venerdì 19 maggio 2017

Quando diventai campione di pallanuoto

A 13 anni, ai miei compagni di giochi che erano i soldatini e il lego, aggiunsi i romanzi di Urania. Quando non giocavo, mi procuravo i primi, feroci mal di testa standomene tutto storto sul letto a leggere.
Questo a mia madre non piaceva. Archiviata la parentesi presso gli scout, un giorno mi disse: “Giovanni fa pallanuoto, perché non ti iscrivi anche tu?”
Io risi, perché sapevo nuotare soltanto con le pinne.
Lei disse che avrei imparato e mi ritrovai iscritto al Centro Sportivo Fiat.
Va detto che io non avevo nessuna voglia di fare pallanuoto, ma dirlo a lei non servì: mi ritrovai a fare allenamento in corso Moncalieri, dall'altra parte del Po, per chi non è di Torino, dall'altra parte del mondo per me che abitavo a Santa Rita.
Una breve digressione. Chi è che si iscrive a un corso di pallanuoto? Diciamo la verità: pochi. Ci sono gli appassionati, ma in genere pallanuotisti si diventa quando, dopo anni di pre-agonismo e agonismo nel nuoto, appare chiaro che non ci sono i numeri per diventare campioni.
I miei compagni di corso, dunque, venivano dalle gare di nuoto. Io dai soldatini e dai romanzi di Urania.
Torneo estivo. Piscina Fiat di corso Moncalieri
Ho un ricordo del primo giorno. L'allenatore si chiamava Mattia Aversa e mi teneva d'occhio perché aveva intuito che io, dall'altra parte della piscina non ci sarei mai arrivato.
Mi diede qualche rudimento sul nuoto, mi affidò un pallone giallo e mi disse di battere le gambe tenendo quello davanti a me. Fu così che iniziai a muovermi nell'acqua mentre i miei compagni sfrecciavano su e giù, sommando vasche su vasche. Tra quelli del mio anno ce n'era uno che si chiamava Agagliate, un cognome da casello della A4, ma una velocità da Freccia rossa, un altro si chiamava Macchia ed era una saetta. Poi c'erano i Capobianco, di pura origina napoletana, come la tradizione della pallanuoto impone. C'era il mio amico Giovanni, quello che secondo mia madre non avrei avuto difficoltà ad emulare. Tutti imprendibili e quando, in partita, mi attaccavo alle loro caviglie per non lasciarli scappare, o mi beccavo un calcio in faccia o l'arbitro mi espelleva.
Fortuna vuole che negli anni 70 non fosse ancora stato inventato il bullismo viceversa sarei stato una vittima perfetta.
Ho altri ricordi di quel primo anno e, tra tutti, uno dell'ultimo giorno, prima della pausa estiva. Ci fu un torneo serale, riflettori accesi, aria tiepida, genitori sugli spalti della piscina. Quando fui mandato in acqua, nel quarto e ultimo tempo, gli avversari si rinfrancarono. L'uomo in più, nella pallanuoto è uno schema importante, forse l'unico che ci sia. E con me in vasca loro avrebbero avuto l'uomo in più, perché io ero, per definizione, l'uomo in meno. Insomma un'occasione per fare strage di reti.
Sapendo quale fosse la mia velocità, nicchiavo a centro vasca, in modo da ripiegare per tempo quando perdevamo la palla, ma nel corso di un'azione mi ritrovai avanti, ma avanti avanti e ricevetti persino la palla e ci fu anche chi mi urlava “Tira!” “Tira cazzo! Tira!” Ma dicevano a me? E sì che dicevano a me, ero io ad avere la palla sulla linea dei quattro metri e non ero nemmeno marcato. In porta di là forse c'era Bodrone, che parava come un portone e aveva le braccia talmente lunghe che quando camminava si poteva tirare su i calzini. O forse c'era un altro portiere, non ricordo. Ricordo però che avevo 'sta palla in mano, la calottina storta che mi tappava un occhio, il fiatone, la paura di non farcela a tornare in tempo, la luce dei riflettori negli occhi, l'acqua alla gola (letteralmente) e la palla in mano che pesava una cosa esagerata. L'adrenalina o ti fa scattare e moltiplica le energie o ti pietrifica e ti perde. Io sono uno che si pietrifica. Sono il coniglio davanti ai fari del Tir che ti corre addosso.
