lunedì 18 dicembre 2017

Nero e amaro - incipit







Il caffè non si beve in fretta.

Il caffè è fratello del tempo.

Lo si beve lentamente, lentamente.

Il caffè è la voce del gusto, la voce dell’odore.

Il caffè è contemplazione.

Penetra nell’anima e nei ricordi.

(M.Darwish)




1





Con il sole sarebbe anche peggio.
Chilometri di curve: curve cieche, rubate alla roccia, ritorte sopra la scogliera. Curve disegnate da muretti sbrecciati. Asfalto che si avvita nella pietra. Tornanti aspri, spirali che aggrediscono lo stomaco come cattiva nostalgia.
Ma col sole sarebbe peggio.
L’asfalto sembra bagnato, ma è soltanto unto. Decenni di attrito di gomme e bitume, afa e salsedine hanno reso il fondo nero, vischioso e vulnerabile. Le riparazioni non attecchiscono e gli pneumatici fischiano per un niente.
Dove la strada non trova il modo per appendersi alla roccia, la perfora, ma le gallerie, dalla volta altissima e mai rettilinee, regalano un sollievo breve: la luce al latte che si lascia all’entrata si ritrova tale e quale all’uscita. Le pupille fanno esercizio. Fanno anche male.
Un sudario sterilizza il mattino. Non è possibile capire da che parte si nasconda il sole e nemmeno fin dove arrivi il mare.
Improvvisamente, un rettilineo, brevissimo; si può dare soddisfazione al motore per qualche secondo. Dal lato a mare passa la sensazione di una costruzione in bilico sul baratro, poi nuove curve.
«Era un bar!»
«Non mi sembra.»
«Sì, sì! Era un bar o una trattoria.»
La donna si volta indietro per trovare conferma al suo annuncio, ma è tardi: troppo breve il rettifilo e la costruzione è già nascosta da una costola di roccia. Nella sua mente è impressa l’immagine di una tovaglia a quadretti rossi, sfocata come certe fotografie scattate di corsa.
Voltarsi e perdere il contatto visivo con la strada, sia pure per pochi istanti, le fa sentire, forte e improvvisa, la sensazione di nausea che stava cercando di ignorare.
Percepisce una diminuzione nei giri del motore. L’uomo alla guida è indeciso. Forse sta prendendo in considerazione l’idea di tornare indietro e controllare.
Hanno entrambi bisogno di caffè.
Impossibile prevedere il comportamento dell’uomo. Dipende anche dalla strada. Come si può fare inversione senza rischi su quella litoranea così indecisa?
Improvvisamente appare una piazzola sul lato a monte. L’auto decelera.
«Sicura?»
«A me è sembrato aperto...»
Il muso dell’auto punta decisamente verso la parete di roccia e si arresta prima di urtare un sacchetto di immondizia abbandonato lì.
Un attimo dopo l’auto viaggia nella direzione opposta. Adesso sono dalla parte del monte. Le vertigini toccano agli altri.
La donna spera di non essersi sbagliata. Perderebbe tutto il vantaggio che ha su di lui.
È da quando sono partiti, anzi, da quando si sono svegliati (ma ha dormito almeno un po’ quella notte?) che raziona le parole. Non inizia alcun discorso: si limita a comunicazioni di servizio oppure risponde se lui la interpella, ma lo fa sempre con un leggero ritardo, come se fosse in collegamento da un Paese lontano. Vuole sottolineare che tra loro non c’è sincronia e non c’è sintonia. Deve essere assolutamente chiaro che tocca a lui muoversi, proporre, tentare di ricucire.
Il silenzio della donna soffia sulle braci di un senso di colpa, ma è un senso di colpa maschile quello con cui si misura; è provvisorio e non durerà a lungo. Le ore passano e il ricordo di quello che è successo sbiadisce. Tutto sbiadisce con quella luce.
Se ci ripensa, però, avvampa. Lo stomaco si contrae dolorosamente, le dita si fanno artigli e affondano nella pelle del bracciolo. È una ferita aperta. Non può passare come un episodio. Guarda avanti, aspettando di veder ricomparire quella brutta costruzione in bilico sul mare. Ma non era subito lì?
«Adesso quel coglione ripasserà.»
L’uomo si riferisce ad un autocarro che hanno sorpassato con fatica, persino azzardando, pochi minuti prima, quando le curve hanno offerto una breve pausa. Lo hanno tallonato passivamente per quelli che sono sembrati almeno dieci chilometri, assecondando i capricci della strada e adeguando la velocità a quel mezzo che, ci sarebbe da scommettere, non ha mai affrontato la revisione.
Alla prima occasione, l’uomo ha ingranato una marcia bassa e frustato ogni cavallo del motore, ma è dovuto rientrare precipitosamente per l’apparire di una delle rare vetture provenienti in senso opposto. Al secondo rettilineo la manovra è riuscita, anche se il conducente dell’autocarro non ha fatto nulla per agevolarla.
