lunedì 24 luglio 2017

Lupo mangia cane

Ci sono ambientazioni che mi rendono particolarmente caro un libro. Questi luoghi sono i sanatori, i sommergibili e le sedi di esperimenti o disastri nucleari. No, non ci sono ancora andato dallo psicoterapeuta, sì ci devo andare, lo so.
Questo romanzo di Martin Cruz Smith si svolge quasi interamente intorno al reattore di Chernobyl, nella "zona" chiusa, vietata e super inquinata da Cesio, Iodio, Stronzio e tanti altri fantastici radionuclidi. Il giallo si dipana tra villaggi abbandonati, relitti radioattivi, personaggi che non dovrebbero vivere lì e invece sono residenti stabili, scienziati, milizia locale e misteri. 
Sul meccanismo giallo non dico nulla perché non l'ho proprio capito e dopo un po' ho smesso di interessarmene, ma ho anche scoperto che non leggo certi gialli per scoprire chi è l'assassino. Mi piacciono e basta.
Oltre alla location che mi eccita una cifra, devo ammettere di essere un fan del detective Arcady Renko, che seguo da tanti anni e del quale perdo continuamente le tracce. 
Proprio a proposito di Renko, sorge una considerazione: ma quanto si assomigliano lui, che è un detective russo, e il commissario Harry Hole, norvegese di Jo Nesbo? Sono come due locomotive di Guccini entrambe lanciate contro l'ingiustizia. Non li ferma nessuno, prendono entrambi un sacco di botte, mettono in gioco la loro vita continuamente, sono sempre sfortunati con le donne, uno è etilista l'altro è alcoolizzato. Due eroi gemelli che amo particolarmente. Davvero: non ci sono differenze tra il Renko di questo romanzo e Harry Hole di "Polizia" o "Sete". 
A cosa serve questa scoperta? A nulla. Se non a consigliare a chi legge "quasi" tutti i romanzi di Nesbo e Cruz Smith. Di Smith si può evitare "Havana" mentre di Nesbo, se andrete in ordine cronologico, vi accorgerete voi stessi quando sarà il momento di smettere.

sabato 17 giugno 2017

Luci rosse

Cesena, stazione di Cesena.
Il Simenon che non ti aspetti. O meglio, un finale che va contro tutto quello a cui mi ha abituato. Mi rendo conto che è impresa assai ardua trattare del finale senza poterne dire nulla per non rovinare la lettura a chi dovesse ancora leggerlo. Allora, sebbene il finale sia la cosa più interessante, parlerò dell'incipit. È uno dei romanzi del periodo americano. Non lo sapevo e appena me ne sono accorto, cioè alla prima pagina, mi è preso un senso di scoraggiamento, perché le ambientazioni che amo di più sono quelle nebbiose, hanno almeno un canale nelle vicinanze, un caffè aperto di notte, un porto, un bretone e qualche battello. O un treno. In questo caso no. Come in Tre camere a Manhattan, la scena si apre a New York, ma si lascia subito la città per uno di quei viaggi disperati, come solo i viaggi con Simenon alla guida possono essere. E allora, anche se si attraversano il New Hampshire e il Maine non si sente la nostalgia della Normandia o della Costa Azzurra. “Luci rosse” diventa l'ennesima opera riuscita di Simenon, un autista pilota che non chiede passaporto. Per entrare in questa, così come nelle altre storie che racconta, basta presentarsi all'imbarco disarmati e pronti a viaggiare: con lui e dentro noi stessi.