“Ma tira cazzo!” Forse lo urlavano anche dalle tribune, non saprei. Era fine stagione e io non avevo segnato nemmeno un gol, nemmeno nelle partite di allenamento. I miei compagni invece tenevano il conto e il penultimo ne aveva almeno una ventina, il primo, il maschio alfa, almeno duecento.
“Tira!”
Non si capiva perché non fossi marcato da nessuno in quell'azione, forse non mi avevano visto, mezzo affondato come avrebbe fatto la Costa Concordia nel secolo successivo. Qualcuno però cominciò a preoccuparsi e cominciarono a urlare anche gli avversari. “E quello?” Sottinteso: "chi lo marca?" Qualcuno spuntò dalla schiuma e si diresse verso di me con la velocità di una moto d'acqua. Mi figurai travolto dalla prua a bulbo, massacrato dalle gomitate, affondato come il Titanic e soprattutto immaginai la fuga dell'avversario con la mia palla verso la porta opposta, con sua massima gloria e mia somma umiliazione. Allora alzai quel braccio debole e tremante. La palla lasciò l'acqua. Il portiere (non era mica Bodrone, sono quasi sicuro che fosse un altro) si mise in pressione, alzai ancora di più il braccio armato e di conseguenza, pur avendo fatto molti progressi in acquaticità, affondai fino agli occhi (all'unico occhio, l'altro, ricordo, era coperto dalla calottina). Azzardai due o tre finte che non preoccuparono affatto il portiere, poi guardai l'incrociatore che mi stava arrivando addosso avanti tutta e il panico fece il resto. Invece di tirare forte e teso mirando un angolo della porta come sarebbe stato giusto vista la posizione, feci partire una palombella (un pallonetto morbido) che si usa solo quando il portiere è spiazzato. Invece era piazzatissimo. Per questo non se l'aspettava. La parabola si alzò, poi si abbassò ed entrò dove doveva entrare. Gol.
In tribuna, qualcuno disse “Quello è mio figlio”.
Cus Torino, sono quello in mezzo in basso (peloso)
L'allenatore approfittò del gol per fare le sostituzioni quindi per fare uscire me. Ma che importava?
Rimasi in forza (si fa per dire) al Fiat per tre anni. Non diventai mai veloce, ma supplivo con altre doti. Quali? Non ricordo. La prima squadra del Fiat pallanuoto giocava in serie A. Voglio dire: se fosse caduto l'aereo con la prima squadra e poi quello con le riserve, se tutti gli juniores fossero morti di ebola e gli allievi si fossero ammazzati di seghe, allora sarebbe toccato a me scendere in vasca e giocare in serie A.
Non accadde mai nulla del genere, anche perché le trasferte si facevano in pullman.
All'età di diciassette anni, il Fiat mi cedette gratuitamente al Cus Torino, (sai che regalo...)! che militava in serie C. Lì non c'erano squadre giovanili, solo la prima squadra. Insomma, ero un giocatore di serie C, quelli che nel calcio stanno in due in una figurina. L'allenatore era ligure e si chiamava Piccardo. Mi diceva solo una cosa, con un pesante accento di Bogliasco: “Aldo Aldo, ricorda: “Bacco tabacco e venere riducono l'uomo in cenere”. Me lo diceva un po' a cazzo perché sì, fumavo, ma non bevevo e le ragazze proprio non me la davano.
I rapporti con i compagni al Cus erano diversi. Qui c'era gente di tutte le età. C'era Puleo, un siciliano che, non so perché, ma non mi ha mai picchiato, pur se gli si leggeva nello sguardo la voglia di farmi male. C'erano vari personaggi e c'erano anche Claudio e Mamo, che furono i miei migliori amici di quel periodo. Insomma, cominciai a divertirmi anche se in serie C il primo gol devo ancora segnarlo. Ma non si sa mai.

