domenica 19 marzo 2017

Susanna, Marina e Michela


Chiedeva memoria. Diceva di non averne abbastanza. Mi domandava spazio, altrimenti non avrebbe potuto installare certi aggiornamenti. E così, infastidito dai continui avvisi che si succedevano con la stessa ottusa insistenza di certi operatori di call center, un giorno mi sono deciso e l'ho accontentato. Svuota qui, cancella là. In breve mi sono trovato a premere con sadica pressione su questo e su quello. Cancellare? Sì! Siete sicuri? Sì!
È andata così: preda di un orgasmo crescente, cancellavo, svuotavo, distruggevo e intanto a voce alta esprimevo la mia frustrazione: “Va bene adesso? Hai abbastanza spazio? Ne vuoi ancora?”
No, non gli bastava: nonostante la strage perpetrata, per i nuovi aggiornamenti lo spazio non bastava ancora e certe applicazioni non potevano funzionare.
Sconsolato e rassegnato, ho riconquistato un poco di calma immaginando di rivolgermi all'assistenza. Ma in quel momento un piccolo dubbio si è mostrato. L'ho visto solo con la coda dell'occhio, ma l'ho visto. Ho pensato per un istante di aver fatto troppo, di aver esagerato. Come un chirurgo che rivivendo nella mente stanca l'operazione appena conclusa, si rende conto di aver inciso troppo profondamente e teme di aver arrecato un danno al paziente. Mi sono quindi rivisto in quel minuto di follia mentre eliminavo delle icone che, come unica colpa, ostentavano una pingue dimensione. Tra quelle, anche una il cui nome, così semplice e immediato, avrebbe dovuto farmi riflettere: “contatti”.
Ne occupava di spazio quell'applicazione! Un mega e forse più! Birra fresca per la sete di memoria del misero telefono. Però quel nome... il dubbio cresceva e io lo conoscevo bene. È quello che mi ronza intorno con pigri cerchi quando so - non ancora coscientemente - di aver fatto qualcosa di sbagliato. Io lo vedo così, come un grumo che descrive delle orbite, che definirei basse. Per capirci, se io sono in piedi, il pensiero mi nuota intorno, al largo, all'altezza delle caviglie. Quando si trova dietro di me non lo vedo e non lo sento, ma quando passa davanti e le orbite si fanno più strette e più alte, è impossibile non notarlo. E non molla, non molla mai. Nessuno molla mai: non molla il telefono, non mollano i call center, non mollano i sensi di colpa: solo io cedo. Cedo e alla fine lo prendo in considerazione.
Il dubbio di aver sbagliato. Perché poi chiamarlo dubbio quando ormai è una certezza? Certo che non dovevo eliminarlo quel programma che si chiamava “contatti”. Come è potuto venirmi in mente? Perché non ho contato fino a tre, non dico dieci, ma almeno fino a tre prima di premere ELIMINA? Lo sapevo quello che stavo facendo. Quindi? Adesso non resta che verificare, ma c'è poco da scoprire.
Apro la rubrica e scopro con un sollievo che non credevo possibile che i nomi e i numeri ci sono ancora! Mi sembra di aver ricevuto la grazia quando il boia aveva già posato la mano sulla leva che alimenta la sedia elettrica. Non li ho persi i miei numeri di telefono! Sono ancora lì!
Ma il sollievo è effimero e dura pochi secondi. I nomi rimasti sono forse dieci, dodici a dir tanto e sono quelli che si erano nascosti, chissà perché, in qualche memoria secondaria.
Saranno stati tre o quattrocento i miei contatti e non ci sono più.
Va bene. Ce li faremo ridare. Amici, conoscenti, parenti... tramite le email li richiederò e in qualche settimana avrò ricostruito l'archivio. È un danno più che altro per il morale. Una spia che si è accesa per avvertirmi che il mio equilibrio è in riserva.
Improvvisamente, però, mi rendo conto che, insieme ai numeri davvero utili, che saranno stati al massimo una cinquantina, si sono estinti anche plotoni di sconosciuti. “Madre Bu” Ma chi era “Madre Bu”? E “Piero Castel”? "Castel” sta per Castellamonte? Conosco un Piero a Castellamonte? Io non riconosco i volti delle persone, figuriamoci se ricordo i nomi. Non tutto è male, quindi: la cancellazione ha igienizzato la memoria del telefono e anche la mia.
C'erano però dei nomi, che conoscevo benissimo, che mi dispiace aver perso, nonostante fossero i più inutili di tutti. Quei numeri non li avrei mai utilizzati, né avrei mai ricevuto chiamate da loro. Erano quelli di Susanna, Michela e Marina. Li ho conservati per anni e sono sopravvissuti a revisioni e cambi di telefono. Si presentavano ogni tanto, in occasione di qualche ricerca. Digitavo “Su” e spuntava Susanna. Non era lei che cercavo, ma mi faceva piacere vederla apparire tra i suggerimenti, visto che sui sentieri della Val Soana non l'avrei più incontrata. Digitavo “M” e magari saltavano fuori Michela e Marina.
Perché tenere nella memoria del telefono nomi e numeri di un'amica e di due carissime cugine che non ci sono più?
Io non li avrei mai cancellati. È stato un dito isterico a recidere, in vece mia, quel legame.
Un amico, al quale ho raccontato questa storia, evidentemente ascoltandomi con stoica attenzione, nonostante la noia che l'aneddoto porta con sé, alla fine mi ha detto: “le hai lasciate andare”.
Ho sorriso con lui, ringraziandolo per il pensiero, che è moto bello. Mi piace pensare che sia così. In realtà non è vero che le ho lasciate andare: Susanna, Marina e Michela continuano a essere con me, tanto quanto prima, anche se non ci telefoniamo mai.

