Per
prepararvi bene alla visione di Julieta, (pronuncia Qulieta) vi
consiglio di fare prima qualcosa di cui vi pentirete, così potete
entrare in sala pregustando un bel senso di colpa. Il film ci sguazza
nei sensi di colpa e voi vi troverete a vostro agio.
L'ultimo Almodovar che avevo visto era stato “Gli amanti passeggeri” una puttanata totale.
Con Qulieta, se non altro, Almodovar torna a
fare Almodovar (come direbbe Renzi) anche se il livello di “Donne
sull'orlo di una crisi di nervi”, “Tutto su mia madre” e “Parla con lei”
se lo scorda.
Qulieta com'è? All'inizio direi maluccio. Il regista
cura così poco la recitazione e il direttore del doppiaggio cura così
poco la qualità del doppiaggio che viene la nausea, come quando leggi
sul cellulare in auto. Ma la storia c'è e dopo poco prende e a come
recitano gli attori, non pensi più. Segnalo un filo di omosessualità che
non guasta mai e che nei film di Almodovar viene prima della pellicola,
una buona tensione per una vicenda che si delinea poco per volta e un
finale che va bene così. Il film finisce prima di scadere. Come quelle
canzoni che invece di ripetere il rif in dissolvenza, chiudono con un
buon giro armonico. Insomma, voto? Tra il 6 e il 7, se non fosse che ad
un tratto appare Adriana Ugarte (anche io non la conoscevo, è l'attrice
che interpreta Qulieta da giovane) e in un paio di scene di vedono pure
le tette. E che tette! Insomma 10.
sabato 18 giugno 2016
sabato 7 maggio 2016
Truman, un vero amico è per sempre.
Se aveste l'ulcera, prendereste due
aspirine a stomaco vuoto? E se foste già di pessimo umore, andreste
a vedere un film che parla di un uomo che sta morendo di cancro e del
suo amico che è venuto a salutarlo? Due ore di commiato? Ecco. A me
piace molto sbagliare, ma quello di ieri sera non è stato un errore,
è stato un suicidio. Il film non è brutto, ma ha il peso atomico
del Torio, la densità del Piombo e il sapore del Bactrin forte. Se,
quando fumate, usaste cartine di amianto patireste conseguenze meno
devastanti della visione di “Truman, un vero amico è per sempre”.
Per la prima volta nella mia carriera di spettatore ho sperato che ci
fosse un intervallo pop corn o, meglio ancora, che scoppiasse un
incendio in sala, che l'incendio non ha colesterolo. Potevo uscire
prima della fine, è vero, tanto più che ero anche da solo, ma
dovevo far venire mezzanotte e aspettare nella Multipla parlando al
contachilometri non sarebbe stato meno triste.
Io non so perché un regista deve
prendere in considerazione l'idea di girare un film così tragico.
Questo regista si chiama Cesc Gay. Me lo segno, caso mai dovessi
andare ancora al cinema nella vita. Consiglio la visione a chi
volesse farla finita e non avesse il coraggio dell'ultimo passo.
Portatevi i barbiturici direttamente in sala. Io, purtroppo, li avevo
lasciati a casa.
giovedì 28 aprile 2016
Parcheggio di cortesia
Interrompo un bel silenzio, per il quale nessuno si è lamentato, per
scrivere un post che nessuno mi ha chiesto. Oggi sono andato al Gigante
come quasi tutti i giorni. Ho parcheggiato nel sotterraneo, come
sempre. E come sempre, passando accanto alla fila di posti riservati a
donne in gravidanza e/o con bambini piccoli, mi sono incazzato. Sono 8 –
10 posti contrassegnati da strisce rosa in terra e da un cartello
appeso in alto. Si trovano vicini agli ascensori e al tappeto mobile che
conducono al piano di sopra e alla piattaforma commerciale. Lo scopo è
evidente: agevolare un minimo la vita di chi si porta appresso una
pancia o si trascina un bambino piccolo.In un paese in cui il tasso di natalità è il più basso del mondo, i 10 posti riservati alle donne incinta all'urban Center di Rivarolo alle 11 sono tutti occupati. Ogni tanto, non più di una volta a semestre, quando mi gira, attacco briga.
La donna che oggi sta scaricando il carrello nel baule della sua 500 sta fumando (vietato nel garage) e non sembra incinta.