martedì 16 maggio 2017

Fate presto e mirate al cuore

 Il primo capitolo, direi "elettrizzante"

 1


Dopo qualche minuto, la donna si rilassò un poco o, per lo meno, iniziò a fingere.
Il sorriso che rivolse all’uomo voleva esprimere un buon grado di complicità e sembrava quasi autentico. Quasi, perché invece la poveretta era terrorizzata. Lo sarebbe stato anche lui se si fosse trovato al suo posto.
Non era stupida: sapeva che mostrarsi impaurita sarebbe stato come ammettere tutto e accettare il castigo.
Dubbi, comunque, non ce n’erano: aveva sbagliato e quelli del Personale avevano deciso per una sanzione esemplare. L’avevano anche avvertita, come erano soliti fare. Per questo si era presentata all’appuntamento e ora si trovava nuda, immersa in una vasca di acqua bollente, con quell’uomo che la osservava da vicino, seduto sui talloni.
Salvatore Nicosia rimboccò la manica destra della camicia senza fretta, poi immerse la mano ed ebbe conferma di ciò che immaginava: l’acqua scottava. Se la donna avesse avuto la coscienza pulita avrebbe protestato. Come poteva resistere a quella temperatura? La osservò con più attenzione: la pelle alla base del collo era arrossata, a larghe chiazze, e così anche sul petto. Teneva le mani accoppiate in grembo per coprirsi là dove era completamente rasata. I seni però erano a disposizione, appena sotto la superficie. A Nicosia non piacevano: troppo gonfi e sferici, frutto palese di una mastoplastica effettuata al risparmio. Non aveva mai toccato seni al silicone ed era curioso. Appoggiò la mano sopra il destro e strinse un po’. Poi passò all’altro. Le punte, indefinite, tinta su tinta, non risposero in nessun modo. Era per via della temperatura troppo elevata dell’acqua? O perché la paura annullava ogni altra sensazione?
La mano scivolò lungo il ventre, fino a incontrare le barricate che la donna aveva improvvisato con i polsi stretti tra le cosce. Senza guardarla, solamente con la pressione della mano, le fece capire che la resistenza non era gradita. Lei cedette e, aprendosi, concesse qualsiasi cosa.
Nicosia arrivò al caposaldo che lei aveva così poco eroicamente difeso, vi transitò sopra ma non si soffermò, risalendo invece l’interno di una gamba fino al ginocchio, finalmente fuori dall’acqua bollente.
La donna cercò di leggere il suo sguardo per capire che cosa la aspettasse, ma lui le negò ogni contatto con gli occhi. Avrebbe dovuto sorridere per tranquillizzarla ma non ne aveva voglia. Continuò a carezzarla in quel modo per qualche minuto ma non appena cessò, si accorse che si era irrigidita, come faceva lui quando il suo dentista cambiava attrezzo e gli ordinava di spalancare la bocca. Sì, aveva ancora paura.
Il bagno era luminoso e completamente piastrellato color beige.
Sarebbe uscita parecchia acqua e Nicosia provò a immaginare che cosa avrebbe pensato la donna che rifaceva le camere. Chissà perché poi doveva essere una donna. Magari era un uomo, un peruviano. Ne aveva già visti di uomini lavorare negli alberghi.
Seguendo una qualche sua idea, la donna inarcò il bacino, offrendo il sesso appena sotto un velo di acqua. Nicosia non se lo aspettava. Chi credeva di prendere in giro? Per qualche momento la assecondò, poi risalì con esasperante lentezza fino alla gola e la afferrò, trattenendola in una sola mano. La donna spalancò gli occhi e cessò di respirare. Il corpo rimase immobile, sospeso nell’acqua. Nicosia allentò la presa e ritirò la mano. Non aveva stretto e infatti non aveva lasciato alcun segno. Scosse platealmente la testa mentre si drizzava e prendeva uno degli ospitini per asciugarsi il braccio.
La donna parve rilassarsi, questa volta senza fingere.
«Cosa credevi di fare, eh?» domandò Nicosia rompendo il silenzio.
«Lo so...»
«Se lo sapevi perché l’hai fatto?» Il tono, che poteva essere quello di un padre con una figlia disobbediente, contrastava con le carezze che le aveva riservato e con l’offerta di lei, confermata da quelle ginocchia appoggiate ai due bordi della vasca.
«Non succederà più» promise.
Nicosia pensò che probabilmente era vero, ma non era lì per raccogliere il pentimento della donna.
Sganciò la cintura dei pantaloni, ma si interruppe subito.
«Chiudi gli occhi» le ordinò.
La donna sorrise di sollievo: se la sarebbe cavata con del sesso. Per essere convincente e dimostrare che di lei ci si poteva fidare, oltre a chiudere gli occhi, li coprì con le mani.
Sentì che l’uomo armeggiava con qualcosa.
«Ehi!» la richiamò lui dopo qualche secondo.
La donna guardò e si accorse che era ancora completamente vestito. Era in piedi, un po’ discosto dalla vasca e teneva sospeso qualcosa sopra di lei.
Istintivamente, unì le ginocchia.
«No!» tentò di urlare quando riconobbe un asciugacapelli.
Nicosia invece fece segno di sì con la testa e lo lasciò cadere nell’acqua.



mercoledì 3 maggio 2017

Elle

Nel trailer si dice che Isabelle Huppert, la protagonsita è candidata all'oscar. Infatti non lo ha vinto. Il regista, Paul Verhoeven invece ha meritatamente vinto e già ritirato la statuetta del mio più cordiale vaffanculo. Perché? Perché ELLE è un film inutilmente prolisso e disordinato. 130 minuti da curare con l'Imodium. È come quando si cucina qualcosa e ci si accorge che sa di niente. Allora vai di spezie, ma non ci stanno, allora aggiungi sale, ma troppo, allora una patata per togliere il salato, poi un po' di pepe, ma per sbaglio macini dello zenzero. Ma che merda! Un film insulso e improbabile, con la prima donna al mondo contenta di farsi violentare e una pletora di personaggi che non sanno cosa fare. Sembra che in Francia siano diventati tutti deficienti. Forse è così. Vediamo cosa votano domenica.