domenica 11 giugno 2017

Neve, cane, piede


Un libretto che tiene lontani, con un titolo così così e uno spessore che sa di una botta e via. In genere preferisco volumi più importanti, così come preferisco i film tradizionali ai cortometraggi.
Ora che l'ho letto, accetto il titolo e mi faccio una ragione che finisca già a pagina 126 perché l'autore, Claudio Morandini, ha scolpito nel legno di larice due personaggi così tridimensionali e ricchi che ci si potrebbe girare intorno, come fossero statuette del presepe. Si possono anche prendere su per provarne il peso e stupirsi di come siano tanto rifinite. Si vede che sono dipinte a mano. Sono due, soltanto due e vivono in una baita. Sono seppelliti sotto la neve, ma attraverso il camino si sentono le loro parole, che sono poesia.
Neve, cane, piede. Ora che l'ho letto (eterna gratitudine a chi me lo ha imposto) diventerà il mio regalo seriale per gli amici, soprattutto per quelli che non leggono. Ingannati dal piccolo formato, traditi dal bianco della copertina, imboniti da un profilo sottile, di poche pagine, sedotti dalla prospettiva di poter dire “un libro quest'anno l'ho letto!” potrebbero cascarci e leggerlo veramente e quindi perdersi tra anime, neve, sentieri e solitudine. E quindi ritrovarsi.

lunedì 29 maggio 2017

Still life

Ho visto un film bellissimo, delicatissimo, dolcissimo nella sua tristezza. Non ne avevo mai sentito parlare, non ne sapevo niente. E non sapevo nulla neppure di Uberto Pasolini, il regista. È stato un caso che passasse su RAI 5 ieri in terza serata, a conclusione di una domenica abbastanza di merda. È come quando non ti aspetti più niente dalla vita e all'improvviso accade qualcosa. Ora, non voglio esagerare se no poi non vi piacerà. Certo non è una commedia, credo che abbia vinto alcuni premi a Venezia tra cui il Leone per il film più triste e drammatico della rassegna. Lo merita senz'altro, ma trovo che la tristezza possa essere sexi e sia benvenuta quando è piena di vita e di poesia. John May, il protagonista, ha un viso che non si dimentica. Ce l'ho qui davanti agli occhi mentre scrivo e se ne scrivo così è perché da questa storia delicata e geniale non ne sono ancora uscito. Capita con certi film o certi libri. Le emozioni vere, quelle dense, stanno lì a bollire a fuoco lento come passata di pomodoro per giorni, a volte per settimane. Mi chiedo se non sia il modo che hanno per cercare di entrare nel profondo e rimanerci. Forse sì. In tal caso spero di essere ancora abbastanza permeabile nonostante gli anni, i malanni e i danni. Leggo su mymovies che in totale "Still life" ha incassato poco meno di un milione di euro al cinema contro i 23 milioni che a suo tempo incassò "Natale a Miami". Ecco: questo sì che è davvero triste, ma triste triste triste.