- Auguri per la gravidanza – le dico.
Mi guarda senza capire per mezzo secondo. Nel mezzo secondo successivo, la mano con la sigaretta fa il tipico gesto italiano che vuol dire: “cazzo vuoi”?
- Ah scusi, pensavo fosse in gravidanza - dico.
Mi rendo conto di due cose, forse più di due:
a) non ha capito la provocazione o, se ha capito, la cosa non la sfiora.
b) io passo per un deficiente, ma non mi sento tale. Più che altro mi sento impotente. Sapete quante volte ho già esposto il problema alla Direzione del Gigante? Mi hannno detto che il garage fa parte del centro commerciale e non del supermercato. È un po' come dire che il condomino X, titolare di 15 dei 18 alloggi del condominio Y non ha nessuna responsabilità se i marciapiedi sono sconnessi. Come se in assemblea
c) la mia scena non serve a niente.
Finita la spesa, scendo, stessa situazione di prima. Questa volta è un uomo, grosso ma basso, più vecchio di me, ma affatto disabile. Sta salendo, anche lui su una 500. Che sia - escluso l'amico Vittorio naturalmente - l'auto degli stronzi?
Evidentemente non posso fare la stessa battuta di prima. Allora gli chiedo semplicemente, con tatto e delicatezza e persino con un sorriso, se ha visto il cartello.
Lui non mi risponde. Ha sentito, ha capito, semplicemente non mi risponde. Non mi guarda nemmeno, sono trasparente come una merda di falena.
So cosa pensa lui e cosa pensate voi: “ma qualcuno ti ha eletto paladino delle donne? Pensi di essere una bella persona?”
No, no, no. Non è come pensate. L'incazzatura è solo in parte per le donne. È soprattutto una questione di regole. Se io non metto la macchina lì, se non ce la mettono le persone per bene, trattandosi di posti riservati a una categoria precisa, perché cazzo devi metterla tu? Soprattutto quando il resto del parcheggio è vuoto a metà. Non è sabato e non è domenica quando il supermercato è pieno (sulle aperture domenicali ne parliamo un'altra volta). Ci sono posti liberi a sei, sette passi da quelli riservati. Se non rispetti regole così facili da rispettare, cosa non fai nel resto della vita?
Non sto parlando di morale personale, di etica o educazione, sto parlando di regole, senso civico o senso dello Stato, quello che hanno, per esempio, i tedeschi. Qui manca e al Gigante non è mai sugli scaffali. Gli italiani lo confondono con la patria, che è quella per la quale tifano davanti alla televisione.
Oggi non mi è venuto in mente, ma la prossima volta, domani o quando sarà, farò qualche foto con il telefono e ve le mostrerò, alla faccia della privacy: che se la mettano nel culo.
di condominio non avesse nessun potere.
c) la mia scena non serve a niente.
Finita la spesa, scendo, stessa situazione di prima. Questa volta è un uomo, grosso ma basso, più vecchio di me, ma affatto disabile. Sta salendo, anche lui su una 500. Che sia - escluso l'amico Vittorio naturalmente - l'auto degli stronzi?
Evidentemente non posso fare la stessa battuta di prima. Allora gli chiedo semplicemente, con tatto e delicatezza e persino con un sorriso, se ha visto il cartello.
Lui non mi risponde. Ha sentito, ha capito, semplicemente non mi risponde. Non mi guarda nemmeno, sono trasparente come una merda di falena.
So cosa pensa lui e cosa pensate voi: “ma qualcuno ti ha eletto paladino delle donne? Pensi di essere una bella persona?”
No, no, no. Non è come pensate. L'incazzatura è solo in parte per le donne. È soprattutto una questione di regole. Se io non metto la macchina lì, se non ce la mettono le persone per bene, trattandosi di posti riservati a una categoria precisa, perché cazzo devi metterla tu? Soprattutto quando il resto del parcheggio è vuoto a metà. Non è sabato e non è domenica quando il supermercato è pieno (sulle aperture domenicali ne parliamo un'altra volta). Ci sono posti liberi a sei, sette passi da quelli riservati. Se non rispetti regole così facili da rispettare, cosa non fai nel resto della vita?