sabato 22 aprile 2017

Scuola omicidi

Sapete quando non si vede l'ora che sia sera per prendere finalmente in mano il libro che si sta leggendo? E ignorare notifiche di Facebook, Instagram, WhatsApp, fregarsene dei Tweet per non distrarsi dalla lettura? È ciò che non accade leggendo "Scuola omicidi" di Elizabeth George.
Cattura come una molletta da bucato cotta dal sole. La tensione è quella di una pila usata in un gioco per bambini e riciclata nel telecomando della tv. La curiosità di sapere chi è il colpevole, in una scala da 1 a 10 inciampa nel primo gradino. Vado avanti? No, avete capito.
È il secondo libro della George che leggo e direi che, a dispetto della sua produzione e della fortuna che riscuote, per quanto mi riguarda il suo ciclo si può tranquillamente chiudere qui. 


giovedì 20 aprile 2017

Quando feci la promessa

Sono sempre stato figlio unico, ma quando avevo 11 anni lo ero di più. Trascorrevo le giornate in casa a giocare da solo con lego e soldatini.
Facevo disputare lunghe partite di calcio ai soldatini, poi sgombravo il tavolo, prendevo la Lettera22 di mio padre e scrivevo la cronaca della partita, completa di interviste ai giocatori. Sognavo di fare il giornalista. Ero un giornalista.
Ero soprattutto un bambino felice.
I miei genitori, invece, erano preoccupati e un giorno mi domandarono: “Ti piacerebbe andare negli scout?” Sottinteso: “così vedi gente, fai cose, ti muovi un po'.”
“No” risposi. E così, una settimana dopo, ero iscritto negli scout, per la precisione nel Leuman 1°, Non credo che esistesse il Leuman 2°, 3° ma il nostro era il Leuman 1°.
Perché finii laggiù, quasi a Rivoli, io che abitavo a Torino in zona Santa Rita? Semplice: il capo Riparto era mio cugino, che conoscevo appena. Era un bel ragazzo, moro, la barba scurissima. Parlava volentieri di Dio e di scorregge.
Approdai al corpo degli scout a 11 anni senza essere passato prima dai lupetti. È come iscriversi alle medie senza aver fatto le elementari. Non sai fare un nodo che sia uno, quando gli altri piantano l'urlo di squadriglia non sai se puoi, se devi e che cosa urlare, per cui sei sempre indietro. Come quando mi parlano in inglese. Sono lì che cerco di capire la prima frase, che il mio interlocutore è alla fine del discorso. Cos'ha detto?