venerdì 19 maggio 2017

Quando diventai campione di pallanuoto

A 13 anni, ai miei compagni di giochi che erano i soldatini e il lego, aggiunsi i romanzi di Urania. Quando non giocavo, mi procuravo i primi, feroci mal di testa standomene tutto storto sul letto a leggere.
Questo a mia madre non piaceva. Archiviata la parentesi presso gli scout, un giorno mi disse: “Giovanni fa pallanuoto, perché non ti iscrivi anche tu?”
Io risi, perché sapevo nuotare soltanto con le pinne.
Lei disse che avrei imparato e mi ritrovai iscritto al Centro Sportivo Fiat.
Va detto che io non avevo nessuna voglia di fare pallanuoto, ma dirlo a lei non servì: mi ritrovai a fare allenamento in corso Moncalieri, dall'altra parte del Po, per chi non è di Torino, dall'altra parte del mondo per me che abitavo a Santa Rita.
Una breve digressione. Chi è che si iscrive a un corso di pallanuoto? Diciamo la verità: pochi. Ci sono gli appassionati, ma in genere pallanuotisti si diventa quando, dopo anni di pre-agonismo e agonismo nel nuoto, appare chiaro che non ci sono i numeri per diventare campioni.
I miei compagni di corso, dunque, venivano dalle gare di nuoto. Io dai soldatini e dai romanzi di Urania.
Torneo estivo. Piscina Fiat di corso Moncalieri
Ho un ricordo del primo giorno. L'allenatore si chiamava Mattia Aversa e mi teneva d'occhio perché aveva intuito che io, dall'altra parte della piscina non ci sarei mai arrivato.
Mi diede qualche rudimento sul nuoto, mi affidò un pallone giallo e mi disse di battere le gambe tenendo quello davanti a me. Fu così che iniziai a muovermi nell'acqua mentre i miei compagni sfrecciavano su e giù, sommando vasche su vasche. Tra quelli del mio anno ce n'era uno che si chiamava Agagliate, un cognome da casello della A4, ma una velocità da Freccia rossa, un altro si chiamava Macchia ed era una saetta. Poi c'erano i Capobianco, di pura origina napoletana, come la tradizione della pallanuoto impone. C'era il mio amico Giovanni, quello che secondo mia madre non avrei avuto difficoltà ad emulare. Tutti imprendibili e quando, in partita, mi attaccavo alle loro caviglie per non lasciarli scappare, o mi beccavo un calcio in faccia o l'arbitro mi espelleva.
Fortuna vuole che negli anni 70 non fosse ancora stato inventato il bullismo viceversa sarei stato una vittima perfetta.
Ho altri ricordi di quel primo anno e, tra tutti, uno dell'ultimo giorno, prima della pausa estiva. Ci fu un torneo serale, riflettori accesi, aria tiepida, genitori sugli spalti della piscina. Quando fui mandato in acqua, nel quarto e ultimo tempo, gli avversari si rinfrancarono. L'uomo in più, nella pallanuoto è uno schema importante, forse l'unico che ci sia. E con me in vasca loro avrebbero avuto l'uomo in più, perché io ero, per definizione, l'uomo in meno. Insomma un'occasione per fare strage di reti.
Sapendo quale fosse la mia velocità, nicchiavo a centro vasca, in modo da ripiegare per tempo quando perdevamo la palla, ma nel corso di un'azione mi ritrovai avanti, ma avanti avanti e ricevetti persino la palla e ci fu anche chi mi urlava “Tira!” “Tira cazzo! Tira!” Ma dicevano a me? E sì che dicevano a me, ero io ad avere la palla sulla linea dei quattro metri e non ero nemmeno marcato. In porta di là forse c'era Bodrone, che parava come un portone e aveva le braccia talmente lunghe che quando camminava si poteva tirare su i calzini. O forse c'era un altro portiere, non ricordo. Ricordo però che avevo 'sta palla in mano, la calottina storta che mi tappava un occhio, il fiatone, la paura di non farcela a tornare in tempo, la luce dei riflettori negli occhi, l'acqua alla gola (letteralmente) e la palla in mano che pesava una cosa esagerata. L'adrenalina o ti fa scattare e moltiplica le energie o ti pietrifica e ti perde. Io sono uno che si pietrifica. Sono il coniglio davanti ai fari del Tir che ti corre addosso.