Non sto parlando di morale personale, di etica o educazione, sto parlando di regole, senso civico o senso dello Stato, quello che hanno, per esempio, i tedeschi. Qui manca e al Gigante non è mai sugli scaffali. Gli italiani lo confondono con la patria, che è quella per la quale tifano davanti alla televisione.
Oggi non mi è venuto in mente, ma la prossima volta, domani o quando sarà, farò qualche foto con il telefono e ve le mostrerò, alla faccia della privacy: che se la mettano nel culo.
mercoledì 13 aprile 2016
La scopa del sistema
Perché? Non lo so.
Ha molte pagine inutili, molte pagine
incomprensibili, molte difficili, molte divertenti e molte geniali.
Ha molte pagine.
L'ho capito? Mica tanto. Eppure,
nonostante una trama che non saprei riportare e personaggi che non
saprei collocare, sono contento di averlo letto. È+ un po' come dire
che non è fondamentale comprendere qualcosa per apprezzarlo. Del
resto, a parte “Michelle”, che non offre difficoltà, perché è
un po' come la stele di Roseta, con le frasi in francese e in inglese
(Sont des mots qui vont tres bien ensemble... these are words that go
together well) a parte “Michelle”, dicevo, non capisco i testi
delle canzoni in inglese. Eppure la amo: ho la casa piena di musica
anglofona, con raccoglitori di CD, giga di mp3 sul computer e in
cantina ci sono scatole di C90, probabilmente smagnetizzate.
Con le arti figurative è lo stesso:
non sono in grado di spiegare cosa volesse dire un De Chirico in
certe sue opere, eppure starei settimane, in piedi, a osservarle.
Viene un po' fuori la differenza che
esiste tra un romanzo e un noir.
Se alla fine di un noir o di un
thriller non ho capito chi era l'assassino o come hanno fatto a
incastrarlo, so di aver perso tempo e sonno. In un romanzo come
questo invece, posso accontentarmi di stare a guardare senza essere
obbligato a sapere, perché c'è della bellezza.
Mettiamola così: “La scopa del
sistema” mi è piaciuto, non posso premiarlo troppo perché
oggettivamente poteva aiutarmi un pochino. Ha il pregio di avermi
sbloccato il livello successivo che si chiama “Infinite Jest”. Ho
già cominciato a cercarlo, usato, nelle bancarelle di via Cernaia,
ma non ho fretta. Adesso vorrei leggere qualcosa di diverso (leggi:
facile) che mi ricarichi l'autostima perduta, che mi rapisca e mi
porti da qualche parte. Qualcosa di leggero, che non serva a nulla se
non a conciliarmi il sonno, la sera. La scelta è fin troppo ampia.
sabato 19 marzo 2016
Susanna, Michela e Marina
Chiedeva memoria. Diceva di non averne abbastanza. Mi domandava spazio,
altrimenti non avrebbe potuto - avvertiva - installare certi
aggiornamenti. E così, infastidito dai continui avvisi che si
succedevano con la stessa ottusa insistenza di certi operatori di call
center, un giorno mi sono deciso e l'ho accontentato. Svuota qui,
cancella là. In breve mi sono trovato a premere con sadica pressione su
questo e su quello. Cancellare? Sì! Siete sicuri? Sì!
È andata così: preda di un orgasmo crescente, cancellavo, svuotavo, distruggevo e intanto a voce alta esprimevo la mia frustrazione: “Va bene adesso? Hai abbastanza spazio? Ne vuoi ancora?”
No, non gli bastava: nonostante la strage perpetrata, per i nuovi aggiornamenti lo spazio non bastava ancora e certe applicazioni non potevano funzionare.
Sconsolato e rassegnato, ho riconquistato un poco di calma immaginando di rivolgermi all'assistenza. Ma in quel momento un piccolo dubbio si è mostrato. L'ho visto solo con la coda dell'occhio, ma l'ho visto. Ho pensato per un istante di aver fatto troppo, di aver esagerato. Come un chirurgo che rivivendo nella mente stanca l'operazione appena conclusa, si rende conto di aver inciso troppo profondamente e teme di aver arrecato un danno al paziente. Mi sono quindi rivisto in quel minuto di follia mentre eliminavo delle icone che, come unica colpa, ostentavano una pingue dimensione. Tra quelle, anche una il cui nome, così semplice e immediato, avrebbe dovuto farmi riflettere: “contatti”.