Una delle prime domeniche, ci portarono in campagna per una grande battaglia a “scalpo”. I miei compagni di Riparto erano divisi tra quelli eccitati dalla prospettiva e quelli preoccupati. Io divenni subito il leader di quelli spaventati che erano l'ala sinistra dei preoccupati.
Scalpo è un gioco violento: ti devi infilare uno straccio nei pantaloni e lasciare che penda sul sedere come una coda. Il gioco consiste nel prendere lo scalpo degli avversari, ovvero dei nemici. In qualsiasi modo: picchiando, bastonando, scippando, minacciando.
C'era chi, a fine giornata, esibiva tutti gli scalpi tolti ai nemici, legati attorno alle braccia sanguinanti. Degli scalpati si perdevano le tracce. Sì lottava in mezzo ai rovi. Tornare con molti scalpi era segno di grande virilità. Io credo che dopo l'entrata in vogore della legge 626 scalpo si giochi al massimo con una app sui tablet, come è giusto che sia, ma non so: mi informerò.
Quando quella domenica assolata ci liberarono tra le colline di non so dove, io cercai un posto tranquillo all'ombra, con il mio manipolo di compagni terrorizzati. Erano quelli che avevano già subito il gioco nel passato. Io, se non altro, non avevo un ricordo traumatico da portarmi appresso. Fummo comunque individuati e circondati. Provai a negoziare una resa, ma chi ci trovò, una pattuglia del mitico Volpiano II non aveva intenzione di fare prigionieri.
Nessuno mi fece davvero male, ma ricordo poche umiliazioni peggiori di quella. Per fortuna dagli scout si andava solo una volta la settimana, più la domenica.
Arriva l'estate e arrivano le vacanze. Si va in montagna con mamma e papà, in campeggio a Cogne dove mi piaceva fare gite e, quando pioveva, amavo giocare con soldatini e lego in roulotte. Avevo anche degli amici, con i quali si giocava con gli archi costruiti con rami di larice (si spezzano ma non si piegano) e frasche di torrente. Io avevo un certo ascendente su quei ragazzi, perché ero l'unico negli scout, quindi le cose selvagge io le sapevo.
Ad agosto, però, doccia fredda: C'è da andare al campo estivo scout.
Ma come? Anche io?
Sì, anche tu.
Ma io non voglio.
Tu vai.
E così, una sera mi presero e mi riportarono a Torino dove fui mi caricato su un pullman con altri 30 o 40 scout. Destinazione: La Vachette, vicino a Briançon, appena oltre il confine con la Francia. In pratica eravamo un esercito irregolare di invasione.
Io facevo parte della squadriglia dei falchi, non l'ho detto prima, fate finta di averlo sempre saputo.
In squadriglia eravamo in sette. Quando si marciava, il primo davanti era il capo squadriglia, l'ultimo era il vice, quello che teneva il guidone. Il guidone era il bastone con il gagliardetto della squadriglia, un simbolo da difendere a costo della vita. Dal secondo al quinto c'erano gli altri, in ordine gerarchico. Io ero il quinto, ovviamente. Quel primo giorno, appena sbarcati dalla corriera, mentre cercavo di governare il mal di testa, gli altri, veloci come lucertole, attrezzarono il nostro angolo: tende, panche, tavolo, focolare, tutto era montato con corde cordini chiodi, assi e macigni. Tutto pronto per l'ispezione. Come tutti quelli che non sanno chi sono, io vagavo da questo e da quello, aspettando che mi dessero delle cose da fare in modo da farmi sentire coautore di qualcosa, ma tutti volevano fare tutto e nessuno mi chiedeva nulla. Fu così che non feci un cazzo per due giorni.
La prima sera, in tenda, ebbi una terribile crisi di nostalgia. Pensavo ai miei genitori e me li immaginavo persi senza di me. Ero disperato nell'immaginare mamma e papà affranti, che si guardavano nella penombra (perché per la tristezza nessuno dei due avrebbe pensato ad accendere la luce) e si domandavano “E adesso?” Era la prima volta che stavo lontano dai genitori e avevo paura che soffrissero. Ora ho tre figli, mi trovo dalla parte opposta, ho accumulato esperienze e saggezza e infatti non riesco a capire come potessi essere tanto coglione.
I giorni passavano tra gite, minchiate, messe, giochi notturni, canti scout, urla, squadriglie che andavano e venivano e io che seguivo, sempre un po' in ritardo. Finché scoprii quello che tutti mormoravano e che nessuno diceva: la domenica ci sarebbe stata la cerimonia. Quale? Quella in cui sarebbero state conferite le specialità e i gradi. Qualcuno avrebbe preso la prima classe, qualcuno la seconda, altri le specialità e i nuovi avrebbero fatto la “promessa”.
Io ero uno dei nuovi e non avevo ancora fatto la promessa. Ora uno scout senza promessa è nessuno, è uno spermatozoo senza flagello, uno zabajone senza uova: vale meno di una zanzara che si dibatte in un fondo di acqua e vino. Quella del senza promessa è una non vita. Fare la promessa è come passare da recluta a soldato. Da Alvaro Vitali a Charles Bronson.

