oggi gliel'ho fatto notare e lui ha tirato fuori la storia di Gesù. “Ho sempre paura che sia Gesù travestito” mi ha confessato.
“Gesù?” gli ho domandato. Lui mi ha ricordato la storia di San Martino, quello dell'estate, che diede metà del suo mantello a un poveraccio infreddolito (che era Gesù travestito) e Gesù lo ricompensò con la faccenda che sappiamo. Ha questa ossessione. “E se poi fosse Gesù?” mi dice.
Al che gli dico che secondo me lui compie gesti nobili, ma si preoccupa per niente, perché Gesù non esiste. Cioè, Dio non esiste di sicuro, per cui anche Gesù mi sembra poco probabile.
“Tu non credi?” mi ha chiesto e sembrava lo scoprisse in quel momento.
“Zero,”
“Non credi in niente?”
“In nessuna deità, di sicuro, e non nella vita dopo la morte.”
“Non si può non credere” ha quasi urlato e intanto col braccio mi mostrava il panorama, la valle e tutto quanto. A parte il fatto che la valle l'ha scavata il ghiacciaio e non Dio con la paletta, mi davano fastidio le sue parole.
“Si può, sì!” ho ribadito.
“Tu credi e non lo sai. Pensi di non credere.”
Al che sono un po' sbottato: “Ma evolviti!” gli ho detto. “Sono argomenti che tirano fuori le compagne bigotte alle medie. I pokemon sono più avanti di te!”
È finita che si è offeso. Molto. Ma ormai la girella me l'aveva data.

Frollini e caffè

L'Amico Immaginario di solito porta due dolcetti e io il caffè caldo. A lui piace nero. Io invece lo bevo solo macchiato. Così lo porto che sembra caffelatte. (Non posso portare il latte a parte perché il latte raffredderebbe il caffè, mi spiego? A casa invece verso nel thermos caffè e latte bollenti.)
Ieri, al bivacco Borroz, in Clavalitè, s'è incazzato quando ha visto che era di nuovo macchiato. Si è inalberato un po' troppo in fretta. Secondo me ci pensava già da un po' e si era già costruito la litigata nella sua testa. Morale: non mi ha dato uno dei due dolcetti che aveva portato e mi ha detto di bermelo tutto il mio caffè che non ne aveva voglia. Morale 2: all'interno del bivacco Borroz (bellissimo, tenuto benissimo, confortevolissimo) c'era un pacco di frollini, per di più senza olio di palma. Ne ho inzuppati due o tre nel caffè macchiato, davanti a lui, godendo come un ermellino in calore. Nella foto ho dovuto nascondere la mia soddisfazione per non far degenerare la cosa. La piccola scaramuccia è poi rientrata e se mi ci sono dilungato è solo perché sulla gita non c'è molto altro da dire.