“Ma tira cazzo!” Forse lo urlavano anche dalle tribune, non saprei. Era fine stagione e io non avevo segnato nemmeno un gol, nemmeno nelle partite di allenamento. I miei compagni invece tenevano il conto e il penultimo ne aveva almeno una ventina, il primo, il maschio alfa, almeno duecento.
“Tira!”
Non si capiva perché non fossi marcato da nessuno in quell'azione, forse non mi avevano visto, mezzo affondato come avrebbe fatto la Costa Concordia nel secolo successivo. Qualcuno però cominciò a preoccuparsi e cominciarono a urlare anche gli avversari. “E quello?” Sottinteso: "chi lo marca?" Qualcuno spuntò dalla schiuma e si diresse verso di me con la velocità di una moto d'acqua. Mi figurai travolto dalla prua a bulbo, massacrato dalle gomitate, affondato come il Titanic e soprattutto immaginai la fuga dell'avversario con la mia palla verso la porta opposta, con sua massima gloria e mia somma umiliazione. Allora alzai quel braccio debole e tremante. La palla lasciò l'acqua. Il portiere (non era mica Bodrone, sono quasi sicuro che fosse un altro) si mise in pressione, alzai ancora di più il braccio armato e di conseguenza, pur avendo fatto molti progressi in acquaticità, affondai fino agli occhi (all'unico occhio, l'altro, ricordo, era coperto dalla calottina). Azzardai due o tre finte che non preoccuparono affatto il portiere, poi guardai l'incrociatore che mi stava arrivando addosso avanti tutta e il panico fece il resto. Invece di tirare forte e teso mirando un angolo della porta come sarebbe stato giusto vista la posizione, feci partire una palombella (un pallonetto morbido) che si usa solo quando il portiere è spiazzato. Invece era piazzatissimo. Per questo non se l'aspettava. La parabola si alzò, poi si abbassò ed entrò dove doveva entrare. Gol.
In tribuna, qualcuno disse “Quello è mio figlio”.
Cus Torino, sono quello in mezzo in basso (peloso)
L'allenatore approfittò del gol per fare le sostituzioni quindi per fare uscire me. Ma che importava?
Rimasi in forza (si fa per dire) al Fiat per tre anni. Non diventai mai veloce, ma supplivo con altre doti. Quali? Non ricordo. La prima squadra del Fiat pallanuoto giocava in serie A. Voglio dire: se fosse caduto l'aereo con la prima squadra e poi quello con le riserve, se tutti gli juniores fossero morti di ebola e gli allievi si fossero ammazzati di seghe, allora sarebbe toccato a me scendere in vasca e giocare in serie A.
Non accadde mai nulla del genere, anche perché le trasferte si facevano in pullman.
All'età di diciassette anni, il Fiat mi cedette gratuitamente al Cus Torino, (sai che regalo...)! che militava in serie C. Lì non c'erano squadre giovanili, solo la prima squadra. Insomma, ero un giocatore di serie C, quelli che nel calcio stanno in due in una figurina. L'allenatore era ligure e si chiamava Piccardo. Mi diceva solo una cosa, con un pesante accento di Bogliasco: “Aldo Aldo, ricorda: “Bacco tabacco e venere riducono l'uomo in cenere”. Me lo diceva un po' a cazzo perché sì, fumavo, ma non bevevo e le ragazze proprio non me la davano.
I rapporti con i compagni al Cus erano diversi. Qui c'era gente di tutte le età. C'era Puleo, un siciliano che, non so perché, ma non mi ha mai picchiato, pur se gli si leggeva nello sguardo la voglia di farmi male. C'erano vari personaggi e c'erano anche Claudio e Mamo, che furono i miei migliori amici di quel periodo. Insomma, cominciai a divertirmi anche se in serie C il primo gol devo ancora segnarlo. Ma non si sa mai.