Intanto non dovevo aver mai pianto. Invece avevo pianto e mi avevano visto tutti.
Dovevo essere nel riparto da almeno 3 mesi e invece erano soltanto due.
Dovevo aver contribuito in modo determinante all'allestimento del campo. Invece non solo non avevo fatto una cippa, ma avevo fatto cadere la scorta di carta igienica della squadriglia nel ruscello.
Dovevo essere varie altre cose e non corrispondevo a nulla.
Però ero cugino del capo e così mi fu comunicato che avrei ricevuto la promessa.
Quella domenica, dopo la messa, con tutte squadriglie schierate in quadrato sotto il pino antico, avvenne la cerimonia che mi consacrò Scout dell'ASCI. Associazione Scoutistica Cattolica Italiana e dovetti cantare insieme agli altri linno della promessa. Da quel giorno avrei potuto fare il saluto scout e mi sarei cucito sulla camicia il famoso e ambito giglio, simbolo della mia promessa a Dio, alla patria e al Riparto.
Quel giorno feci effettivamente un passo avanti, quello materiale quando fu fatto il mio nome. Per il resto no, non credo. Ero stato accettato da tutti anche prima, anche senza promessa, un po' come mascotte, ma un po' anche come consigliere, perché evidentemente aver coordinato decine e decine di soldatini per anni mi aveva conferito un'aria un po' intellettuale, di quello che la sa lunga.
Ero comunque un vero scout, con il coltellino svizzero. Prima che vi commuoviate e pensiate bene di me, devo fermarvi per confessare che delle tre promesse... il Riparto lo lasciai dopo pochi mesi, Dio dopo pochi anni e per la Patria non mancherà l'occasione.
Non sono io ma protrei essere io
Tuttavia, a me non importava un gran che, immaginavo, però, che avere la promessa avrebbe forse migliorato il mio status e la mia posizione durante le marce, quindi meglio farla. Senonché, non mi spettava in automatico. Per riceverla dovevo possedere determinati requisiti.
Soprattutto, degli scout non me ne fregava niente. Io volevo il mio lego, i miei soldatini e la mia Lettera22. Una cosa bella c'era: avrei avuto diritto a portare con me un coltellino svizzero, di quelli che hanno due lame oltre a un sacco di accessori inutili.Una delle prime domeniche, ci portarono in campagna per una grande battaglia a “scalpo”. I miei compagni di Riparto erano divisi tra quelli eccitati dalla prospettiva e quelli preoccupati. Io divenni subito il leader di quelli spaventati che erano l'ala sinistra dei preoccupati.
Scalpo è un gioco violento: ti devi infilare uno straccio nei pantaloni e lasciare che penda sul sedere come una coda. Il gioco consiste nel prendere lo scalpo degli avversari, ovvero dei nemici. In qualsiasi modo: picchiando, bastonando, scippando, minacciando.
C'era chi, a fine giornata, esibiva tutti gli scalpi tolti ai nemici, legati attorno alle braccia sanguinanti. Degli scalpati si perdevano le tracce. Sì lottava in mezzo ai rovi. Tornare con molti scalpi era segno di grande virilità. Io credo che dopo l'entrata in vogore della legge 626 scalpo si giochi al massimo con una app sui tablet, come è giusto che sia, ma non so: mi informerò.
Quando quella domenica assolata ci liberarono tra le colline di non so dove, io cercai un posto tranquillo all'ombra, con il mio manipolo di compagni terrorizzati. Erano quelli che avevano già subito il gioco nel passato. Io, se non altro, non avevo un ricordo traumatico da portarmi appresso. Fummo comunque individuati e circondati. Provai a negoziare una resa, ma chi ci trovò, una pattuglia del mitico Volpiano II non aveva intenzione di fare prigionieri.
Nessuno mi fece davvero male, ma ricordo poche umiliazioni peggiori di quella. Per fortuna dagli scout si andava solo una volta la settimana, più la domenica.
Arriva l'estate e arrivano le vacanze. Si va in montagna con mamma e papà, in campeggio a Cogne dove mi piaceva fare gite e, quando pioveva, amavo giocare con soldatini e lego in roulotte. Avevo anche degli amici, con i quali si giocava con gli archi costruiti con rami di larice (si spezzano ma non si piegano) e frasche di torrente. Io avevo un certo ascendente su quei ragazzi, perché ero l'unico negli scout, quindi le cose selvagge io le sapevo.
Ad agosto, però, doccia fredda: C'è da andare al campo estivo scout.
Ma come? Anche io?
Sì, anche tu.
Ma io non voglio.
Tu vai.
