venerdì 15 settembre 2017

Le pietre

Il prossimo libro di Morandini si ititolerà "le buse" e io lo leggerò. Le buse, per chi non fosse del nord-ovest sono le cacche di mucca, quelle padelle appoggiate sul sentiero, che se le pesti aderiscono alla suola degli scarponi come un'omelette, ma non ti arrabbi e tiri dritto, perché tanto è roba sana. E chi dice che puzzano è sospetto.
Leggerò Morandini anche quando scriverà un libro sulla vita dei lombrichi.
Potrebbe scrivere la biografia di un filamento di tugsteno e io lo seguirei con passione.
Ha scritto un libro sulle pietre e io l'ho finito ieri sera.
È un romanzo strano, ovviamente. Come strano era "Neve cane piede" ma questo di più. Anche il narratore è atipico: la voce parla in seconda persona plurale. Ho letto solo un altro libro così: "le vergini suicide" di Eugenides. È una bella tecnica, questa, perché fa sentire chi legge al sicuro, in buona compagnia. E con queste pietre c'è poco da scherzare.
Ma non voglio parlare della trama, di cosa fanno le pietre, di cosa pensano né cosa possono rappresentare. Detto tra noi non mi interessa così tanto. A me basta che in un libro le parole siano scelte con garbo e messe in un certo ordine sulla pagina, in modo da diventare musica e che abbiano il potere di portarmi via, di  nutrirmi, dissetarmi e darmi la pace.


domenica 10 settembre 2017

Shantaram

Finalmente!
Finalmente il libro che aspettavo, quello capace di rivoltarmi il DNA, spiegarmi perché sono qui e fare di me una persona migliore?
No, finalmente l'ho finito. Minchia.
Sono 1174 pagine e credo che sia il libro più lungo (e spesso e pesante) con cui abbia tentato di appiattirmi la pancia.
Potevo mollarlo prima della fine? No che non potevo. Affrontare un libro di queste dimensioni è come fare un investimento ad alto rischio. Ci butti dentro i tuoi risparmi e il giorno dopo leggi sul listino che stai perdendo qualche centesimo. Più passano i giorni, più perdi soldi. Eppure il consulente aveva detto che il rendimento... E così non vendi, non puoi. Devi arrivare alla fine per riavere il capitale. Forse. Ecco, è andata così, tra alti e bassi. Sì perché non è tutta noia o tutto inutile. Ci sono lunghe parti interessanti, altre belle, una parte è persino appassionante, ma è un brodo davvero troppo allungato. Il buon Gregory David Roberts avrebbe potuto scrivere la storia con 500 pagine in meno e sarebbe stato un buon lavoro.
Avete per caso letto “La città della gioia” di Lapierre? Vi è piaciuto? Allora tenetevi quell'impressione. C'era troppo Dio in quel romanzo, anzi tutto girava intorno a Dio, ma almeno girava. Qui tra spacconate, esagerazioni, divagazioni si rimane un tantino inchiodati. Io per un mese intero, per esempio. Finalmente libero, stasera posso iniziare un altro libro. Sul comodino ho Anna Karenina che mi aspetta. Scherzo eh :)

sabato 2 settembre 2017

Dunkirk

Certamente bello da vedere, ma anche da sentire. La colonna sonora fa tra il molto e il moltissimo. In certe scene non è neppure musica, è puro ritmo e moltiplica il tasso di crescita della tensione che, diciamolo, schizza fuori scala al primo minuto e rimane in orbita per tutto il film.
L'intervallo, al cinema di Valperga, arriva giusto in tempo per consentire al pubblico di recuperare ossigenazione e per smettere di stritolare i braccioli delle poltroncine.
C'erano disturbatori in sala? Pop corn rumorosi? qualcuno che commentava ad alta voce? Luci di telefoni tra i sedili? E chi lo sa? Per rispondere sarei dovuto essere in sala, invece che proiettato dentro il film.
Ci sono dei messaggi particolari o una nuova etica che possano far amare questo film? No, è un film di guerra e se si vuol trarne una morale è sempre la medesima: evitare la guerra.
L'entusiasmo trae origine dalla confezione; è un film fatto terribilmente bene.
Gli attori ci mettono del loro, ma è uno di quei casi in cui il regista (in questo caso Christofer Nolan) fa davvero il regista. Una prova? Guardatevi le sequenze all'interno dello Spitfire quando il pilota deve prendere delle decisioni. Non parla, il suo volto è completamente nascosto da mascherina, occhialoni e casco. Impossibile leggere la sua espressione, ma Nolan riesce comunque a far capire esattamente quale sia il problema, a cosa stia pensando il suo personaggio e quale drammatica decisione debba prendere. Il tutto comunicando soltanto con inquadrature e montaggio. Molti suoi colleghi non arriverebbero al risultato nemmeno con i sottotitoli.
È tutto così: poche parole e azione, tanta, caratterizzata da scelte di inquadrature e un montaggio sempre perfetti.
Non aspettatevi le tette della protagonista perché non c'è una protagonista. È un film con soli uomini, una storia vera, una bella dimostrazione di talento e una grande testimonianza di arte contemporanea.