martedì 16 maggio 2017

Fate presto e mirate al cuore

 Il primo capitolo, direi "elettrizzante"

 1


Dopo qualche minuto, la donna si rilassò un poco o, per lo meno, iniziò a fingere.
Il sorriso che rivolse all’uomo voleva esprimere un buon grado di complicità e sembrava quasi autentico. Quasi, perché invece la poveretta era terrorizzata. Lo sarebbe stato anche lui se si fosse trovato al suo posto.
Non era stupida: sapeva che mostrarsi impaurita sarebbe stato come ammettere tutto e accettare il castigo.
Dubbi, comunque, non ce n’erano: aveva sbagliato e quelli del Personale avevano deciso per una sanzione esemplare. L’avevano anche avvertita, come erano soliti fare. Per questo si era presentata all’appuntamento e ora si trovava nuda, immersa in una vasca di acqua bollente, con quell’uomo che la osservava da vicino, seduto sui talloni.
Salvatore Nicosia rimboccò la manica destra della camicia senza fretta, poi immerse la mano ed ebbe conferma di ciò che immaginava: l’acqua scottava. Se la donna avesse avuto la coscienza pulita avrebbe protestato. Come poteva resistere a quella temperatura? La osservò con più attenzione: la pelle alla base del collo era arrossata, a larghe chiazze, e così anche sul petto. Teneva le mani accoppiate in grembo per coprirsi là dove era completamente rasata. I seni però erano a disposizione, appena sotto la superficie. A Nicosia non piacevano: troppo gonfi e sferici, frutto palese di una mastoplastica effettuata al risparmio. Non aveva mai toccato seni al silicone ed era curioso. Appoggiò la mano sopra il destro e strinse un po’. Poi passò all’altro. Le punte, indefinite, tinta su tinta, non risposero in nessun modo. Era per via della temperatura troppo elevata dell’acqua? O perché la paura annullava ogni altra sensazione?
La mano scivolò lungo il ventre, fino a incontrare le barricate che la donna aveva improvvisato con i polsi stretti tra le cosce. Senza guardarla, solamente con la pressione della mano, le fece capire che la resistenza non era gradita. Lei cedette e, aprendosi, concesse qualsiasi cosa.
Nicosia arrivò al caposaldo che lei aveva così poco eroicamente difeso, vi transitò sopra ma non si soffermò, risalendo invece l’interno di una gamba fino al ginocchio, finalmente fuori dall’acqua bollente.
La donna cercò di leggere il suo sguardo per capire che cosa la aspettasse, ma lui le negò ogni contatto con gli occhi. Avrebbe dovuto sorridere per tranquillizzarla ma non ne aveva voglia. Continuò a carezzarla in quel modo per qualche minuto ma non appena cessò, si accorse che si era irrigidita, come faceva lui quando il suo dentista cambiava attrezzo e gli ordinava di spalancare la bocca. Sì, aveva ancora paura.
Il bagno era luminoso e completamente piastrellato color beige.
Sarebbe uscita parecchia acqua e Nicosia provò a immaginare che cosa avrebbe pensato la donna che rifaceva le camere. Chissà perché poi doveva essere una donna. Magari era un uomo, un peruviano. Ne aveva già visti di uomini lavorare negli alberghi.
Seguendo una qualche sua idea, la donna inarcò il bacino, offrendo il sesso appena sotto un velo di acqua. Nicosia non se lo aspettava. Chi credeva di prendere in giro? Per qualche momento la assecondò, poi risalì con esasperante lentezza fino alla gola e la afferrò, trattenendola in una sola mano. La donna spalancò gli occhi e cessò di respirare. Il corpo rimase immobile, sospeso nell’acqua. Nicosia allentò la presa e ritirò la mano. Non aveva stretto e infatti non aveva lasciato alcun segno. Scosse platealmente la testa mentre si drizzava e prendeva uno degli ospitini per asciugarsi il braccio.
La donna parve rilassarsi, questa volta senza fingere.
«Cosa credevi di fare, eh?» domandò Nicosia rompendo il silenzio.
«Lo so...»
«Se lo sapevi perché l’hai fatto?» Il tono, che poteva essere quello di un padre con una figlia disobbediente, contrastava con le carezze che le aveva riservato e con l’offerta di lei, confermata da quelle ginocchia appoggiate ai due bordi della vasca.
«Non succederà più» promise.
Nicosia pensò che probabilmente era vero, ma non era lì per raccogliere il pentimento della donna.
Sganciò la cintura dei pantaloni, ma si interruppe subito.
«Chiudi gli occhi» le ordinò.
La donna sorrise di sollievo: se la sarebbe cavata con del sesso. Per essere convincente e dimostrare che di lei ci si poteva fidare, oltre a chiudere gli occhi, li coprì con le mani.
Sentì che l’uomo armeggiava con qualcosa.
«Ehi!» la richiamò lui dopo qualche secondo.
La donna guardò e si accorse che era ancora completamente vestito. Era in piedi, un po’ discosto dalla vasca e teneva sospeso qualcosa sopra di lei.
Istintivamente, unì le ginocchia.
«No!» tentò di urlare quando riconobbe un asciugacapelli.
Nicosia invece fece segno di sì con la testa e lo lasciò cadere nell’acqua.



mercoledì 3 maggio 2017

Elle

Nel trailer si dice che Isabelle Huppert, la protagonsita è candidata all'oscar. Infatti non lo ha vinto. Il regista, Paul Verhoeven invece ha meritatamente vinto e già ritirato la statuetta del mio più cordiale vaffanculo. Perché? Perché ELLE è un film inutilmente prolisso e disordinato. 130 minuti da curare con l'Imodium. È come quando si cucina qualcosa e ci si accorge che sa di niente. Allora vai di spezie, ma non ci stanno, allora aggiungi sale, ma troppo, allora una patata per togliere il salato, poi un po' di pepe, ma per sbaglio macini dello zenzero. Ma che merda! Un film insulso e improbabile, con la prima donna al mondo contenta di farsi violentare e una pletora di personaggi che non sanno cosa fare. Sembra che in Francia siano diventati tutti deficienti. Forse è così. Vediamo cosa votano domenica.