E così, una sera mi presero e mi riportarono a Torino dove fui mi caricato su un pullman con altri 30 o 40 scout. Destinazione: La Vachette, vicino a Briançon, appena oltre il confine con la Francia. In pratica eravamo un esercito irregolare di invasione.
Io facevo parte della squadriglia dei falchi, non l'ho detto prima, fate finta di averlo sempre saputo.
In squadriglia eravamo in sette. Quando si marciava, il primo davanti era il capo squadriglia, l'ultimo era il vice, quello che teneva il guidone. Il guidone era il bastone con il gagliardetto della squadriglia, un simbolo da difendere a costo della vita. Dal secondo al quinto c'erano gli altri, in ordine gerarchico. Io ero il quinto, ovviamente. Quel primo giorno, appena sbarcati dalla corriera, mentre cercavo di governare il mal di testa, gli altri, veloci come lucertole, attrezzarono il nostro angolo: tende, panche, tavolo, focolare, tutto era montato con corde cordini chiodi, assi e macigni. Tutto pronto per l'ispezione. Come tutti quelli che non sanno chi sono, io vagavo da questo e da quello, aspettando che mi dessero delle cose da fare in modo da farmi sentire coautore di qualcosa, ma tutti volevano fare tutto e nessuno mi chiedeva nulla. Fu così che non feci un cazzo per due giorni.
La prima sera, in tenda, ebbi una terribile crisi di nostalgia. Pensavo ai miei genitori e me li immaginavo persi senza di me. Ero disperato nell'immaginare mamma e papà affranti, che si guardavano nella penombra (perché per la tristezza nessuno dei due avrebbe pensato ad accendere la luce) e si domandavano “E adesso?” Era la prima volta che stavo lontano dai genitori e avevo paura che soffrissero. Ora ho tre figli, mi trovo dalla parte opposta, ho accumulato esperienze e saggezza e infatti non riesco a capire come potessi essere tanto coglione.
I giorni passavano tra gite, minchiate, messe, giochi notturni, canti scout, urla, squadriglie che andavano e venivano e io che seguivo, sempre un po' in ritardo. Finché scoprii quello che tutti mormoravano e che nessuno diceva: la domenica ci sarebbe stata la cerimonia. Quale? Quella in cui sarebbero state conferite le specialità e i gradi. Qualcuno avrebbe preso la prima classe, qualcuno la seconda, altri le specialità e i nuovi avrebbero fatto la “promessa”.
Io ero uno dei nuovi e non avevo ancora fatto la promessa. Ora uno scout senza promessa è nessuno, è uno spermatozoo senza flagello, uno zabajone senza uova: vale meno di una zanzara che si dibatte in un fondo di acqua e vino. Quella del senza promessa è una non vita. Fare la promessa è come passare da recluta a soldato. Da Alvaro Vitali a Charles Bronson.
Tuttavia, a me non importava un gran che, immaginavo, però, che avere la promessa avrebbe forse migliorato il mio status e la mia posizione durante le marce, quindi meglio farla. Senonché, non mi spettava in automatico. Per riceverla dovevo possedere determinati requisiti.
Intanto non dovevo aver mai pianto. Invece avevo pianto e mi avevano visto tutti.
Dovevo essere nel riparto da almeno 3 mesi e invece erano soltanto due.
Dovevo aver contribuito in modo determinante all'allestimento del campo. Invece non solo non avevo fatto una cippa, ma avevo fatto cadere la scorta di carta igienica della squadriglia nel ruscello.
Dovevo essere varie altre cose e non corrispondevo a nulla.
Però ero cugino del capo e così mi fu comunicato che avrei ricevuto la promessa.
Quella domenica, dopo la messa, con tutte squadriglie schierate in quadrato sotto il pino antico, avvenne la cerimonia che mi consacrò Scout dell'ASCI. Associazione Scoutistica Cattolica Italiana e dovetti cantare insieme agli altri linno della promessa. Da quel giorno avrei potuto fare il saluto scout e mi sarei cucito sulla camicia il famoso e ambito giglio, simbolo della mia promessa a Dio, alla patria e al Riparto.
Quel giorno feci effettivamente un passo avanti, quello materiale quando fu fatto il mio nome. Per il resto no, non credo. Ero stato accettato da tutti anche prima, anche senza promessa, un po' come mascotte, ma un po' anche come consigliere, perché evidentemente aver coordinato decine e decine di soldatini per anni mi aveva conferito un'aria un po' intellettuale, di quello che la sa lunga.
Ero comunque un vero scout, con il coltellino svizzero. Prima che vi commuoviate e pensiate bene di me, devo fermarvi per confessare che delle tre promesse... il Riparto lo lasciai dopo pochi mesi, Dio dopo pochi anni e per la Patria non mancherà l'occasione