Entro qualche istante, se non si fermeranno prima, lo incroceranno.
L’uomo disattiva il climatizzatore. Fa scendere entrambi i finestrini e in un istante l’afa si rovescia all’interno. Lui è così: pensa a tutto, anche a organizzare un momento di decompressione che li prepari all’atmosfera che troveranno una volta a terra.
Quando si arriva a casa, è lui che le ricorda per tempo di tirar fuori le chiavi del garage. Prevede, organizza, pianifica. È bravo in questo.
Ma allora, ieri sera, perché non ha pensato?
Ora è concentrato alla guida, aspetta di veder apparire il brutto fabbricato di cemento poggiato per metà sulla strada e per metà sostenuto da pilastri che precipitano nel vuoto. Non gli è sembrato un locale pubblico, forse lo è stato.
Un cartello scritto a mano annuncia: “menu turistico 10 euro”. Persino da lontano è facile accorgersi che il 10 non è altro che un 9 corretto in zero e che l'uno posto davanti è costretto in troppo poco spazio per essere autorevole.
La costruzione spunta dopo una curva. Sembra davvero appoggiata sull’aria con metà edificio aggettante, mantenuto al suo posto da alcuni sostegni sottili e obliqui, di cui non si scorgono le fondazioni.
L’auto rallenta e accosta di fronte all’ingresso. Il posto che l’uomo ha scelto invade parte della carreggiata. Non gli piace, ma non vede alternative.
Il locale appare in un afoso squallore: una veranda con tre tavolini quadrati, delimitata da un basso muretto verso la strada. Un’interruzione del cemento permette il passaggio all’interno. Al fondo del cortiletto, una porta protetta da una tenda per le mosche impedisce di vedere l'interno. Potrebbe anche essere chiuso.
«Ma è aperto?» domanda l'uomo.
Cosa potrebbe rispondere lei? Per dire una banalità come “Non lo so, bisogna scendere e provare” preferisce rilanciare. Non ha mai giocato a poker, ma conosce le regole: «Siamo un po’ in mezzo alla strada» dice.
In un’altra occasione risparmierebbe quell’osservazione che ha le potenzialità per innescare una discussione. Lui non accetta critiche su come guida e come parcheggia, ma il credito che lei sente di vantare è talmente alto che si può permettere questo e altro; è anche un modo per misurare quanto potere detiene ancora dopo l’incidente.
Si ostina a definirlo provvisoriamente un incidente, ma non sa davvero. Se lui non si decide a spiegarsi non lo saprà mai.
«Vedi un posto migliore?» Il tono della risposta non è polemico. Le sta domandando se per caso vede un parcheggio che a lui sfugge.
La donna sta per smontare, ma il vecchio autocarro appare improvvisamente dalla curva poco distante. Non c’è tempo per scendere e richiudere la portiera prima che transiti. Il cassonato rallenta, forse lo fa di proposito, come se volesse lasciare dietro di sé il ricordo di un ultimo dispetto insieme a una boccata di alito rovente.
L’aria è vagamente profumata nonostante il passaggio del camion. “Glicine” pensa lei e si guarda intorno alla ricerca della pianta.
«È uno dei nostri posti» osserva lui.
È un’apertura distensiva, ammette che la donna ha visto giusto notando quel locale e dice anche altro. Conferma che hanno dei posti loro; sono una coppia, hanno una storia. Sono in due ma insieme sono uno.
I “loro posti” sono quelli che i turisti solitamente evitano: piccoli caffè nascosti, minuscole trattorie, taverne senza insegna. Questa brutta palafitta sulla costiera è un ottimo pezzo per la loro collezione. Lei lo ha visto per prima, lui si attribuisce il merito di aver deciso di fermarsi e tornare indietro. Lei glielo concede.
«Sperando che sia aperto.»
Lo spera anche la donna. Ha bisogno che la tortura inflitta da quella successione di curve le conceda un momento di pausa e poi vuole dare a lui l'occasione per dire ciò che ha da dire.
Sotto la tettoia non c’è nessuno. Sui tavolini sono fissate delle cerate trattenute da fermagli ossidati. Una è a quadretti rossi e bianchi. Aveva visto bene.
I portacenere, triangoli di alluminio, tutti diversi tra loro, sono vuoti ma non puliti. Evidentemente, a eliminare mozziconi e cenere non è stato il gestore ma un colpo vento.
L’apertura nel basso muretto permette il passaggio di una persona alla volta. Lui, educatamente, le cede il passo. È da tanto che non lo fa. In sei anni di vita insieme molte cose si perdono e se improvvisamente ritornano, spesso c'è un motivo.
La donna, soddisfatta, passa.

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