Ne occupava di spazio quell'applicazione! Un mega e forse più! Birra fresca per la sete di memoria del misero telefono. Però quel nome... il dubbio cresceva e io lo conoscevo bene. È quello che mi ronza intorno con pigri cerchi quando so - non ancora coscientemente - di aver fatto qualcosa di sbagliato. Io lo vedo così, come un grumo che descrive delle orbite, che definirei basse. Per capirci, se io sono in piedi, il pensiero mi nuota intorno, al largo, all'altezza delle caviglie. Quando si trova dietro di me non lo vedo e non lo sento, ma quando passa davanti e le orbite si fanno più strette e più alte, è impossibile non notarlo. E non molla, non molla mai. Nessuno molla mai: non molla il telefono, non mollano i call center, non mollano i sensi di colpa: solo io cedo. Cedo e alla fine lo prendo in considerazione.
Il dubbio di aver sbagliato. Perché poi chiamarlo dubbio quando ormai è una certezza? Certo che non dovevo eliminarlo quel programma che si chiamava “contatti”. Come è potuto venirmi in mente? Perché non ho contato fino a tre, non dico dieci, ma almeno fino a tre prima di premere ELIMINA? Lo sapevo quello che stavo facendo. Quindi? Adesso non resta che verificare, ma c'è poco da scoprire.
Apro la rubrica e scopro con un sollievo che non credevo possibile che i nomi e i numeri ci sono ancora! Mi sembra di aver ricevuto la grazia quando il boia aveva già posato la mano sulla leva che alimenta la sedia elettrica. Non li ho persi i miei numeri di telefono! Sono ancora lì!
Ma il sollievo è effimero e dura pochi secondi. I nomi rimasti sono forse dieci, dodici a dir tanto e sono quelli che si erano nascosti, chissà perché, in qualche memoria secondaria.
Saranno stati tre o quattrocento i miei contatti e non ci sono più.
Va bene. Ce li faremo ridare. Amici, conoscenti, parenti... tramite le email li richiederò e in qualche settimana avrò ricostruito l'archivio. È un danno più che altro per il morale. Una spia che si è accesa per avvertirmi che il mio equilibrio è in riserva.
Improvvisamente, però, mi rendo conto che, insieme ai numeri davvero utili, che saranno stati al massimo una cinquantina, si sono estinti anche plotoni di sconosciuti. “Madre Bu” Ma chi era “Madre Bu”? E “Piero Castel”? "Castel” sta per Castellamonte? Conosco un Piero a Castellamonte? Io non riconosco i volti delle persone, figuriamoci se ricordo i nomi. Non tutto è male, quindi: la cancellazione ha igienizzato la memoria del telefono e anche la mia.
C'erano però dei nomi, che conoscevo benissimo, che mi dispiace aver perso, nonostante fossero i più inutili di tutti. Quei numeri non li avrei mai utilizzati, né avrei mai ricevuto chiamate da loro. Erano quelli di Susanna, Michela e Marina. Li ho conservati per anni e sono sopravvissuti a revisioni e cambi di telefono. Si presentavano ogni tanto, in occasione di qualche ricerca. Digitavo “Su” e spuntava Susanna. Non era lei che cercavo, ma mi faceva piacere vederla apparire tra i suggerimenti, visto che sui sentieri della Val Soana non l'avrei più incontrata. Digitavo “M” e magari saltavano fuori Michela e Marina.
Perché tenere nella memoria del telefono nomi e numeri di un'amica e di due carissime cugine che non ci sono più?
Io non li avrei mai cancellati. È stato un dito isterico a recidere, in vece mia, quel legame.
Un amico, al quale ho raccontato questa storia, evidentemente ascoltandomi con stoica attenzione, nonostante la noia che l'aneddoto porta con sé, alla fine mi ha detto: “le hai lasciate andare”.
Ho sorriso con lui, ringraziandolo per il pensiero, che è moto bello. Mi piace pensare che sia così. In realtà non è vero che le ho lasciate andare: Susanna, Marina e Michela continuano a essere con me, tanto quanto prima, anche se non ci telefoniamo mai.
È andata così: preda di un orgasmo crescente, cancellavo, svuotavo, distruggevo e intanto a voce alta esprimevo la mia frustrazione: “Va bene adesso? Hai abbastanza spazio? Ne vuoi ancora?”