domenica 2 aprile 2017

Le campane di Bicetre

È una sensazione bella e rara, quella di accorgersi che il libro che si sta leggendo è davvero importante. In questo romanzo ho provato questa sensazione fin dalla prima pagina ed è durata per quasi tutta la lettura. Quasi, perché il finale è scivolato verso un epilogo che immaginavo diverso. Ma è davvero una pecca piccola piccola, un problema più mio che del libro. Anzi, se mi permetto di sollevare la questione è soltanto per trovare un pelo in un uovo che è stato covato con particolare cura dal suo autore e che è uscito perfetto.

domenica 19 marzo 2017

Susanna, Marina e Michela


Chiedeva memoria. Diceva di non averne abbastanza. Mi domandava spazio, altrimenti non avrebbe potuto installare certi aggiornamenti. E così, infastidito dai continui avvisi che si succedevano con la stessa ottusa insistenza di certi operatori di call center, un giorno mi sono deciso e l'ho accontentato. Svuota qui, cancella là. In breve mi sono trovato a premere con sadica pressione su questo e su quello. Cancellare? Sì! Siete sicuri? Sì!
È andata così: preda di un orgasmo crescente, cancellavo, svuotavo, distruggevo e intanto a voce alta esprimevo la mia frustrazione: “Va bene adesso? Hai abbastanza spazio? Ne vuoi ancora?”
No, non gli bastava: nonostante la strage perpetrata, per i nuovi aggiornamenti lo spazio non bastava ancora e certe applicazioni non potevano funzionare.
Sconsolato e rassegnato, ho riconquistato un poco di calma immaginando di rivolgermi all'assistenza. Ma in quel momento un piccolo dubbio si è mostrato. L'ho visto solo con la coda dell'occhio, ma l'ho visto. Ho pensato per un istante di aver fatto troppo, di aver esagerato. Come un chirurgo che rivivendo nella mente stanca l'operazione appena conclusa, si rende conto di aver inciso troppo profondamente e teme di aver arrecato un danno al paziente. Mi sono quindi rivisto in quel minuto di follia mentre eliminavo delle icone che, come unica colpa, ostentavano una pingue dimensione. Tra quelle, anche una il cui nome, così semplice e immediato, avrebbe dovuto farmi riflettere: “contatti”.
Ne occupava di spazio quell'applicazione! Un mega e forse più! Birra fresca per la sete di memoria del misero telefono. Però quel nome... il dubbio cresceva e io lo conoscevo bene. È quello che mi ronza intorno con pigri cerchi quando so - non ancora coscientemente - di aver fatto qualcosa di sbagliato. Io lo vedo così, come un grumo che descrive delle orbite, che definirei basse. Per capirci, se io sono in piedi, il pensiero mi nuota intorno, al largo, all'altezza delle caviglie. Quando si trova dietro di me non lo vedo e non lo sento, ma quando passa davanti e le orbite si fanno più strette e più alte, è impossibile non notarlo. E non molla, non molla mai. Nessuno molla mai: non molla il telefono, non mollano i call center, non mollano i sensi di colpa: solo io cedo. Cedo e alla fine lo prendo in considerazione.
Il dubbio di aver sbagliato. Perché poi chiamarlo dubbio quando ormai è una certezza? Certo che non dovevo eliminarlo quel programma che si chiamava “contatti”. Come è potuto venirmi in mente? Perché non ho contato fino a tre, non dico dieci, ma almeno fino a tre prima di premere ELIMINA? Lo sapevo quello che stavo facendo. Quindi? Adesso non resta che verificare, ma c'è poco da scoprire.
Apro la rubrica e scopro con un sollievo che non credevo possibile che i nomi e i numeri ci sono ancora! Mi sembra di aver ricevuto la grazia quando il boia aveva già posato la mano sulla leva che alimenta la sedia elettrica. Non li ho persi i miei numeri di telefono! Sono ancora lì!
Ma il sollievo è effimero e dura pochi secondi. I nomi rimasti sono forse dieci, dodici a dir tanto e sono quelli che si erano nascosti, chissà perché, in qualche memoria secondaria.
Saranno stati tre o quattrocento i miei contatti e non ci sono più.
Va bene. Ce li faremo ridare. Amici, conoscenti, parenti... tramite le email li richiederò e in qualche settimana avrò ricostruito l'archivio. È un danno più che altro per il morale. Una spia che si è accesa per avvertirmi che il mio equilibrio è in riserva.
Improvvisamente, però, mi rendo conto che, insieme ai numeri davvero utili, che saranno stati al massimo una cinquantina, si sono estinti anche plotoni di sconosciuti. “Madre Bu” Ma chi era “Madre Bu”? E “Piero Castel”? "Castel” sta per Castellamonte? Conosco un Piero a Castellamonte? Io non riconosco i volti delle persone, figuriamoci se ricordo i nomi. Non tutto è male, quindi: la cancellazione ha igienizzato la memoria del telefono e anche la mia.
C'erano però dei nomi, che conoscevo benissimo, che mi dispiace aver perso, nonostante fossero i più inutili di tutti. Quei numeri non li avrei mai utilizzati, né avrei mai ricevuto chiamate da loro. Erano quelli di Susanna, Michela e Marina. Li ho conservati per anni e sono sopravvissuti a revisioni e cambi di telefono. Si presentavano ogni tanto, in occasione di qualche ricerca. Digitavo “Su” e spuntava Susanna. Non era lei che cercavo, ma mi faceva piacere vederla apparire tra i suggerimenti, visto che sui sentieri della Val Soana non l'avrei più incontrata. Digitavo “M” e magari saltavano fuori Michela e Marina.
Perché tenere nella memoria del telefono nomi e numeri di un'amica e di due carissime cugine che non ci sono più?
Io non li avrei mai cancellati. È stato un dito isterico a recidere, in vece mia, quel legame.
Un amico, al quale ho raccontato questa storia, evidentemente ascoltandomi con stoica attenzione, nonostante la noia che l'aneddoto porta con sé, alla fine mi ha detto: “le hai lasciate andare”.
Ho sorriso con lui, ringraziandolo per il pensiero, che è moto bello. Mi piace pensare che sia così. In realtà non è vero che le ho lasciate andare: Susanna, Marina e Michela continuano a essere con me, tanto quanto prima, anche se non ci telefoniamo mai.