sabato 25 febbraio 2017

Indignazione

Potrei essere utilizzato come orologio da cucina. Mi mettete un libro in mano la sera e non appena mi casca sul naso, potete spegnere sotto i fagiolini nella pentola a pressione. Preciso.
Non però ieri sera, né la sera prima. 
In questi due giorni ho letto Indignazione di Philip Roth. Ho smesso dopo due ore, la prima sera, giusto per non scolarmelo in una sola bevuta, e un'altra ora ieri, fino alla fine, perché oltre la nota storica non si può andare. 
Non parlerò dei contenuti del romanzo, quindi non dell'indignazione di Roth e del giovane Messner, ma della mia ammirazione per come l'indignazione è espressa, e anche per come è tradotta da Norman Gobetti. I dialoghi sono di una potenza misurabile in kilotoni. Mi sono sentito persino umiliato, perché nell'assistere alle discussioni, viene spontaneo anticipare delle frasi, delle risposte, come se si potesse essere veramente lì, davanti al rettore, ma le ho sbagliate tutte, per piccolezza, per scarsa lucidità, per pigrizia o codardia. Molti che hanno commentato, affermano che questo non sia uno dei migliori romanzi di Roth. Per rispondere mi immergo nella vasca da bagno e dico: “meno male”. **

** citazione dallo spot tv ING Direct

sabato 18 febbraio 2017

I complici

Lambert si chiude porte alle spalle. Non fa altro per tutto il breve percorso che Simenon traccia per lui. Non è una novità: pressoché tutti i personaggi di Simenon si comportano allo stesso modo. Se inciampano non sono più in grado di individuare la rotta corretta e sbandano, sbandano sempre più, incespicando nei propri piedi e ripetendo gli stessi errori. Se hanno qualcosa di prezioso fanno in modo di perderlo o rovinarlo.
Ne “I complici” Simenon mostra il momento in cui Lambert compie il suo primo, fatale, errore già in prima pagina. Le restanti 113 non sono altro che la maturazione dei fatti e l'accavallarsi di decisioni sbagliate. Uno sviluppo che per un neofita di Simenon può apparire forzato o assurdo. Ma se di questo autore si accetta il metodo di ricerca, che rende estreme le situazioni per ricercare il senso ultimo di fatti, persone, emozioni e sentimenti, allora si accetta anche che i personaggi non possano salvarsi e che i romanzi possano chiudersi soltanto con un finale malinconico nella migliore delle ipotesi, tragico in tutte le altre.

sabato 11 febbraio 2017

La battaglia di Hacksaw Ridge

Scrivete “sergente” su Google. Subito dopo il sergente Garcia vedrete apparire il “Sergente Hartman”. Perché? Perché il sergente Hartman è il protagonista di una delle scene più potenti nel cinema, dai fratelli Lumiere a oggi. Lo trovate in “Full metal jacket” di Stanley Kubrick. Regista e sceneggiatori hanno scritto per il sgt. Hartman dialoghi da imparare a memoria e ripetere sgranando il rosario. “I tuoi genitori hanno anche figli normali, Palla di Lardo?! Giusto per capirci.”
Ora, solo un regista stupido, pazzo, ingenuo o ignorante può pensare di inserire nel suo film una scena analoga, con un sergente istruttore che tenta di spaventare le reclute. Mel Gibson lo ha fatto. Ha preso come sergente Vince Vaughn che non farebbe paura a un tosapecore a batteria e gli fa dire battute che potrebbe scrivere un editorialista di Libero. Ma come gli è venuto in mente? È come se Frizzi si mettesse a cantare Image spacciandola per nuova. Se avete visto Full Metal Jacket il paragone vi farà venire una voglia pazzesca di scappare dal cinema, tornare a casa e rivedere il film di Kubrick. Se non avete mai visto Full Metal Jacket e non conoscete il sergente Hartman (ci hanno fatto pure le suonerie con i suoi dialoghi) non so che vivete a fare.
Per il resto, il film è un insieme di buoni sentimenti e macello. Le scene crude sono veramente crude, per cui se non siete vegani, vi piaceranno. Il fatto che si racconti una storia vera di un vero eroe non è un'attenuante. La battaglia di Hacksaw Ridge potrebbe essere una buona americanata se non pagasse il peccato originale di quella scena tra seregente e reclute. Purtroppo non c'è acqua battesimale che lo possa salvare. Potrebbe avere il 6 se almeno si vedessero le tette della davvero gnocchissima Teresa Palmer. E invece niente.