No, non gli bastava: nonostante la strage perpetrata, per i nuovi aggiornamenti lo spazio non bastava ancora e certe applicazioni non potevano funzionare.
Sconsolato e rassegnato, ho riconquistato un poco di calma immaginando di rivolgermi all'assistenza. Ma in quel momento un piccolo dubbio si è mostrato. L'ho visto solo con la coda dell'occhio, ma l'ho visto. Ho pensato per un istante di aver fatto troppo, di aver esagerato. Come un chirurgo che rivivendo nella mente stanca l'operazione appena conclusa, si rende conto di aver inciso troppo profondamente e teme di aver arrecato un danno al paziente. Mi sono quindi rivisto in quel minuto di follia mentre eliminavo delle icone che, come unica colpa, ostentavano una pingue dimensione. Tra quelle, anche una il cui nome, così semplice e immediato, avrebbe dovuto farmi riflettere: “contatti”.
Ne occupava di spazio quell'applicazione! Un mega e forse più! Birra fresca per la sete di memoria del misero telefono. Però quel nome... il dubbio cresceva e io lo conoscevo bene. È quello che mi ronza intorno con pigri cerchi quando so - non ancora coscientemente - di aver fatto qualcosa di sbagliato. Io lo vedo così, come un grumo che descrive delle orbite, che definirei basse. Per capirci, se io sono in piedi, il pensiero mi nuota intorno, al largo, all'altezza delle caviglie. Quando si trova dietro di me non lo vedo e non lo sento, ma quando passa davanti e le orbite si fanno più strette e più alte, è impossibile non notarlo. E non molla, non molla mai. Nessuno molla mai: non molla il telefono, non mollano i call center, non mollano i sensi di colpa: solo io cedo. Cedo e alla fine lo prendo in considerazione.
Il dubbio di aver sbagliato. Perché poi chiamarlo dubbio quando ormai è una certezza? Certo che non dovevo eliminarlo quel programma che si chiamava “contatti”. Come è potuto venirmi in mente? Perché non ho contato fino a tre, non dico dieci, ma almeno fino a tre prima di premere ELIMINA? Lo sapevo quello che stavo facendo. Quindi? Adesso non resta che verificare, ma c'è poco da scoprire.
Apro la rubrica e scopro con un sollievo che non credevo possibile che i nomi e i numeri ci sono ancora! Mi sembra di aver ricevuto la grazia quando il boia aveva già posato la mano sulla leva che alimenta la sedia elettrica. Non li ho persi i miei numeri di telefono! Sono ancora lì!
Ma il sollievo è effimero e dura pochi secondi. I nomi rimasti sono forse dieci, dodici a dir tanto e sono quelli che si erano nascosti, chissà perché, in qualche memoria secondaria.
Saranno stati tre o quattrocento i miei contatti e non ci sono più.
Va bene. Ce li faremo ridare. Amici, conoscenti, parenti... tramite le email li richiederò e in qualche settimana avrò ricostruito l'archivio. È un danno più che altro per il morale. Una spia che si è accesa per avvertirmi che il mio equilibrio è in riserva.
Improvvisamente, però, mi rendo conto che, insieme ai numeri davvero utili, che saranno stati al massimo una cinquantina, si sono estinti anche plotoni di sconosciuti. “Madre Bu” Ma chi era “Madre Bu”? E “Piero Castel”? "Castel” sta per Castellamonte? Conosco un Piero a Castellamonte? Io non riconosco i volti delle persone, figuriamoci se ricordo i nomi. Non tutto è male, quindi: la cancellazione ha igienizzato la memoria del telefono e anche la mia.
C'erano però dei nomi, che conoscevo benissimo, che mi dispiace aver perso, nonostante fossero i più inutili di tutti. Quei numeri non li avrei mai utilizzati, né avrei mai ricevuto chiamate da loro. Erano quelli di Susanna, Michela e Marina. Li ho conservati per anni e sono sopravvissuti a revisioni e cambi di telefono. Si presentavano ogni tanto, in occasione di qualche ricerca. Digitavo “Su” e spuntava Susanna. Non era lei che cercavo, ma mi faceva piacere vederla apparire tra i suggerimenti, visto che sui sentieri della Val Soana non l'avrei più incontrata. Digitavo “M” e magari saltavano fuori Michela e Marina.
Perché tenere nella memoria del telefono nomi e numeri di un'amica e di due carissime cugine che non ci sono più?
Io non li avrei mai cancellati. È stato un dito isterico a recidere, in vece mia, quel legame.
Un amico, al quale ho raccontato questa storia, evidentemente ascoltandomi con stoica attenzione, nonostante la noia che l'aneddoto porta con sé, alla fine mi ha detto: “le hai lasciate andare”.
Ho sorriso con lui, ringraziandolo per il pensiero, che è moto bello. Mi piace pensare che sia così. In realtà non è vero che le ho lasciate andare: Susanna, Marina e Michela continuano a essere con me, tanto quanto prima, anche se non ci telefoniamo mai.
martedì 8 marzo 2016
perfetti sconosciuti
Orgoglioso di essere italiano? Posso
arrivare a dire che mi vergogno un po' meno di un paio di anni fa, ma
da qui a ostentare la mia cittadinanza c'è un abisso. Eppure,
uscendo dal cinema di Candelo (Biella) dove ho visto “Perfetti
sconosciuti”, il primo pensiero è stato: “come sarebbe bello se
all'estero vedessero il film e ci giudicassero per questo o per opere
di intelligenza, arte e cultura come questa”. Vorrei che
l'ammirazione che io sento per gli autori di questo film (tra poco
entrerò nei dettagli) potesse arrivare, appunto, anche dall'estero,
che so, dalla Germania, dalla Francia, dalla Gran Bretagna o dalla
Svezia e fosse distribuita, oltre che agli autori, anche a tutti gli
italiani e quindi, per osmosi, anche a me, che sono cittadino come
Paolo Genovese, il regista. O come Filippo Bologna, Paolo Costella,
Paola Mammini e Rolando Ravello. Questi italiani sono i co-autori,
che hanno saputo cucire dialoghi come se ne sentono raramente nel
corso di una vita da spettatore. Le battute, la mimica, la scelta
delle parole e delle pause, ti apparecchiano un posto a tavola, ti
invitano in mezzo a un gruppo di amici seduti per la cena. L'effetto
coinvolgente è tale che viene spontaneo pensare a delle risposte, a
delle battute ironiche e divertenti per contribuire. Ma non c'è solo
questo, c'è un montaggio chirurgico: stacchi e inquadrature creano
un ritmo che prende e porta via. Non parlo degli attori perché non
voglio esagerare, non parlo della trama perché non è mia abitudine.
Mi basta testimoniare divertimento, intelligenza e bellezza. Insomma
si può andarne fieri.
sabato 23 gennaio 2016
Carol
Io non ho nulla contro le lesbiche.
Perché mai dovrei? Dirò di più: se rinasco, voglio
rinascere bambina, ragazza, donna e sicuramente lesbica. Anzi, faccio coming out: io sono già una lesbica,
purtroppo imprigionata nel corpo sbagliato.
Ora sapete con che occhi ho visto Carol
ieri sera a Torino.
Le due donne si conoscono in un grande
magazzino.
Il regista Todd Haynes per far capire
in pochi fotogrammi che si tratta di un film impegnato e che è
inutile aspettare l'entrata in scena di Checco Zalone, utilizza un
trucco geniale: fa chiudere di 3 diaframmi l'obiettivo della macchina
da presa, in modo da creare l'atmosfera “cucina di sera” con
lampade a risparmio energetico. Anche negli “esterno giorno” il
sole sembra al neon.
Notevole anche l'idea di far finire
ogni scena con l'inquadratura del finestrino di un'auto, appannato e
rigato di pioggia. Dietro potrebbe esserci un elettricista che si fa
una canna o un viale di Central Park. Non si saprà mai, perché quel
che si vede è scuro. La colonna sonora è adeguata, commissionata a
un musicista depresso a cui è stata appena sterminata la famiglia.
La storia ovviamente è tragica. Dico
solo che le due donne si innamorano. E qui mi immedesimo totalmente.
Un po' di sesso? Sì, ma solo dopo metà film, quindi se, come me, avete
dormito la prima mezz'ora vi è andata bene. Le tette si vedono? Sì
si vedono e vale la regola per cui se si vedono le tette, il film ha
almeno il 6. Per cui, voto finale: 6
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