mercoledì 8 febbraio 2017

Fai bei sogni

Non so con precisione quando la mia ammirazione per Massimo Gramellini e i suoi buongiorno su “La Stampa” sia evaporata, né perché. Credo cinque o sei anni fa e forse perché gli ho scritto un paio di volte e lui non mi ha risposto, o forse perché seguire uno che ha sempre ragione dopo un po' annoia, o forse anche perché non sbrocca mai. E poi, più di due o tre buoni sentimenti la settimana mi fanno sbocciare chiazze rosse sulla pelle. Fatto sta che ho smesso di leggerlo e ho cominciato ad arricciare il labbro ogni volta che lo incontravo. Adesso, poi, è passato al Corriere e le occasioni di incrociare i suoi scritti saranno poche o nulle.
Ieri sera ho visto “Fai bei sogni” il film che ne ha tratto Bellocchio con Valerio Mastandrea nella parte di Gramellini, appunto. Non ci sarei mai andato di mia iniziativa, ma il film apre una rassegna di 8 pellicole in abbonamento e quindi... E poi l'alternativa sarebbe stata la prima serata di Sanremo.
Il problema è che il film mi è entrato dentro. Subito. Dalle prime scene, e questo non era affatto previsto. È facile commuovermi. Due canzoni a cavallo tra gli anni 60 e 70, un po' di riferimenti alla Torino di quell'epoca e la nostalgia viene su come bagna caoda. Quel bambino (attore Nicolò Cabras, non bravo: bravissimo), figlio unico, che gioca con la sua mamma sarei potuto essere io: stessi anni, stesso tipo di casa, addirittura stesso quartiere, Santa Rita. La faccio breve: dicono che libro e film siano diversi, che il film sia più introspettivo e angosciante e il libro più leggero e autoironico. Libro e film raccontano comunque una storia vera nella quale si fa riferimento alla felicità soltanto per contrapporla alla perdita e alla mancanza. Si vedono e si intuiscono un'infanzia e un'adolescenza davvero pesanti, come non mi aspettavo. Il dramma che si consuma, poi, è di una semplicità tale da apparire credibile, quasi tangibile. 
Ora che ho visto il film, cambia qualcosa? Probabilmente sì. Toccandomi da vicino, ha avuto l'effetto di una doccia e mi ha lavato via un po' di spocchia polverosa. Mi sento come dopo una visita a un conoscente in un brutto reparto di un brutto ospedale: pieno di buoni propositi e pronto a iniziare un nuovo ciclo con un tasso di cinismo più contenuto. Finché dura.

martedì 31 gennaio 2017

La ragazza dai capelli strani

Non l'ho abbandonato: ma l'ho lasciato lì, in attesa di capire come funziona. Ci sono dei racconti perfettamente riusciti come quello al David Letterman Show, altri che sembrano scritti a 4 mani con Palahniuck, altri ancora - e sono quelli che mi hanno fatto decidere - non si capisce dove vogliano andare. È come se il tram che prendiamo tutti i giorni cominciasse a passare davanti a fermate dai nomi sconosciuti in una periferia che non finisce più. L'impressione è proprio quella di perdersi. Quando, invece di leggere le righe, si continua a guardare quante pagine mancano alla fine, meglio suonare il campanello e scendere alla prima.

domenica 29 gennaio 2017

La la land

Oggi mi faccio qualche nuovo amico sostenendo che La la land è un film mediocre e non vale i 7,5 euro del biglietto. Gli unici oscar che potrebbe vincere senza fare scandalo sono quelli strani e - forse - quello per la protagonista femminile, perché Emma Stone è brava, ma magari arriva una concorrente altrettanto brava e si pappa la statuetta.
Il film: intanto inizia con uno dei più brutti balletti che si siano mai visti in un musical. La canzone è davvero brutta, il testo quanto meno banale (nei sottotitoli) e la coreografia a cura di Onda verde in collaborazione con polizia stradale, carabinieri, ACI, Anas, Aiscat e società autostrade fa venir voglia di lasciare il cine anche se il film deve ancora iniziare. Forse che non mi piacciono i musical? Sì, non ne vado pazzo, ma non si tratta di quello, perché ne posso citare uno tra i 10 film più belli mai prodotti e visti dal genere umano, per cui non è questione di genere, ma di mancanza di idee. In la la land l'idea è semplice come il titolo. Mi vedo il regista Damien Chazelle che dice: “facciamo un film sulla realizzazione di un sogno professionale, poi i due protagonisti si innamorano, poi subentrano le difficoltà, allora giù di malinconia per ciò che sarebbe potuto essere e non è stato”. È esattamente quello che ha appena fatto Woody allen con Cafè Society, con la differenza che per lo meno W.A. non interrompe il film ogni 5 minuti per infilarci un balletto. Ormai per me è andata così, ma se mi ascoltate voi potete non andarci proprio.